Lily Unden. Donna, insegnante, artista, poeta, grande resistente

«A un tratto, udimmo una voce chiara e cordiale: — Wou sin d’Lëtzebuergerinnen? — [in lussemburghese nel testo]. Non credevamo alle nostre orecchie, alzammo la testa e vedemmo all’ingresso della “Blockstube” una giovane donna bionda con gli occhi chiari, vestita, come noi, dell’abito a righe blu e grigie, l’uniforme delle detenute del KZ di Ravensbrück. Ci apparve come una creatura discesa da un altro mondo nelle tenebre del campo. Con sguardo attento, osserva tutte noi, strette l’una all’altra. Alziamo le braccia, e non appena lei ci individua nella massa, si fa strada verso di noi e si presenta: — Lily Unden —. Questo istante non si cancellerà mai dalla mia memoria».

Disegno di Lily a illustrazione della lirica Nous nous souvenons… L’immagine, come tutte le successive, tranne la 5, è trattè dal volume di Christiane Schlesser-Knaff Lily Unden. Professeur, artiste-peintre, poète, grande résistante. 1908-1989. Sa vie, son œuvre, ses idéaux (Imprimerie Saint-Paul, Luxembourg 1991)

È la testimonianza, in francese, di Germaine Paulus-Schaack, contenuta nel volume di Christiane Schlesser-Knaff Lily Unden. Professeur, artiste-peintre, poète, grande résistante. 1908-1989. Sa vie, son œuvre, ses idéaux  (Imprimerie Saint-Paul, Luxembourg 199), opera di ampio respiro che l’autrice dedica con affetto immutato alla cara “Tati” (vezzeggiativo di “tante”, [“zia”]), ricchissima sotto il profilo documentario e iconografico, che apre alla conoscenza di una donna straordinaria, una resistente lussemburghese pochissimo nota in Italia (e quasi dimenticata anche dalla rete, che le riserva scarni profili in Wikipedia, in lingua inglese e in lingua francese), una donna che a ragione può essere considerata madre fondatrice dell’Europa, l’Europa delle donne e degli uomini, dei popoli, dei diritti e delle libertà, l’Europa che vogliamo.

Lily è la prima cittadina del Lussemburgo a entrare nel campo di concentramento per donne di Ravensbrück, nel maggio 1943: altre la seguiranno, nel corso dell’anno successivo, internate soprattutto per motivi politici, poiché le appartenenti alla comunità ebraica lussemburghese che nell’ottobre 1941 non si sono rifugiate altrove sono deportate nei campi di sterminio dell’Europa orientale, dopo l’occupazione e l’annessione forzata del Lussemburgo al Reich, avvenuta il 10 maggio 1940, in violazione della neutralità permanente del Paese, che data dal 1867, l’anno in cui il Granducato raggiunge la piena indipendenza.

Lily non lo esplicita, ma è certamente la perdita della sovranità del proprio Paese l’evento fondante della vita, che determina la scelta di libertà e solidarietà che connota tutta la sua esistenza. Léonie (questo il nome di battesimo) ha trentadue anni: è nata il 26 febbraio 1908 a Longwy-Bas, in Francia (al confine con Belgio e Lussemburgo), da Émile, ingegnere siderurgico lussemburghese di ascendenza svedese, e da Justine Thiry, di antica famiglia aristocratica francese; è la terza di tre figlie, dopo Elvire e Guiguy (madre di Christiane Schlesser).


