MAMA MASIKA E LA FERITA APERTA DEL CONGO

Se nasci femmina in Congo non avrai vita facile. È la dura verità che conoscono le madri e che imparano presto le figlie.
Così è stato anche per Rebecca Masika, nata il 26 maggio 1966 a Katana, una piccola cittadina nella regione congolese di South Kivu, da Sifa Mbunzu e Alfonse Katuba Kamate.

I primi trent’anni della vita di Masika passano senza troppe tempeste: si sposa con un uomo che le vuole bene, di nome Bosco Katsuva, e i due riescono a mettere in piedi un negozio che permette loro di condurre una vita senza troppe preoccupazioni. Tuttavia, la pace si sgretola in frantumi nel 1996, quando scoppia la Prima Guerra del Congo, seguita, a partire dal 1998, dal secondo conflitto, di cui le regioni dell’Est come Kivu sono il principale terreno di battaglia.
È l’alba del 1999 quando un gruppo di soldati fa irruzione in casa dei Katsuva, con l’apparente scopo di depredarli di tutti i loro averi.
Il racconto di Masika di quella notte è difficile da ascoltare per intero: la donna, tra le lacrime, trova le crude parole per descrivere la spietatezza con cui, per il puro gusto di uccidere, la milizia tortura e fa a pezzi Bosco, davanti ai suoi occhi. Non paghi di quell’orrore, i soldati la costringono poi a raccogliere le parti del cadavere di suo marito e a sdraiarcisi sopra, per stuprarla violentemente a turno. Masika dice di averne contati 22, prima di sentire le sue bambine di 14 e 13 anni gridare dalla stanza accanto e perdere completamente i sensi. Riporta ferite tali da dover essere ricoverata per 6 mesi in ospedale e, svegliatasi dalla sedazione, scopre che entrambe le sue bambine sono rimaste incinte.

Come se non avesse sofferto abbastanza, la famiglia del marito tragicamente assassinato, in seguito al suo rifiuto di sposare il fratello di Bosco, la disereda e la butta in mezzo alla strada insieme alle figlie e ai nipoti neonati.
Masika viene accolta poco dopo nella città di Goma, dove entra a far parte di un percorso di formazione sullo stupro e sulle malattie sessualmente trasmissibili. È lì che ha il coraggio di raccontare cosa le è successo per la prima volta e decide che la sua missione nella vita è di aiutare altre donne a riprendersi dal trauma fisico e psicologico della violenza sessuale.

Infatti, nella sua casa a Buganda, in piena zona di conflitto, nel 1999 fonda un’associazione di ascolto e supporto per le vittime di stupro: the Association des Personnes Desherites Unies pour le Development (Apdud) cresce a dismisura e, negli anni a venire, offre a più di 6000 donne come Masika 50 rifugi sicuri dove essere ascoltate, ricevere assistenza medica ed essere supportate nella crescita dei bambini.

«Ho deciso di dover fare qualcosa per emancipare me e altre donne come me. Per aiutare le donne ad abbandonare la condizione in cui sono oggi per ritrovare le donne che erano prima della violenza. Volevo dimostrare che essere state stuprate non deve significare la fine per loro. Possono ricominciare, proprio come me. Nonostante tutto quello che ho passato io sono ancora in piedi e anche loro possono farcela».

Masika va a cercare personalmente le sopravvissute agli attacchi delle milizie armate nei villaggi per portarle nel rifugio con sé, camminando per giorni e giorni pur di trovarle e caricandosi sulle spalle chi sta troppo male per seguirla sulle sue gambe. Inoltre, è consapevole che le donazioni non è detto che portino sempre il cibo in tavola e per questo l’associazione si dedica attivamente all’agricoltura, usando il lavoro nei campi sia come fonte di sostentamento che come opportunità di lavoro per le tante vittime accolte.
L’Apdud, nel frattempo, cresce e tutte le ragazze chiamano la loro benefattrice “Mama Masika”: d’altronde si prende cura di loro con l’amore di una madre che ha migliaia di figlie.

Nel 2009, dopo dieci anni di attività e denunce, Katsuva viene violentata di nuovo, quando alcuni dei militari che aveva ripetutamente accusato di aver stuprato e ucciso molte congolesi tentano di intimidirla e metterla a tacere.
Inutile dire che non ha funzionato: la battaglia di Masika continua instancabile e a chi le chiede come faccia a portare questa sofferenza nel cuore risponde:

«Ho pensato di uccidermi così tante volte… Ma poi guardo i bambini che ho adottato, le donne che hanno bisogno di me e mi fermo…».

I risultati si vedono, non solo nelle migliaia di donne che hanno avuto la possibilità di affrontare il proprio dolore per rinascere, ma anche nel sostegno internazionale dimostrato nei confronti dell’incredibile lavoro di Masika.
Infatti, nel 2010, Katsuva è insignita del premio Ginetta Sagan da Amnesty International per la sua «capacità di portare un cambiamento positivo e tangibile in un contesto di caos e insicurezza».
Poco dopo, Fiona Lloyd-Davies le dedica il documentario Seeds of Hope, vincitore del World International Humanitarian Platinum Award del Pulitzer Center nel 2015.

È il 2 febbraio del 2016 quando, in maniera del tutto inaspettata, Masika si spegne a soli 49 anni, a causa di alcune complicazioni dovute a un’infezione malarica.

Sono poche le persone di questo mondo che possiamo definire realmente eroiche. Masika Katsuva era una di queste.
Una sopravvissuta forte, determinata, generosa e infaticabile, che ha scelto di trasformare il proprio dolore in una risorsa, la sua sofferenza in una porta aperta, affinché altre vittime non si sentissero più sole come lo era stata lei.
Una Giusta che è stata capace di sfidare a testa alta un intero sistema machista di violenza e prevaricazione, in cui lo stupro continua ad essere regolarmente usato come arma di guerra e il corpo femminile è considerato terreno di battaglia.

Sitografia

https://www.theguardian.com/world/2016/feb/09/rebecca-masika-katsuva-obituary
https://www.aljazeera.com/program/episode/2011/8/31/surviving-against-all-odds
https://www.opendemocracy.net/en/5050/rebecca-masika-katsuva-life-of-hope-lived-in-defiance-of-violence/
https://www.amnestyusa.org/files/images/sagan/10rebeccamkatsuvapressrelease.pdf

Tratto da un pannello della mostra Le Giuste. La presentazione della mostra in Prezi è visibile al link: https://www.giovani.toponomasticafemminile.com/index.php/it/progettitpg/percorsi-digitali/

***

Articolo di Emma de Pasquale

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Emma de Pasquale è nata a Roma nel 1997 ed è laureata in Lettere Moderne all’Università La Sapienza di Roma. Attualmente frequenta la magistrale in Italianistica all’Università Roma Tre. Ha interesse per il giornalismo e l’editoria, soprattutto se volti a mettere in evidenza le criticità dei nostri tempi in un’ottica di genere.

2 commenti

  1. Complimenti per aver scritto questo articolo in modo accurato e rispettoso delle vittime.
    Ci sono persone, che pur vivendo per poco tempo, lasciano un segno indelebile nella vita degli altri. Ecco, Mama Massima era una di loro, ma vivrà in eterno nel cuore delle persone ❤️

    Piace a 1 persona

    1. Grazie per il commento! Ammiro il coraggio di chi, invece di chiudersi nel dolore, riesce a trasformare la propria tragedia in un cambiamento concreto e duraturo. In questo caso, si può proprio dire che Mama Masika ha fatto qualcosa di grande per questo mondo e che, dopo la sua scomparsa, vivrà ancora attraverso le tante vite che ha salvato.

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