Il formicolio sociale delle sette Rome

Una città e tante città insieme, questa è Roma. Una realtà urbana che si è ampliata nel corso della sua storia e il più delle volte non in maniera logica né virtuosa. Nel documento Roma può rifiorire, presentato da Pop Idee in Movimento, le città individuate sono sette, come sette erano i colli che caratterizzavano Roma nel suo antico passato. Il numero torna.
La prima città è quella turistica del centro storico, si legge a pagina 51 del testo, nel capitolo intitolato Sanare le grandi ingiustizie della città. Una città con circa centomila residenti, che sembrava non doversi fermare mai, dalla bellezza sconfinata e dal traffico continuo, perennemente intasata e calpestata da migliaia di persone e automobili. Con la pandemia l’abbiamo vista arrestarsi, sui teleschermi è apparsa fantastica nelle sue forme ma vuota e solitaria, suggestiva e drammatica insieme. Perché quel vuoto esisteva anche prima e non ce ne eravamo accorti. Una città dalla quale le persone residenti erano andate via (o mandate via), sostituite da turiste/i e impiegate/i, piena di alberghi, ristoranti e locali cresciuti e alimentati dai flussi quotidiani di persone legate al lavoro e al turismo. Il tessuto sociale ed economico nel tempo si era trasformato e forse in molte/i pensavano in meglio. Con il lockdown, l’ininterrotto andirivieni si è fermato, l’impalcatura della prima città è venuta giù rivelandosi costruzione dalle basi non solide e sicuramente non sostenibili. Le scene di piazza Navona deserta, della scalinata di Trinità de’ Monti vuota, di piazza San Pietro priva di persone, dei lungotevere sgombri di traffico mi hanno ricordato le passeggiate agostane di decenni fa quando, per scelta, restavo a Roma nel periodo delle ferie collettive. Mi serviva per riappropriarmi della “grande bellezza”. Il silenzio forse era simile, ma allora aveva il sapore del riposo nel caldo di agosto, della pausa che da lì a poco sarebbe finita, di un mondo non scomparso, solo chetato per un po’. Col blocco totale causa pandemia, si è capito che il cambiamento del tessuto sociale ed economico del centro storico non era stata una mossa azzeccata: via le persone residenti, le attività artigianali e commerciali di prossimità, le realtà culturali e umane caratterizzate da un saldo legame col territorio, e largo agli uffici, ai luoghi della movida, a quelli della pausa pranzo e delle compere per un turismo veloce e disattento. Il patrimonio archeologico e culturale che abbiamo ereditato aveva bisogno di maggior rispetto e di maggior attenzione, di uno sguardo capace di conciliare la sua sopravvivenza con le necessità economiche. Ora è necessario ripensare questa parte di città, trovare un adeguato equilibrio tra la sua preservazione e la sua fruizione, riprogettare la qualità della vita e la vitalità culturale e sociale, riconsiderare nuove forme e modalità turistiche, come si legge nel capitolo 10, Per un’economia giusta e un lavoro di qualità.
Io vivo nella terza città, «quella compatta […] dei palazzi intensivi lungo le vie consolari» con “una scarsa qualità degli edifici e degli spazi pubblici, una buona accessibilità al trasporto pubblico, un’ampia disponibilità di negozi e servizi, un soddisfacente “comfort cittadino”», non così lontana dal centro come le altre quattro città elencate nel documento. Più ci si allontana dal centro, più il senso di non appartenenza alla stessa realtà urbana aumenta. Quando insegnavo nelle scuole della “quarta” città, luogo «della disuguaglianza per eccellenza», con tassi di disoccupazione alti e livelli di istruzione bassi, e della “quinta città”, a cavallo del Grande Raccordo Anulare, spesso mi sentivo dire: “Quando ci porta a Roma, professoressa?”. La distanza era tale che le ragazze e i ragazzi si sentivano confinati in un mondo a parte, Roma era distante, il trasferimento fisico negli spazi del centro quasi un viaggio. Quella domanda era il sintomo di un’esclusione sociale e culturale che non mi sembra sia stata risolta.
