Rosa Parks, la madre dei diritti civili

«Le persone dicono sempre che non ho ceduto il mio posto perché ero stanca, ma non è vero. Non ero stanca fisicamente o non più di quanto non lo fossi di solito alla fine di una giornata di lavoro. Non ero vecchia, anche se alcuni hanno un’immagine di me da vecchia allora. Avevo quarantadue anni. No, l’unica cosa di cui ero stanca era subire».

Quali parole possono rendere giustizia a un’icona del movimento per i diritti civili se non le sue stesse? Nel nostro Viale delle giuste non avremmo potuto non riservare un posto a una figura come Rosa Parks, colei che il suo posto si rifiutò di cederlo, quando il primo dicembre del 1955 a Montgomery, in Alabama, in pieno clima segregazionista degli anni Cinquanta, fu intimata dal conducente dell’autobus, sul quale viaggiava di ritorno da una giornata di lavoro come sarta in un grande magazzino, a renderlo a un uomo bianco. Pronunciando quella potente piccola parola, «nah!», no, cambiò per sempre la storia dei diritti civili non solo negli Stati Uniti, ma in tutto il mondo. Ancora oggi è ricordata e celebrata come “The Mother of the Civil Rights movement”, anche se sarebbe opportuno ricordarlaper quello che fece prima e dopo quel gesto: impegnarsi a lottare per la giustizia non solo quel giorno, ma ogni giorno.

Figlia di James e Leona McCauley, nacque a Tuskegee, Alabama, il 4 febbraio 1913. Di confessione metodista, nel 1932 sposò Raymond Parks, già militante del movimento per i diritti civili, nel quale anche ella entrò a far parte nel 1943, diventando segretaria della sezione di Montgomery della National Association for the Advancement of Colored People (Naacp), per la quale indagava sulle aggressioni sessuali, e nel 1955 iniziò a frequentare un centro educativo per i diritti dei lavoratori e l’uguaglianza razziale, la Highlander Folk School, dove studiava la disobbedienza civile.

Queste associazioni in difesa dei diritti delle persone di colore sorsero per far fronte a una delle pagine più buie della storia dei “civilissimi” Stati Uniti. Dopo l’abolizione della schiavitù ottenuta grazie al Tredicesimo emendamento, infatti, fu istituzionalizzata la segregazione razziale, sostenuta anche e soprattutto dagli Stati del sud: regolamentata dalle Leggi Jim Crow, ufficialmente formalizzate dopo la fine della ricostruzione repubblicana, fra il 1870 e il 1880, consisteva in una severissima discriminazione delle persone di colore, le quali erano letteralmente ghettizzate in aree separate sui mezzi di trasporto, nei luoghi e uffici pubblici, nelle scuole, sul posto di lavoro, persino nell’accesso ai servizi come bagni e ristoranti, e non potevano esercitare il diritto di voto — a questo proposito ricordiamo bellissime pellicole come The help, Green Book, Il colore viola. Chiunque si fosse rifiutato di rispettare queste leggi veniva perseguito: così accadde a Rosa Parks, quando di fronte al suo netto rifiuto di alzarsi e lasciare il posto a un uomo bianco, l’autista chiamò la polizia e Parks venne arrestata con l’accusa di condotta impropria.

L’arresto di Rosa Parks

La sera stessa fu liberata su cauzione, pagata da un avvocato bianco antirazzista. Il giorno dell’inizio del processo, su iniziativa di Jo Ann Robinson, con il supporto di una coalizione di donne attiviste della città, furono distribuiti clandestinamente dei volantini che invitavano al boicottaggio dei mezzi pubblici da parte di tutta la comunità nera di Montgomery. Per ben 381 giorni le persone di colore smisero di utilizzarli, mettendo in ginocchio la rete di trasporti pubblici locali.

Nel 1956 la Corte Suprema si pronunciò sul caso Parks, dichiarando incostituzionale la segregazione delle persone di colore sugli autobus dell’Alabama. Invisa agli ambienti segregazionisti bianchi contrari alla protesta delle persone, Parks ricevette numerose minacce di morte e, non riuscendo più a trovare lavoro, all’inizio degli anni Sessanta decise di trasferirsi a Detroit, nel Michigan, dove fu assunta come segretaria di uno dei componenti del Congresso, John Conyers.

