Il virus del clima. Emergenze come armi. L’ideologia globalista e i suoi derivati

L’ultimo numero di “Limes”, curato da Fabrizio Maronta, affronta il cambiamento climatico e il Covid 19, temi per loro natura globali. Tuttavia, con un approccio come sempre originale e spiazzante, ci fa riflettere sull’erroneità di una visione globalizzante di queste grandi questioni del nostro tempo, che si manifestano e si declinano in forme e con effetti diversi nelle diverse zone del mondo. La prima parte è dedicata al collegamento tra Ambientalismo e viralismo; la seconda, Virus lag, il Covid 19 non è uguale per tutti, affronta i diversi esiti socioeconomici e geostrategici del Coronavirus; la terza, L’ambiente come arma, approfondisce la problematica ambientale da diversi punti di vista. La conclusione a cui il numero arriva è la necessità di ridare forza e importanza alla nazione-Stato, che sola può essere “l’agente mobilitante” per affrontare, in forme collaborative con gli altri Stati, nei campi scientifico, economico, tecnologico, politico-strategico, le sfide che queste due emergenze globali impongono. Una collaborazione necessaria, data l’incapacità dei singoli Stati nel curare gli interessi e il benessere delle loro popolazioni in questa contingenza, ma che allo stesso tempo tenga conto delle specificità e delle differenti percezioni con cui tali grandi questioni sono vissute nelle diverse aree del Pianeta.

Apre la rivista, come sempre, l’editoriale di Lucio Caracciolo, Non siamo il mondo. Chissà perché dopo ogni lettura di questi editoriali mi tornano alla mente le parole di una canzone di Guccini, Cirano, «Spiacere è il mio piacere, io amo essere odiato» e difatti le parole del direttore non sono mai volutamente tranquillizzanti. Dopo averci fatto osservare il carattere polisemico del titolo di questo numero, il fondatore della rivista di geopolitica ironizza sulla parola “globale”, strausata e abusata in ogni contesto, anche nelle chiacchiere da bar e destinata, secondo lui, a durare chissà ancora per quanto. Non siamo il mondo semplicemente perché non siamo affatto globali, soprattutto se consideriamo l’ossimoro rappresentato dall’espressione “cambiamento climatico”. Con l’atteggiamento dell’agrimensore, richiamando il personaggio del Castello di Kafka, Caracciolo ci riporta alla realtà e ci invita a usare con cautela e consapevolezza termini entrati ormai nel linguaggio comune. «Per l’abitante di un isolotto oceanico che affiora sul pelo dell’acqua il riscaldamento del clima è orrore puro. Per il russo impellicciato della taiga siberiana, promessa».

Alcune osservazioni, pure acute, come questa, in tema di riscaldamento globale meriterebbero forse un confronto con il climatologo Luca Mercalli, ma hanno l’indubbio merito, come sempre, di farci riflettere. Le questioni climatica e pandemica non sono globali, ma internazionali e gli appelli catastrofisti come quello di Greta Thunberg hanno purtroppo prodotto spesso rassegnazione e indifferenza da parte dei più. Qual è allora la strada da seguire? «In geopolitica converrebbe invertire i termini: nazione-Stato. Per distinguere gli Stati resistenti perché radicati in un sentimento nazionale irrigato nei secoli ed elevato a cultura da quelli che pretendono di fondare per decreto la nazione o supposta comunità che li legittimi». Gli Stati con una più cementata coesione sociale dovuta a una condivisa identità nazionale hanno retto meglio l’impatto della pandemia. Occorre prepararsi perché sarà molto probabile che noi mortali, per dirla con i Greci, dovremo in futuro affrontare nuove epidemie.

 La parte più interessante dell’analisi di Caracciolo è però, a mio parere, la chicca culturale con cui lo stesso arricchisce le sue riflessioni mensili, quella dedicata a un personaggio poco conosciuto, che mi è piaciuto incontrare anche per i suoi forti legami con l’Italia: George Perkins Marsh. Precursore dell’ambientalismo, autore di Man and Nature (Man the disturber of nature’s harmonies era il titolo proposto all’editore) «è uno dei rari autori che hanno rivoluzionato la percezione del nostro posto nel mondo». Anello mancante tra Darwin e Marx, conservazionista pragmatico, ha affidato allo Stato il compito di riparare i danni prodotti dall’essere umano, chiamato a dominare la Terra. (Meglio forse sarebbe dire “governare”, cioè avere cura della Terra e degli altri animali n.d.r.). A Marsh l’Italia e il movimento ambientalista devono moltissimo ma lascio ai lettori e alle lettrici il gusto di scoprirlo.