Le tre sorelle Unden, Lily è al centro

Poco prima della Grande Guerra, la famiglia si trasferisce a Mülhenbach, nelle vicinanze della capitale del Granducato: Lily compie studi liceali, si specializza in Belle Arti dedicandosi alla pittura (a Bruxelles, Strasbourg, Metz), guida l’automobile: Émile Unden concede infatti alle tre figlie di conseguire il permesso di guida a patto che, per la loro sicurezza, imparino a sostituire pneumatici ed effettuare piccole riparazioni meccaniche. Dopo la morte del padre e il matrimonio delle sorelle, Lily accudisce la madre fino alla morte di questa, nel 1939; intanto, è divenuta un’artista affermata: dipinge ritratti, paesaggi di gusto post-impressionista, nature morte (le celebri composizioni di fiori memori della luce di Aix-en-Provence e della pennellata di Vincent Van Gogh), espone in collettive e personali dall’inizio del 1934 alla fine del 1938 (riprenderà a farlo a guerra conclusa, nel 1946).
Non è Lily a raccontare le vicende del proprio impegno nella resistenza lussemburghese e del salvataggio di persone ebree, dell’arresto e della detenzione, della deportazione. Forse, come sembra intuire Christiane Schlesser, e come scrive Anna Maria Bruzzone a proposito di Lidia Beccaria Rolfi, italiana sopravvissuta a Ravensbrück, al loro rientro in patria le deportate politiche «spesso si videro opporre un muro di disinteresse, di incomprensione, di diffidenza e talora persino di ostilità»: se infatti, come si “conviene” alle donne, fossero rimaste a casa, non sarebbero state deportate; è come se, in qualche modo, se la fossero cercata.


Lily davanti alla casa di famiglia

Il racconto dettagliato del periodo della resistenza — una testimonianza in prima persona rilasciata dalla stessa Lily — è pubblicato dal Colonel Rémy, nome di battaglia del resistente francese Gilbert Renault, nell’opera Une épopée de la Résistance: en France, en Belgique et au Grand Duché du Luxembourg (edita in fascicoli negli anni 1975-1976), che definisce l’amica «un ange de bonté, vénérée de toutes celles de ses compagnes de misère qui l’y ont approchée».
Eccolo: scandito, qualora possibile, dalla cronologia degli eventi. Il 3 giugno 1942 (due anni dopo l’annessione forzata del Lussemburgo) a Lily Unden è fatto divieto di dipingere, a seguito del rifiuto di aderire al movimento di ispirazione nazista lussemburghese VdB (Volksdeutsche Bewegung), ormai unico partito legale del Granducato, e alla Kulturkammer, pure controllata dal Reich.
A questo proposito Christiane Schlesser ricorda di aver ascoltato da “Tati” un aneddoto significativo: «Peccato che voi non vogliate essere dei nostri — le confida con rammarico un occupante — voi siete veramente un tipo ariano e il nostro governo ha bisogno di persone come voi». Al momento dell’invasione del Paese, la regnante Charlotte de Luxembourg, con la famiglia e i membri del governo, si era rifugiata dapprima in Francia, poi in Inghilterra; da qui, attraverso Radio Londra, parlava al suo popolo incoraggiandolo a resistere: «Je suis fidèle a ma grande-duchesse» dichiara Lily, da tempo in contatto con gruppi della resistenza lussemburghese (numerosi ma, fino al 1944, disuniti e scarsamente efficaci): Lpl (Letzeburger Patriote Liga, costituita nel settembre 1940), Lvl (Letzeburger Volks-Legio’n, formata nel giugno 1941), nonché il movimento Lrl (Letzeburger Ro’de Lé’w, le “Lion rouge luxembourgeois”, nato nell’ottobre 1941). Nell’agosto 1942, in concomitanza con la preparazione del grande sciopero generale indetto per l’ultimo giorno del mese contro la coscrizione obbligatoria, Unden accoglie e nasconde per otto settimane nella sua casa Albert Meyers, capo del Ro’de Lé’w, aiutandolo a espatriare nel vicino Belgio. In precedenza ha soccorso, rivestendolo con abiti civili, un soldato francese fuggito da un campo di prigionia e, per onorare la promessa fatta a un conoscente ebreo passato in Francia, accompagnata dal fedele cocker Sonny, si è recata in un convento nel nord del Paese ove erano stati internati gli anziani appartenenti alla comunità ebraica, portando notizie del giovane ai genitori: per passare inosservata, si è apposta una stella gialla sull’abito ed è poi miracolosamente sfuggita a una ispezione della Gestapo nascondendosi nel magazzino del carbone, passando e ripassando sotto il filo spinato che circonda l’edificio con il cagnolino tra le braccia. Tornata a casa, ha continuato «à faire passer en France d’autres Juifs et d’autre prisonniers de guerre français évadés d’Allemagne».


