Fantascienza, un genere (femminile). Italia, anni Cinquanta. parte prima

1° settembre 1953: il numero 11 di “Urania” la «rivista mensile di avventure nell’universo e nel tempo», a cura di Giorgio Monicelli è in edicola al prezzo di copertina di 150 lire.

L’avventura della collana più popolare di fantascienza in Italia è iniziata meno di un anno prima, il 10 ottobre 1952, con la pubblicazione del primo di I Romanzi di Urania, The Sands of Mars (Le sabbie di Marte) di Arthur Clarke, tradotto dallo stesso curatore, che nel suo editoriale lo definisce un «classico romanzo di “fanta-scienza”, per usare un neologismo abbastanza efficace» e di immediata, immensa fortuna. Figlio di Tomaso, fratello per parte di padre del celebre regista Mario, Giorgio Monicelli (nato il 21 maggio 1910) è un intellettuale brillante e sregolato, che tuttavia trova ascolto e spazio presso Arnoldo e Alberto Mondadori (la moglie del primo è Andreina Monicelli, sorella di Tomaso), che intuisce le potenzialità di entrambe le iniziative editoriali.

Copertina del primo numero di I romanzi di Urania, 10 ottobre 1952

La rivista che presenta «racconti brevi, romanzi a puntate, rubriche e articoli (curiosità scientifiche o pseudoscientifiche) sul modello di precedenti americani illustri» (Giulia Iannuzzi) ha vita breve: cessa le pubblicazioni nel dicembre 1953, dopo quattordici numeri. La collana di romanzi, di «avventure nell’universo e nel tempo» che dal 6 giugno 1957 prende semplicemente il nome di Urania conosce invece un successo durevole; la direzione di Monicelli si protrae fino al 2 ottobre 1961, quando il geniale e inquieto Giorgio lascia Mondadori.

Giorgio Monicelli e Maria Teresa Maglione ritratti da Giuseppe Festino, storico illustratore di fantascienza (per gentile concessione dell’autore): i disegni, dei primi anni Duemila, rappresentano la coppia tra gli anni Cinquanta e Sessanta

Dunque, il numero 11 della rivista intitolata alla musa dell’astronomia contiene la prima parte di un romanzo breve in due puntate, I figli delle stelle di Elizabeth Stern (la seconda esce sul numero successivo, in edicola il 1° ottobre 1953): si tratta in assoluto del primo testo di autore italiano anzi, di autrice che appare su Urania, nonché il primo di una donna. Il nome anglosassone costituisce infatti uno degli innumerevoli pseudonimi, tanto femminili che maschili, di Maria Teresa Maglione, alias Lina Gerelli, il nome di fantasia con cui è talvolta rubricata nei repertori di science fiction. “Mutti” Maglione, nata il 18 novembre 1904, è attiva nella redazione della rivista, scrittrice e traduttrice, nonché compagna di Giorgio Monicelli dal 1951; così la ricorda l’illustratore Gianni Renna: «era una donna dolcissima, […] anche lei molto colta, affascinante, piena di idee…», e conclude «erano molto, ma proprio molto affiatati. Si volevano bene» (in https://rivistatradurre.it/laltro-monicelli/). Il sodalizio è sia sentimentale, sia lavorativo: sulla rivista Maria Teresa Maglione non solo pubblica i propri romanzi, ma cura anche la rubrica “Conosci te stesso”, nella quale offre responsi basati sul Libro dei Mutamenti attribuito a Lao-Ye (ovvero I Ching, tanto in voga fino agli anni Settanta): il libro «vi indicherà quale strada dobbiate scegliere per il vostro meglio, affinché il vostro destino si possa compiere in armonia con le leggi dell’Universo». Un secondo romanzo, Gli inutili, a firma di Lina Gerelli, è pubblicato in ben quattordici puntate su I Romanzi di Urania in appendice ad altre opere prevalentemente francesi e anglosassoni ritenute di maggior richiamo dal 28 giugno 1956 al 20 dicembre dello stesso anno. Con lo pseudonimo di Esther Scott, Mutti guadagna la titolarità del numero 192 (in uscita il 7 dicembre 1958), quasi interamente dedicato al suo romanzo Organizzazione Everest. Fino a qui Urania; in base al documentatissimo Catalogo redatto da Ernesto Vegetti (al quale si rimanda per i racconti), negli anni Cinquanta Maglione pubblica altri tre romanzi: Il cratere di Satana (come Elizabeth Stern, in Galassia del 15 aprile 1957), L’allarme viene dal mare (come Lionel Stern, in Cronache del Futuro del 16-30 luglio 1958), La pace in pericolo (pure come Lionel Stern, in Le Cronache del Futuro del 15 gennaio 1959). Poi, se pure continua a scrivere, abbandona la fantascienza; morirà il 2 dicembre 1979, undici anni dopo Giorgio Monicelli, stroncato dalla cirrosi epatica il 2 novembre 1968, ineguagliato curatore di Urania fino all’avvento del compianto Giuseppe Lippi.