Nella prima parte della rivista l’articolo di Enrico Pedemonte Se gli scienziati fanno lobby descrive la natura e la storia dell’Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change), organismo delle Nazioni Unite che riunisce 195 scienziati e altre figure da tutto il mondo con il compito di monitorare lo stato della ricerca scientifica in materia di clima e a cui nel 2007 è stato assegnato il Nobel per la pace condiviso con Al Gore, e di Extinction Rebellion, movimento di attivisti contro il riscaldamento globale,indagando sulla lotta tra ambientalisti e negazionisti e riflettendo sulle somiglianze con quanto sta accadendo nel dibattito sulla pandemia. In L’insostenibile resilienza dell’essere Alessandro Aresu, riflettendo su un aforisma di Auden: «When words lose their meaning, physical force takes over», ci mette in guardia sull’abuso di due termini ormai diventati di moda: resilienza e sostenibilità, parola che non può non comparire ormai in tutti i bilanci, in tutti i Fondi di investimento (l’intesa tra Black Rock e Greta Thunberg docet) in tutti i discorsi dei politici, in ogni parte del mondo. Molto interessante e accuratissimo dal punto di vista storico l’articolo di Luca Steinman sul primo Partito Verde in Unione Europea, quello tedesco che si dichiara europeista, antirazzista e femminista e ha tra le sue guide molte donne. Michael Schellenberger ci invita poi a uno sguardo meno allarmistico sul riscaldamento globale.

Nella seconda parte Dario Fabbri ci mette in guardia dalla narrazione generalista che vede gli Usa indeboliti dal contagio a vantaggio di Cina e Russia e in parte anche Germania. Il virus non ha cambiato la gerarchia delle potenze: nonostante la Cina sia l’unico Paese industrializzato a vantare un incremento del Pil del 2,9% in piena pandemia, nonostante abbia di fatto sconfitto il virus e si presenti come fornitrice di vaccini per molte Nazioni, comprese quelle più povere, nonostante la firma del Partenariato economico globale regionale (Rcep, in acronimo anglofono), il più grande accordo di libero scambio al mondo, con alcuni storici alleati degli Stati Uniti, come il Giappone, la Corea del Sud, l’Australia, la Nuova Zelanda, le Filippine, l’immagine del Paese di Xi non è affatto positiva. L’analisi geopolitica di Fabbri, estremamente documentata, ci invita quindi a decifrare freddamente le dinamiche tra le potenze e «ad agire in sintonia con l’attualità anziché con il sogno. Per affrancarci dal medesimo pregiudizio che fu dei greci nei confronti dei romani, prima di scoprirli alle porte». Molto interessante l’indagine di Lorenzo Noto sui modi e gli approcci alla lotta contro la pandemia nei diversi Stati Uniti, efficacissima per fare emergere le diverse Americhe presenti all’interno della potenza egemone. «Lo scenario che emerge dalla mappatura dei provvedimenti contro il coronavirus vede Stati atlantici e pacifici, benestanti e democratici, contrapposti agli Stati massimalisti del Sud a trazione trumpiana, con in mezzo il germanico Midwest (quasi 70 milioni di persone tra Nord Dakota, Sud Dakota, Nebraska, Missouri, Iowa, Minnesota, Wisconsin, Michigan, Illinois, Indiana, Iowa, a cui spesso vengono accorpati Kentucky e Pennsylvania) cuore e canone del Paese, spazio conteso e decisivo dello scontro elettorale. Azzeccatissima la citazione di Alexis de Tocqueville che apre l’analisi di Noto: «Così i pericoli da cui l’Unione americana è minacciata, non nascono né dalla diversità delle opinioni, né da quella degli interessi. Bisogna cercarli nella varietà dei caratteri e nelle passioni degli americani». La posizione in merito alle epidemie del passato e del presente di Fauci, che ha servito per quarant’anni lo Stato americano sotto le diverse amministrazioni, è ben descritta da Paolo Mastrolilli che sottolinea come, con Trump, la scienza non sia stata ascoltata dalla politica.

Tra le risposte dell’intervistasarà utile leggere il parere di Fauci in merito ai provvedimenti anti Covid presi dall’Italia e la sua opinione sulla possibilità di future epidemie. Approfondita l’analisi di Giorgio Cuscito sul futuro della Cina e di Xi Jin Ping relativamente alle sfide sanitarie ed ambientali, ai conflitti interni e con l’America, mentre l’economista Vladimiro Giacchè ridimensiona con dati inoppugnabili la narrazione ultraentusiastica dell’economia tedesca, confrontandola con la risposta italiana al Covid. L’Italia non ne esce affatto male. Elena Dusi fa una panoramica dei vaccini a livello mondiale e della loro distribuzione.

