Editoriale. La carica dei 101

Carissime lettrici e carissimi lettori,

andiamo con soddisfazione avanti e scriviamo questo secondo numero a tre cifre della nostra rivista. Il primo in blu, con l’inserto destinato alla scuola e ai ragazzi e alle ragazze, Vitamine per leggere, sempre interessante, che troverete appena dopo gli articoli di Vitaminevaganti come ogni volta con l’editoriale dedicato.

Siamo in tempi di crisi e di dubbi. Non certo il dubbio costruttivo che spinge il pensiero e l’agire ad andare avanti, ma il dubbio di rimanere in una stasi instabile e infinita, dalla quale non si riesce a scorgere una precisa soluzione.

Stiamo forse uscendo da una crisi di governo, ma è soprattutto una crisi della politica che esige chiarezza e trasformazione. «Non ci vuole sempre l’uomo della provvidenza ha detto l’attore e politico Moni Ovadia . Esiste in Italia una netta assenza di un progetto sociale serio di cui, invece, si avrebbe fortemente bisogno. Concentrarsi sempre sulle emergenze non è giusto senza creare un futuro sociale per il nostro Paese, è deludente e scoraggiante. Anche il fatto di trasmettere sui media esclusivamente notizie sconcertanti sul virus serve a poco, o meglio mette solo paura a chi ascolta o legge. Non vedo un’azione che istruisce che, invece, dovrebbe puntare su come evitarlo e sui mezzi che ci sono per combatterlo. I tagli al sociale, ai quali ormai siamo abituati da tempo, che penalizzano la scuola, la sanità, la cultura, sono facili da mettere in atto. Perché più la politica taglia meno appare responsabile e non si pensa conclude con amarezza Ovadia che è la cultura a salvare il mondo. Io sono Cassandra, ma lo faccio per mestiere!»

Che la pandemia sia un momento di scoperchiamento delle crisi in atto si vede anche dalla problematicità e dall’esistenza di una economia che, e lo abbiamo già scritto, ha bisogno di trasformarsi e togliersi dalle dinamiche del profitto tout court a livello mondiale e non solo europeo.  «La pandemia è un eccezionale acceleratore del cambiamento economico di cui ha bisogno l’Europa in questo momento ha detto in un’intervista Jean-Claude Trichet, ministro dell’economia francese e predecessore di Mario Draghi alla guida della Bce Adesso è il momento in cui è possibile agire perché è cambiata la situazione internazionale e la politica si è resa più dialogante. Ora si può aprire un discorso con il nuovo presidente americano Joe Biden da poco alla Casa Bianca, mentre con Donald Trump non era possibile nessun tipo di approccio. Abbiamo vinto contro la speculazione e possiamo avviarci verso una visione diversa dell’economia. Ora ricorda ancora Trichet sta uscendo di scena in Europa la Cancelliera tedesca Angela Merkel. Dobbiamo tener conto di chi le succederà perché la Germania, insieme all’Italia, è un Paese imprescindibile al che l’Europa possa esistere».

Nonostante metta paura la “conversione” repentina del sovranismo nostrano all’europeismo integrale (una “casacca” cambiata, come giustamente si è notato, nel giro di un giorno!) vogliamo credere all’Europa e a una politica economica comune più attenta all’ambiente e consona a un umanesimo da intraprendere quando e, aggiungerei, grazie al quale, usciremo dalla sottomissione a questo virus.

Guardiamo dunque di buon occhio la proposta della nascita di un Ministero apposito (il ministero della Transizione ecologica) proposto dal governo nascente e ideato dopo l’incontro con le delegazioni ambientaliste a Palazzo Chigi. «Un inedito che dovrebbe essere un segnale della rilevanza delle tematiche ambientali nell’agenda del futuro governo scrive nella newsletter serale ai suoi ascoltatori Radiopopolare Certo, a chiederlo è soprattutto l’Europa, che impone di dedicare il 37% dei fondi Next Generation Eu al contrasto ai cambiamenti climatici. Lo prevede anche il Recovery plan finora approntato, che destina quasi 69 miliardi alla rivoluzione verde e alla transizione ecologica». Greenpeace, Legambiente e Wwf hanno chiesto al Presidente incaricato «un impegno concreto sulla decarbonizzazione, anche per rispettare il rinnovato obiettivo europeo di ridurre le emissioni del 55%, e non più del 40%, entro il 2030. Questo vuol dire si legge ancora nella newsletter anche aumentare la quota delle rinnovabili. Un capitolo importante è quello della transizione ecologica, che è anche il nome del nuovo super ministero. Sotto questo titolo si inserisce il nodo delle bonifiche dei siti inquinati, che come dimostra il sequestro della Caffaro a Brescia, arrivato a 20 anni dalla prima denuncia, è un tema attualissimo e urgente».