Da sinistra: incipit del romanzo breve I figli delle stelle, in Urania (rivista) n. 11 del 1° settembre 1953, pubblicato con lo pseudonimo di Elizabeth Stern; frontespizio interno di Organizzazione Everest in Urania (romanzi) n. 192 del 7 dicembre 1958; pubblicato con lo pseudonimo di Esther Scott (si noti il logo con il motto della collana)

Maria Teresa Maglione è la prima donna italiana a scrivere di science fiction negli anni Cinquanta, con consapevolezza del genere maturata anche grazie all’immersione nell’ambiente di Urania. La lettura dei suoi testi non porta però ad ascriverle altri meriti: l’analisi dei tre romanzi pubblicati su rivista e collana mondadoriane la sede più prestigiosa per la fantascienza in quegli anni fa emergere qualche intuizione brillante ma anche difficoltà nel costruire vicende solide, nel disegnare personaggi e sviluppi credibili (non verosimili, ma credibili).

I figli delle stelle si articola, anche strutturalmente, in due parti: la prima mutua l’idea di partenza e l’ambientazione in Islanda, «isola misteriosa e terribile», dal classico di Jules Verne Viaggio al centro della Terra, con il costituirsi di una spedizione di soli uomini che affronta un viaggio sotterraneo, in un ambiente dominato da fenomeni di elettromagnetismo e radioattività che lo fanno apparire «la vera sede dell’Averno»; la seconda parte affonda invece in un passato ancestrale e mitico, patrimonio della cultura vedica, dal quale una razza stellare destinata all’estinzione per l’esaurimento naturale dei propri soli sarebbe giunta alla Terra, «pianeta di sciagura e maledizione», per trovarvi rifugio, unendosi e diluendosi nella «specie belluina» autoctona, connotata da «incurabile animalità», ovvero donne e uomini terrestri. Ossessione per la purezza a parte, gusto per l’avventura tardo ottocentesco ed esotismo esoterico mal si armonizzano tra loro, per quanto scrive Mutti «Nulla è fortuito e tutto ha un senso, per incomprensibile che sia».

Gli inutili, come si è detto, è pubblicato in quattordici puntate, in appendice ad altre narrazioni, con funzione di riempitivo per arrivare alle 128 pagine che d’obbligo costituiscono il volumetto dei Romanzi di Urania: è difficile pensare all’effetto su lettori e lettrici che, per tutta la seconda metà del 1956, le lessero di volta in volta (si va da un minimo di due a un massimo di undici pagine per puntata), perché ora, letto d’un fiato, il romanzo si presenta come un composto indigesto, sotto il profilo strutturale e linguistico. Spiritosa l’idea della protagonista alter ego dell’autrice, la giornalista Lina Gerelli che vive in una bella casa romana vicina a Montecitorio con il marito Nico, la figlia Matilde, il fidanzato di questa Ugo e cinque gatti lovecraftiani, ma il registro della quotidianità familiare, che pure sa generare gustosi effetti comici, è troppo spesso contraddetto da toni tragici o melò, dall’accumularsi di drammi risolti sbrigativamente, da viaggi di andata e ritorno da e per altri mondi, con il fine di salvare l’umanità da oscure minacce interplanetarie e anche da sé stessa. Il tutto nella cornice di quella che non è azzardo definire “fantascienza democristiana”: nell’ascetico e saggio «don Luigi», cooptato nel consesso di spiriti eletti trasferiti sul pianeta amico Betelgeus, è impossibile non riconoscere don Luigi Sturzo (che morirà nel 1959), mentre non è immediata l’identificazione di Piero «il più quotato tra i papabili alla Presidenza del Consiglio», di «Peppino, che è stato Presidente del Consiglio, o Giulio che ha retto gli Interni o Carlo che è stato agli Esteri per tanti anni», individuati come promotori di una sorta di comitato di salvezza nazionale di fronte alla minaccia aliena: potrebbero essere Piero Malvestiti, Giuseppe Spataro, Giulio Andreotti, Carlo Russo, uomini di punta della Democrazia Cristiana che governa l’Italia nella seconda metà degli anni Cinquanta. Sono gli anni della guerra fredda: Lina/Maria Teresa prende senza esitazione le parti degli Stati Uniti, attribuendo al nostro Paese un ruolo di positiva mediazione e inserendo nell’intreccio la longa manus dell’Unione Sovietica nella persona di un’avvenente (come si diceva allora) quanto perfida spia russa; tra gli altri personaggi femminili, si segnala la pragmatica robot, con funzione di domestica, Luisina, equivalente nostrano dell’illuminato Jenkins del romanzo City di Clifford Simak (pubblicato in Italia nel 1953). Science fiction, spy story, romanzo sentimentale: la contaminazione dei generi (espressione ormai ineludibile quando si scrive di fantascienza delle donne) non è di per sé stessa un valore.