Le leggi Jim Crow furono abrogate dal Civil Rights Act del 1964 e dal Voting Rights Act del 1965, con il sostegno del presidente Lyndon B. Johnson, grazie all’impegno di attiviste e attivisti per i diritti civili come Clarence Mitchell, Rosa Parks appunto, e Martin Luther King Jr., la cui resistenza scelse la via non violenta e si tradusse in atti di disobbedienza civile volti a ostacolare l’applicazione di regolamenti e leggi: non solo il rifiuto di cedere a un bianco il posto su un autobus nella parte riservata alle persone di colore, o varii sit-in di fronte ai ristoranti riservati ai bianchi, ma anche nel caso del matrimonio tra la donna di colore Mildred Loving e il bianco Richard Perry Loving, consentito solo nel 1967 a seguito di una sentenza della Corte Suprema, con la quale si eliminarono le leggi contro i matrimoni misti.
E però, si dovrà attendere il 1968 affinché tutte le forme di segregazione precedentemente in vigore fossero dichiarate incostituzionali dalla Corte Suprema, anche se non ne mancarono sostenitori fino al 1970, allorché finalmente il sostegno alla segregazione si dissolse. La discriminazione razziale divenne così illegale nelle scuole, sul posto di lavoro, nell’esercito e nella pubblica amministrazione.

Rosa Parks morì a Detroit il 24 ottobre 2005: la fotografia che fu esposta durante la commemorazione funebre a Montgomery fu significativamente quella scattata dalla polizia il giorno del suo arresto. Nel febbraio del 1987 Parks fondò il Rosa and Raymond Parks Institute for Self Development insieme a Elaine Eason Steele in onore del marito Raymond Parks.
Tra le moltissime onorificenze da essa ricevute: nel 1976 la dodicesima strada di Detroit fu chiamata Rosa Parks Boulevard; nel 1979, la Naacp insignì Parks della Spingarn Medal; nel 1980 ricevette il Martin Luther King Jr. Award; nel 1983 il suo nome fu inserito nella Michigan Women’s Hall of Fame per la sua opera in merito ai diritti civili; nel 1999 il Time la definì una delle venti figure più influenti del XX secolo; nel 2000, lo Stato americano dove nacque la insignì della Alabama Academy of Honor; ricevette inoltre la prima Governor’s Medal of Honor for Extraordinary Courage; nel 2003 il bus numero 2857 su cui viaggiava fu restaurato ed entrò a far parte del Museo Henry Ford; nel 2014 le è stato dedicato l’asteroide 284996 Rosaparks; nel 2020 le è stata intitolata una passerella a Padova, non lontano dal Giardino dei Giusti del Mondo.
Dal punto di vista cinematografico, fra le pellicole a essa dedicate, ricordiamo La lunga strada verso casa (1990) di Richard Pearce, interprete Whoopi Goldberg e The Rosa Parks Story (2002) scritto da Paris Qualles e diretto da Julie Dash, interprete Angela Bassett.

Il caso Parks non fu un unicum nella storia dell’America segregazionista: è riportato un episodio analogo, precedente di alcuni mesi, che vide coinvolta una giovane donna di colore, Claudette Colvin, anch’ella arrestata. Il caso Colvin, tuttavia, non ebbe la stessa risonanza in quanto non innescò le proteste e i risultati politici che ottenne quello di Parks, eppure meriterebbe di essere conosciuto.
Ma cosa rese il gesto di Parks così potente? Certamente il fatto di essere una donna, prima ancora che essere una donna di colore. La rivendicazione di uno spazio fisico, e con esso, simbolicamente, quello sociale, deriva da una consapevolezza del corpo che caratterizza il modo di pensare, essere e stare al mondo delle donne. Tutto ciò che non ha corpo, consistenza, non può essere tradotto in parola, in una voce, e di conseguenza non esiste. Rosa Parks era invece ben consapevole di esistere, di abitare un corpo e lo ha rivendicato non solo per sé, ma generosamente per tutte le donne, simbolicamente anche le bianche, che pure la discriminavano e che a propria volta erano — e sono! — discriminate da una società maschilista e patriarcale.


Per citare all’inverso Maya Angelou, anch’ella iconica attivista per i diritti civili, la quale ha detto: «Ogni volta che una donna si alza in piedi, anche se non lo sa, né lo desidera, si alza non solo per sé ma per tutte le altre», Rosa Parks, restando seduta, si alzò per difendere i diritti di tutte le persone di colore e la dignità di tutte le donne. Questo gesto rappresenta un monito per noi tutte e tutti e per le generazioni a venire, e ci ricorda di non piegare mai la testa di fronte alle ingiustizie che ancora oggi si perpetrano nella società: «Il razzismo è ancora con noi. Ma è su di noi per preparare i nostri figli a quello che devono incontrare, e, speriamo, riusciremo a superare».

Tratto da un pannello della mostra Le Giuste. La presentazione della mostra in Prezi è visibile al link: https://www.giovani.toponomasticafemminile.com/index.php/it/progettitpg/percorsi-digitali/

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Articolo di Eleonora Camilli

Eleonora Camilli è nata a Terni e vive ad Amelia. Nel 2015 consegue la Laurea Magistrale in Italianistica presso l’Università Roma Tre, con una tesi in Letteratura Italiana dedicata a Grazia Deledda. Dedita allo studio della letteratura e della critica a firma di donne, sommelière e degustatrice AIS — Associazione Italiana Sommelier — conduce anche ricerche e progetti volti a coniugare i due settori.

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