Temi attuali e urgenti da risolvere sono anche quelli che riguardano la scuola, da cui parte l’educazione alla cultura dei e delle giovani. Il tema della scuola è sentito moltissimo in attesa delle nomine dei nuovi o delle nuove ministre. La scuola e chi ne fa parte, dalle e dagli insegnanti ai ragazzi e alle ragazze, fino ai e alle collaboratrici hanno sentito pesantemente su di loro questo periodo di invasione del virus. Prima con la Dad, la didattica a distanza, che comunque ha permesso a tutti e tutte di arrivare alla fine dell’anno scolastico trascorso e di compierlo nel pieno della legge, con il proprio regolare rendiconto finale, poi ora con le scuole primarie e secondarie di primo grado in maggioranza aperte e per le superiori una frequenza in ddi (didattica digitale integrata o mista) in classe, a rotazione del cinquanta per cento dei e delle alunne, con tutte le difficoltà immaginabili, a partire da connessioni spesso non brillantissime per chi rimane a casa.
Tutto questo nonostante l’improvvisazione dell’approccio fin da marzo, all’inizio del primo lockdown. A nessuno/a era stato allora, infatti, insegnato nulla prima, in previsione di una pandemia, e neppure si erano messe in pratica le cosiddette esercitazioni, come viene richiesto, ad esempio, per prepararsi all’evacuazione in caso di incendio o per il terremoto.
Per questo molte e molti docenti si sono sentiti turbati/e dalle parole che avrebbe detto (il condizionale è d’obbligo perché non da intervista diretta) il presidente incaricato Mario Draghi, riguardo all’assenza o chiusura di una scuola che invece è sempre stata funzionante e all’eventualità del protrarsi delle lezioni fino al prossimo luglio, con un’Italia che letteralmente bolle ed edifici scolastici poco accoglienti perché spesso vecchi e sicuramente privi di qualsiasi adeguato mezzo di refrigerazione. Raffaele Mantegazza, docente di Pedagogia a Milano Bicocca, ha scritto in una lettera al futuro/a ministro/a di viale Trastevere che avrà su di sé, questa responsabilità terribile: «Mentre scrivo non so ancora il Suo nome, non so cioè a chi il presidente incaricato Draghi avrà dato questa responsabilità terribile ma anche appassionante di ricostruire le fondamenta della scuola dopo e durante il Covid; anzi, “ricostruire” è una parola sbagliata perché dà l’idea delle macerie, mentre forse il primo Suo compito sarà proprio quello di valorizzare l’esistente e di capire che la scuola non è crollata anzi che è forse una delle poche realtà che sono riuscite a salvarsi nell’emergenza che stiamo attraversando. Ho molto apprezzato che nelle parole del futuro Presidente del Consiglio la scuola sia comparsa immediatamente, però mi ha preoccupato l’idea che si debba “recuperare il tempo perso”; questo penso sia un errore che Lei non dovrà commettere: non si è perso tempo ma si è lavorato, i ragazzi si sono fortemente impegnati per rimanere studenti, per non perdere la loro identità di persone che tutti i giorni affrontano la cultura, la scienza e ciò che lo scibile umano ha prodotto in questi millenni. e aggiunge Questa scuola non può continuare così signor Ministro, questa scuola deve cambiare, perché questa non è scuola. La scuola non è la caccia a chi copia, non è il terrore nella verifica, non sono voti orwelliani come “meno due” in greco o “uno meno” in fisica. 
Signor Ministro, questa stupidità non può più nascondersi dietro il concetto di libertà d’insegnamento perché nessun adulto può invocare la libertà di usare un voto per umiliare un ragazzo. Quello che secondo me è assolutamente da evitare è che inizi una folle corsa ad apprendimenti che NON SARANNO CONSEGUITI perché saranno solo incamerati meccanicamente e poggeranno su un letto d’ansia; ma chi mai nella vita impara qualcosa solo perché “è in ritardo” o partendo da una situazione di pressione psicologica? 
Signor Ministro, chiediamo alla scuola di cambiare verso: di ascoltare i ragazzi ma non in senso retorico; un ascolto che sia una ricognizione di come i ragazzi hanno imparato, di quale è stata la disciplina che li ha consolati e che li ha fatti sognare nel chiuso delle loro camerette, di quali metodologie individuali e di gruppo hanno messo in atto per riuscire a mantenere la loro identità di studenti».

Le donne, la loro subalternità nella società italiana ancora profondamente patriarcale, l’ingiustizia e il dolore che le sopraffà ritornano dolorosamente e costantemente alla ribalta delle cronache, proprio come un incessante “aneddoto scabroso”, per dirla con il poeta, recitato nella follia di un teatro degli orrori, non consolante, ma esplicito ossimoro in tutta la sua oscenità (ob scena, fuori dalla scena). Tre femminicidi in meno di un giorno segnano di nuovo non l’emergenza (perché è purtroppo quotidianità) ma l’urgenza di un interessamento da parte della politica che non ci stancheremo mai di reclamare. Una questione che, prima di tutto, come ci hanno suggerito le bellissime parole di Michela Murgia, è mortificazione della persona prima di essere tradotta nella sua morte reale.