I quattordici numeri di I romanzi di Urania del 1956 su cui è pubblicato, a puntate, Gli inutili, con lo pseudonimo di Lina Gerelli

Organizzazione Everest «è il racconto dell’impresa più colossale che mai gli uomini si siano prefissi di portare a termine: affratellare tutti i popoli della terra e salvare il mondo. È un racconto originale e sensato, è la piacevole esposizione di un’idea che gli uomini dovrebbero attuare». Questa la presentazione, certamente scritta da Giorgio Monicelli, alla pagina 2 del n. 192 di Urania; il nuovo romanzo di Maria Teresa Maglione, pubblicato a due anni di distanza dal precedente, appare antitetico rispetto a quello, almeno sotto il profilo strutturale e stilistico. Quanto la vicenda di Gli inutili è disarticolata, procede per accumulo e sovrapposizione, con la lingua che scivola nel pastiche involontario, tanto quella di Organizzazione Everest è lineare, coerente nello sviluppo e nella scelta del registro. Più matura anche l’interpretazione della scena politica internazionale (ognuno dei «due colossi» scrive Maglione, alludendo naturalmente alla guerra fredda e alla competizione tra Stati Uniti e Unione Sovietica «temeva che l’altro riuscisse ad avere la precedenza nella conquista dello spazio»), più aperta la visione del mondo; significativo a riguardo il discorso che la bella Katie Hansen rivolge al protagonista Tom Hopkins, che come lei è stato cooptato in Everest, discorso che provoca nel giovane «un senso di piacevolissimo orrore», allontanandolo per sempre da lei. «Ci siamo conosciuti in un mondo che non è il nostro. così Katie, cui è riservato il compito di esprimere l’ideologia antitetica a quella dell’autrice Un mondo nel quale siamo tutti considerati sullo stesso piano, in cui io sono messa sullo stesso piano di un cammelliere mongolo… Voi che, senza nessuna intenzione di offendervi, siete soltanto un meccanico, senza titolo di studio, e quel professor Omar, che sarà uno scienziato finché si vuole ma che rimane pur sempre un negro! Io non accetto un mondo come questo». Visione aperta, ma non troppo, certamente ancorata a un sistema valoriale maschile, tanto che come si legge in un passo del romanzo nell’organizzazione che ha per scopo la salvezza del mondo (e che è quasi un rovescio della Spectre concepita da Ian Fleming) «per i figli decide il padre. È un diritto antico che qui viene ancora rispettato». Al di là di tutto, questo pare il limite più doloroso di Maglione: poco o nulla del suo essere un’autrice donna si riverbera nella sua scrittura.

In apertura: copertine dei numeri di Urania che contengono romanzi di Maria Teresa Maglione. Da sinistra: Urania (rivista) n. 11 del 1° settembre 1953 (in appendice I figli delle stelle, prima puntata); I romanzi di Urania n. 141 del 20 dicembre 1956 (in appendice Gli inutili, ultima puntata); Urania (romanzi) n. 192 del 7 dicembre 1958 (Organizzazione Everest).

***

Articolo di Laura Coci

y6Q-f3bL.jpegFino a metà della vita è stata filologa e studiosa del romanzo del Seicento veneziano. Negli anni della lunga guerra balcanica, ha promosso azioni di sostegno alla società civile e di accoglienza di rifugiati e minori. Dopo aver insegnato letteratura italiana e storia nei licei, è ora presidente dell’Istituto lodigiano per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea.

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