Il rapporto Roma può rifiorire individua sei punti per invertire la rotta su altrettante «grandi ingiustizie», dal diritto all’abitare all’accoglienza, dalla lotta contro la dispersione scolastica a quella contro la diseguaglianza digitale e la povertà educativa. Anche la disuguaglianza di genere è una delle ingiustizie individuate. Lo spazio urbano è «modellato, come la società, a misura del genere maschile». Si parte dagli squilibri nell’onomastica cittadina, tutta rivolta a perpetuare una storia e una memoria maschili, e si arriva all’utilizzo degli spazi pubblici, dei servizi, dei trasporti. Le donne, che hanno il carico del lavoro domestico e della cura di bambine/i e anziane/i in gran parte sulle loro spalle, conciliano con fatica queste attività fondamentali con il tempo del loro lavoro. L’Istat ha calcolato che il peso dei compiti di cura familiare e domestica ricade quotidianamente sulle donne per 5 ore e 9 minuti, il doppio degli uomini. La complessità di queste sette città in una, le distanze tra lo spazio della vita familiare e quello del lavoro sono un ulteriore fardello da portare ogni giorno. Ci vorrebbe, come si legge nel documento, «un piano regolatore dei tempi e degli orari della città per ampliare e connettere le opportunità di studio, dei servizi sociali e sanitari, culturali con il tempo del lavoro, allargando la gamma delle opportunità» e «creando luoghi in cui casa, lavoro, scuola e spazi per il tempo libero siano interconnessi».
Non solo mobilità facilitata, però. Per le donne la città può anche essere uno spazio “ostile” perché non sicuro. Per trasformarlo in luogo più protetto «non servono recinti, telecamere e divieti, ma è necessario recuperare spazi abbandonati, aumentare i luoghi autonomi gestiti dalle donne», allargare il senso di appartenenza di tutte e tutti, rinsaldare i legami col territorio e le comunità residenti. Sono gli occhi delle cittadine e dei cittadini, gli scambi umani e sociali a rendere più sicuri e sereni i luoghi della nostra vita.
Riprogettare i territori urbani partendo dalle esigenze delle donne è un modo per migliorare la vita di tutte/i noi, donne e uomini, anziane/i e giovani, italiane/i e straniere/i. Serve «una pianificazione di genere» degli spazi urbani in cui l’inclusività sia un valore fondante e «dove il lavoro di cura e di sostegno, attualmente non retribuito o sottopagato» diventi punto di partenza di progetti e finanziamenti. Quindi non più solo sette città diverse, ma tante «micro-città per la “Roma in mezzora”» nelle quali le cittadine e i cittadini possano trovare i servizi di cui hanno bisogno in prossimità della propria abitazione. Un modo diverso di concepire la vita di donne e uomini e una differente cultura della mobilità, che possa rendere la realtà urbana più sostenibile e la vita non più scandita da una routine massacrante.
Uno degli strumenti concettuali, messi in evidenza dal rapporto per ripensare e riprogettare il sistema urbano romano nel suo complesso, è quello della «Ciambella per la giustizia ambientale e sociale di Kate Raworth», in base al quale si devono soddisfare i bisogni umani primari come cibo, acqua, alloggio, energia, sanità, istruzione, reddito ed equità di genere, pace, giustizia, diritto di espressione, tenendo presente quanto affermano le ultime linee scientifiche sul sistema Terra. «Lo “spazio sicuro ed equo” tra i confini della Ciambella – soddisfare i bisogni delle persone senza intaccare la capacità rigenerativa del Pianeta e dell’ambiente che ci circonda – è il nostro perimetro di gioco», si legge nelle pagine conclusive del rapporto Roma può rifiorire.
Nelle critiche giornate politiche che stiamo vivendo, dense di incontri, riflessioni e proposte ma anche di sfide, veti incrociati e soluzioni contraddittorie, le proposte di Roma può rifiorire possono aiutare a respirare, per parafrasare le parole Marta Bonafoni nelle note introduttive al documento. Il programma, che si propone come il risultato finale di un’azione collettiva di «centinaia di penne e di teste», ha l’ambizione di diventare una solida piattaforma e un palcoscenico aperto per il prossimo dibattito politico in vista delle elezioni amministrative nel comune di Roma. Una idea di nuova politica che vuole contrapporsi a quella vecchia che non va oltre la ricerca di facili consensi o il mantenimento delle posizioni raggiunte, spesso onnipotente e ancora “manovrata” soprattutto dagli uomini.

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Articolo di Barbara Belotti

Già docente di Storia dell’arte, si occupa ora di toponomastica femminile, storia, cultura e didattica di genere e scrive per diverse testate e pubblicazioni. Fa parte del Comitato scientifico della Rete per la parità e della Commissione Toponomastica del Comune di Roma.

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