Le cronache parlano ancora di tante donne umiliate, sfruttate, minacciate, malpagate e fisicamente sottomesse. Scrivono di ragazzine, come quelle delle campagne della provincia di Ragusa, sfruttate, private della scuola (perché non c’è un autobus che passa di lì), umiliate e abusate (ti chiedono il corpo in cambio del pagamento della benzina per un passaggio in città), imprigionate dal lavoro incessante. Ragazze “senza sogni” perché già basta loro avere solo “una vita normale”!

Piera Napoli, Ileana Fabbri, Heshta Luljeta sono morte tra sabato scorso (il 6 febbraio) e domenica 7 febbraio, ammazzate, con una ferocia e una violenza inaudita. Accoltellate. Colpite a più riprese. Chi nella propria casa e chi in mezzo alla strada in pieno giorno sotto gli occhi di tutti e di tutte. Luljeta, il cui nome in albanese ha un significato dolce e pieno di speranza: fiore della vita, faceva la prostituta a Pedriano, vicino a Melegnano, una bella cittadina a pochi chilometri da Lodi e da Milano, un mestiere che si è soliti appellare come il più antico del mondo, ma lo è solo per il tempo dello sfruttamento e della reificazione estrema del corpo femminile da parte del maschio cliente e abusante.

A lei, a Luljeta, ma anche a tutte le donne che soffrono per mano e volontà di un uomo che dovrebbe essere compagno della loro vita, voglio dedicare con voi la chiusa di questo editoriale, una lettera scritta su facebook da una donna, Francesca Lembi, della città vicina al paese dove Luljeta è stata ammazzata: «Luljeta… non conoscevo il tuo nome… ma in questi 20 anni ho imparato a riconoscere, nella velocità della macchina che ti passava davanti, il tuo volto. Volto stanco, provato, a volte più disteso, sempre sobrio… Luljeta… non ti conoscevo ma facevi parte della mia quotidianità. Quando, passando su quella strada, non c’eri, la tua assenza si notava, quella sedia vuota con una bottiglia d’acqua accanto. Quando c’eri mi domandavo dei tuoi pensieri, della vita che ti aveva portata a quell’angolo di strada. Che ci fosse freddo neve o il solleone tu eri lì, turno mattina e pomeriggio. La sera chissà dove andavi, cosa facevi. I primi anni, coi bambini piccoli, quando mi chiedevano cosa facessi lì, ferma, in mezzo al nulla, codardamente dicevo loro che aspettavi l’autobus. Ricordo ancora il giorno in cui passando, Paolo (nome di invenzione ndr), ormai undicenne, mi chiese conferma del tuo lavoro e dovetti parlargli delle ragioni, dello schiavismo, degli uomini, quei poveracci, che se ne fregano della dignità di un essere umano per un orgasmo… Luljeta, uno di questi uomini (chissà chi, chissà perché) ti ha strappato violentemente alla vita. Una vita sicuramente difficile ma che, sono certa, avresti voluto continuare ad assaporare. Ma, come ha detto mio marito stasera, pensando tutti insieme a te e a questa tragedia, il dramma della tua vita e la tragedia della tua morte ti porteranno direttamente in Paradiso, tra le braccia del Padre! Luljeta, ora potrai essere libera e vivere nella gioia!»  Mi permetto di aggiungere a questa accorata e bellissima lettera che una donna non deve morire e morire ammazzata per trovare la gioia, non può fare questa fine per vivere e guadagnarsi seppure il più laico dei Paradisi!

Perché ha ragione mia madre, con tutta la saggezza dei suoi 101 anni che compirà giovedì prossimo (il 18 febbraio): «la vita è preziosa!» Auguri tanti, a te, carissima madre, e a tutte le donne, che sono forti e piene di sogni, speranze e saggezza. Che nessuna mano ci colpisca più!

Buona lettura a tutte e a tutti.

In questo numero blu troverete: per la storia di Calendaria 2021 Christiane Schlesser-KnaffLily Unden: professoressa, artista, poeta e donna della resistenza lussemburghese. Leggerete della tristezza e delle contraddizioni amare legate alla tragedia delle Foibe, il cui ricordo, purtroppo strumentalizzato, si celebra annualmente il 10 febbraio. Interessante l’articolo sulla reificazione del corpo femminile attraverso la storia, partendo dall’antichità. Di Roma e del fascino delle sue strade, dei suoi luoghi sempre pronti a sorprenderci ci interesseremo in un altro dei nostri articoli. Un’altra città, Firenze (capitale per poco, prima di passare lo scettro a Roma, 150 anni fa) ci viene esposta con il fascino di città di Dante e con la splendida sede medicea dell’Accademia della Crusca a Villa Reale di Castello, appena fuori Firenze.

Buona lettura a tutte e a tutti.

***

Articolo di Giusi Sammartino

Laureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpreti; Siamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

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