Lettera del 21 febbraio 1963 indirizzata a Lily dal Comptoir Pharmaceutique Luxembourgeois

Pure dall’agosto 1942, Lily è costretta dagli occupanti a lavorare presso il Comptoir Pharmaceutique Luxembourgeois (non le è consentito, invece, essere impiegata come aiutante di un fotografo o come autista della Todt, la più grande organizzazione paramilitare che opera per la Wehrmacht), addetta principalmente al lavaggio della vetreria: nel laboratorio è arrestata dalle SS («Wo ist Fraülein Unden?») il 3 novembre dello stesso anno, alla presenza dei dirigenti e di alcuni impiegati («Cinq revolver pour moi tout seule? Quel honneur!»). Detenuta e interrogata per alcuni giorni a Villa Pauly, sede della Gestapo (la “Villa Triste” lussemburghese) nel quartiere di Grund, è poi trasferita in Germania, nella prigione di Treviri (per qualche mese), in un campo presso Colonia (per quindici giorni), in luoghi di detenzione ad Hannover e Berlino.

Durante la prigionia è costretta a riparare le calze dei soldati tedeschi al fronte e — come racconta l’amica M.me Gengler de Niederkorn — nello svolgimento di questa mansione compie piccoli ma significativi atti di sabotaggio: cuce le toppe con minuti punti impeccabili, ma tanto vicini ai bordi dei buchi da renderle inefficaci; oppure inserisce capelli nelle riparazioni, per procurare fastidio e prurito ai soldati che indosseranno nuovamente le calze. Poi, «finalement», nel maggio 1943, Ravensbrück. E qui la testimonianza di Lily all’amico e compagno di lotta Colonel Remy si risolve in poche frasi. «Arriviamo stanche davanti a un muro altissimo, nero, che si estende a perdita d’occhio. — racconta Lidia Beccaria Rolfi in Le donne di Ravensbrück — Nel muro si apre un portone sormontato da torrette, ci sono tante donne in fila che varcano il portone, mentre soldati SS le contano». Una città concentrazionaria, con blocchi «tutti uguali, neri, tristi», dalla quale naturalmente, in ragione dei «fili con la corrente ad alta tensione» e delle «torrette di guardia con le mitragliatrici puntate» è impossibile fuggire, una città «a misura del sistema che ha bisogno di ammassare il maggior numero di schiave nel minor spazio possibile per comprimere i costi e aumentare i profitti».


Il bagno penale nazista di Ravensbrϋck. Pianta sottratta alla Gestapo. Pianta di Ravensbrϋck dell’artista francese France Audoul, che fu una delle “vingt-sept mille”, il più numeroso gruppo di prigioniere francesi, arrivato al campo il 3 febbraio 1944. Il disegno mostra il complesso principale ai confini con il lago, con il cancello, l’edificio per le docce e la cucina, e l’Appelplatz. Sono inoltre visibili la camera a gas (gaz) e il crematorio. Contro il muro sud c’è il giardino delle SS; al di là di esso ci sono il Siemenslager e i magazzini in cui i beni sottratti alle prigioniere (marchandises volées) venivano ordinati e custoditi. È chiaramente indicato anche il “Camp d’Extermination” di Uckermark, così come le postazioni delle mitragliatrici a nord. Sulla sponda del lago ci sono i resti di un piccolo forte (fortin) e il marais, la riva sabbiosa.Tratto da Ravensbrϋck: 150.000 femmes en enfer. 32 croquis et portraits faits au camp 1944-1945, 22 compositions et textes manuscrits de France Audoul