L’articolo che più piacerà a lettrici e lettori italiani e che userò nelle mie lezioni di relazioni internazionali è però senza dubbio quello di Paolo Peluffo, Il Covid-19 non spacca l’Italia, scritto in forma di lettera a Ciampi. Contiene informazioni importantissime, che difficilmente i media ricordano quando parlano di Unione Europea. Articolo vivamente consigliato di cui riporto solo la parte finale, sperando di avere incuriosito chi legge. «A lei (Presidente Ciampi) farebbe piacere sapere che ogni giorno su Twitter un economista austriaco, Philipp Heimberger, ricorda inesorabilmente ai denigratori di un’Italia “cicala” che l’Italia è il Paese in Europa che da 25 anni ha seguito politiche di austerità di una severità senza pari, producendo avanzi primari (non certo quest’anno) ininterrottamente, che nessuno ha fatto meglio di noi, che abbiamo una posizione creditoria verso l’estero, che produciamo più di quanto consumiamo. Gli italiani non consumano i risparmi degli altri Paesi europei. Gli italiani sono come le formiche, non come le cicale, non vivono al di sopra dei propri mezzi. Ma sembrano vittime della propaganda altrui. Le piacerebbe questo economista, caro Presidente, perché restituisce l’immagine reale, quella di un Paese in fondo serio, che ha agito in piena continuità nelle diverse stagioni della politica e che ha subìto un enorme danno dall’austerità in termini di mancata crescita, annullamento degli investimenti al di sotto del livello della mera ricostituzione del capitale fisso. Ma lo ha fatto per conservare il beneficio di essere al centro di una grande area produttiva e democratica, l’Europa. Un Paese serio, che ha fatto onore ai suoi impegni e che può ancora ripartire, grazie all’unità del suo popolo».

La terza parte della rivista si apre con un articolo, pubblicato sul “New York Times”, nella traduzi0ne di Viola Stefanello, che descrive i danni causati dagli incendi, dall’innalzamento delle temperature (54 gradi in agosto in California), dalle inondazioni e dalle tempeste in Usa, prospettando una migrazione interna di circa quattro milioni di americani dalle terre divenute inabitabili del Sud agli Stati montani del Nord a causa del cambiamento climatico e dalla siccità. L’autore dell’articolo, Abraham Lustgarten, ricorda inoltre che nel sistema finanziario sta emergendo una nuova classe di debiti pericolosi: i mutui ipotecari su immobili a rischio climatico, nuova mina di un’economia irresponsabile che fa dell’azzardo morale pratica quotidiana. Prepariamoci dunque a un’ondata di migranti climatici interni agli Stati Uniti e a una nuova Dust Bowl come quella della Grande Depressione, ora come allora incentivata da politiche sbagliate. Uno sguardo alla Cina ne mette in luce le contraddizioni tra le dichiarazioni di «cielo azzurro, montagne verdi e fiumi trasparenti» e la lentezza del processo di decarbonizzazione. Mauro De Bois e Orietta Moscatelli affrontano la politica ambientale della Russia con un notevole grado di approfondimento nella loro analisi dal titolo Il dilemma siberiano di Mosca.

Interessantissima tutta la partita dell’Artide e dell’Antartide in relazione al riscaldamento globale, che invito a leggere ma su cui per motivi di spazio non ci si può soffermare. Da approfondire con interesse e attenzione la posizione della Gran Bretagna dopo la Brexit su questa parte di mondo, su cui si sono affacciati numerosi Paesi tra cui la stessa Scozia. Come scrivono Zeno Leoni e Duraid Jalili, nella traduzione di Martina Napolitano: «È partita la corsa all’Antartide. Non si risolverà in cento metri. È maratona in slow motion, forse persino un ultra trail» (…) «È infatti possibile che a decidere del futuro dell’Artide (come nuovo terreno di scontro o piuttosto àmbito di collaborazione tra potenze) saranno non tanto le mire geopolitiche degli attori internazionali quanto le più ampie ripercussioni ecologiche del surriscaldamento globale su questo territorio».

Per chi volesse interrogarsi sul suo significato, la copertina del numero di gennaio 2021, giocata sui colori del rosa e dell’azzurro, è illustrata dalla cartografa e artista Laura Canali al seguente link: https://www.youtube.com/watch?v=DwjSblcZM90.

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Articolo di Sara Marsico

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Abilitata all’esercizio della professione forense dal 1990, è docente di discipline giuridiche ed economiche. Si è perfezionata per l’insegnamento delle relazioni e del diritto internazionale in modalità CLIL. È stata Presidente del Comitato Pertini per la difesa della Costituzione e dell’Osservatorio contro le mafie nel sud Milano. I suoi interessi sono la Costituzione , la storia delle mafie, il linguaggio sessuato, i diritti delle donne. È appassionata di corsa e montagna. 

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