Il Kl di Ravensbrück (località novanta chilometri a nord di Berlino) è costruito nel 1938, per disposizione di Heinrich Himmler e su un terreno di sua proprietà; è aperto il 15 maggio 1939 e inizialmente destinato alla “rieducazione” delle donne internate: tedesche, austriache, cecoslovacche, polacche, olandesi, norvegesi, successivamente francesi (e lussemburghesi) e italiane, diverse zingare, alcune ebree e molte testimoni di Geova. Nei primi anni della guerra la condizione delle deportate è migliore che altrove: lavorano per Texled, l’azienda tessile di proprietà delle SS per la confezione di divise, e per Siemens, l’impresa privata che utilizza le lavoratrici coatte per la produzione di materiale di alta precisione per l’industria bellica. Il 1942 è però l’anno della svolta e Ravensbrück diviene un campo di sterminio: con l’arrivo di trasporti sempre più numerosi (in particolare di civili prese prigioniere in Unione Sovietica), iniziano le selezioni, gli esperimenti su cavie umane, i cosiddetti “trasporti neri” che mandano a morte «le deportate che non possono più lavorare, le malate, le donne che hanno i capelli bianchi e le piaghe sulle gambe», che si intensificano nei successivi anni 1943 e 1944, fino all’inizio del 1945: la progressiva e inesorabile diminuzione delle razioni alimentari, unita alla temperatura gelida, condanna a morte le più deboli e anziane e il campo si dota di un forno crematorio proprio, infine di una camera a gas. Scrive ancora Lidia Beccaria Rolfi (cui si deve anche la citazione precedente): «le testimoni di Geova versano nel lago le carriole di cenere del crematorio e l’acqua che lambisce la sponda diventa grigia. Il risucchio porta la polvere grigia al largo e le donne delle SS e i bambini nuotano nella polvere grigia. La cenere dei morti è asettica. Non inquina».


Lettera inviata da Lily dal campo di concentramento di Ravensbrϋck alla propria famiglia (luglio 1943)

Per quasi due anni, Lily vive da internata. «Comme la plupart des victimes du nazisme, — nota Christiane Schlesser — Lily Unden ne parlait que très rarement de sa captivité». Le fonti delle notizie e degli episodi che la riguardano sono i racconti frammentari che lei stessa fa alla nipote e, soprattutto, le memorie di altre donne deportate.
Assegnata alla Texled, rinnova consapevolmente le azioni di sabotaggio (pratica, questa, propria delle deportate politiche): chiude le asole, attacca i bottoni in posizione sbagliata… Verso la fine della detenzione ha la possibilità di lavorare in ufficio, ove di nascosto, e a rischio della vita, si sintonizza sulle frequenze di Radio Londra: «Ascoltando la Bbc apprende dello sbarco in Normandia e, la sera, rende partecipi le compagne della notizia, che ne risolleva un poco il morale». Di questa «funzione psicologica importante» scrive anche Lidia Beccaria Rolfi, che ricorda la notizia della liberazione di Parigi «arrivata attraverso i fili invisibili di radiocampo, e arrivata subito, o quasi subito». E, soprattutto, Lily resta umana, compiendo piccoli grandi gesti di concreta solidarietà nei confronti delle compagne, che ne ricordano la dolcezza e la dignità («doceur» e «dignité»), il coraggio e la forza («courage» e «force», scrive Marie-Louise Pujol-Le Bozec).

È lo stesso Heinrich Himmler, a inizio aprile 1945 (quando le donne del campo sono ridotte a 11.000 da 46.000 che erano in febbraio), ad accettare le trattative con la Croce rossa internazionale, nella persona del diplomatico Folke Bernadotte, per liberare alcune prigioniere: un primo contingente di francesi è rilasciato il 3 aprile grazie alla Croce rossa svizzera, un secondo gruppo di francesi, belghe, olandesi, norvegesi, danesi (e di ottantaquattro lussemburghesi) abbandona il campo il 23 aprile con la Croce rossa svedese. Tra loro è Lily Unden.


In Svezia (maggio o giugno 1945). Lily è al centro dell’ultima fila

Dopo due mesi di soggiorno in Svezia, il 30 giugno 1945, torna nel Lussemburgo liberato dagli americani il 10 settembre 1944; il 30 aprile 1945, sette giorni dopo la sua partenza, finalmente, l’Armata Rossa aveva varcato i cancelli di Ravensbrück.

Nel dopoguerra Lily effettua un soggiorno di studio negli Stati Uniti (tra 1947 e 1948), quindi inizia a insegnare disegno, dapprima all’École Professionelle de l’État a Esch-sur-Alzette (dal 1949 al 1966), poi (dal 1966 al 1973, anno della pensione) al Lycée Robert Schuman, nella capitale: e ancora una volta è ricordata come dolce, tollerante, gentile («Elle n’a jamais élevé la voix et restait également douce, même avec la plus turbulente d’entre nous», scrive di lei l’ex allieva Paulette Cahen-Ackerman). Si dedica ai piccoli Isabelle e Yves (figli della nipote Christiane), per i quali scrive e illustra delicate fiabe, compone e pubblica testi poetici, per lo più dedicati alla memoria della deportazione (tra questi il Livre de Souvenir, in collaborazione con Cécile Ries, nel 1965). Torna a dipingere e a esporre con successo; «La peinture m’aide à oublier» confida in occasione della sua personale alla Galerie Bradtké, inaugurata l’11 novembre 1961: dimenticare il dolore per le compagne che non hanno fatto ritorno, perché «su un centinaio di resistenti lussemburghesi internate nel campo di Ravensbrück, quaranta sono morte». Delle circa 110.000 donne immatricolate a Ravensbrück (i registri sono avventurosamente tratti in salvo da un gruppo di internate francesi) almeno 50.000 vi trovano la morte, molte altre, circa 40.000, sono uccise altrove, nei campi di sterminio ove sono trasferite. Dal 1945 alla morte, il 5 settembre 1989, nella sua Lussemburgo, Lily è presidente dell’Amicale des Concentrationnaires et Prisonnières Politiques Luxembourgeoises, assolvendo così al dovere della memoria.


Lily al Lycée Robert Schuman, Lussemburgo (Photo d’un élève, M.me M.J. Mandy)

«J’ai oublié ta voix, ta prière et ton nom», così scrive nell’ultima stanza della lirica Fraternité: «Ho dimenticato la tua voce, la tua preghiera e il tuo nome / Ma so che la tua vita, la vita che hai donato / alla tua cara patria e all’umanità intera / non è perduta, non è cancellata / perché vive e vive ancora nella fraternità».


Lily con la Granduchessa Charlotte all’esposizione presso la Galerie Bradtké (novembre 1961)

Ancora una volta, la buona sorte mi ha fatto incontrare una donna straordinaria, una grande resistente, Lily Unden. Non sapevo nulla di lei, avevo appreso soltanto che era stata deportata a Ravensbrück: leggere la sua biografia, vedere le fotografie che la ritraggono lungo tutta la sua vita, scorrere i documenti che la riguardano è stata un’emozione impagabile e un privilegio raro.


Lily con un suo dipinto, nella sua casa nel quartiere di Limpertsberg

Grazie, dunque, a Christiane Schlesser-Knaff, che ha fatto dono a noi tutte e tutti della vita di Lily, attraverso il libro che le ha dedicato; a Cecilia Cametti e Marcello Campiotti della Biblioteca Comunale Laudense, che hanno reso possibile il prestito del volume senza il quale questo contributo non sarebbe stato che una pallida ombra; a Marion Rockenbrod della Bibliothèque nationale du Luxembourg; all’amico Ivano Mariconti che ha tradotto per me le testimonianze redatte in lingua tedesca.

***

Articolo di Laura Coci

y6Q-f3bL.jpegFino a metà della vita è stata filologa e studiosa del romanzo del Seicento veneziano. Negli anni della lunga guerra balcanica, ha promosso azioni di sostegno alla società civile e di accoglienza di rifugiati e minori. Dopo aver insegnato letteratura italiana e storia nei licei, è ora presidente dell’Istituto lodigiano per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea.

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