Anni Trenta. Cervelli femminili in fuga

Si parla spesso di “cervelli in fuga” per definire l’esodo dei/delle giovani dal nostro Paese verso l’estero in cerca di opportunità di formazione e/o lavoro. Ma quello che il Soroptimist international club di Prato ha voluto ricordare in occasione della Giornata della Memoria, con un incontro online a cui hanno partecipato le massime autorità locali, è un altro esodo, sicuramente meno indagato e conosciuto: quello delle donne emigrate a causa delle Leggi razziali durante il periodo fascista (5-7 settembre 1938).

A colmare questa lacuna di informazioni è l’Università di Firenze che, a partire dalla fine degli anni Ottanta, ha cominciato a raccogliere materiale riguardante la tematica (non solo nella sua componente femminile) e nel 2019 ha progettato un portale espressamente dedicato agli/alle intellettuali in fuga dall’Italia fascista.

«Erano insegnanti, medici, avvocati, architetti, docenti universitari: questi ultimi, se rifiutavano di prestare giuramento di fedeltà al regime, perdevano il posto», ha ricordato la curatrice Patrizia Guarnieri, professora ordinaria di Storia contemporanea presso l’ateneo fiorentino. Un’emigrazione quindi del tutto anomala rispetto a quella iniziata nell’Ottocento e determinata dalla povertà, non certo dalla ricerca di libertà o dalla fuga dalla persecuzione politica.

«Una perdita enorme di risorse intellettuali», ha sottolineato Guarnieri, ricordando che tra loro figura anche un personaggio del calibro di Rita Levi Montalcini, premio Nobel per la Medicina nel 1986.

Nella lunga biografia a lei dedicata si legge:

«Non voleva andarsene dall’Italia; tanto meno star lontana dai suoi familiari. Dispensata dal servizio all’Università di Torino, nel 1939 andò in Belgio per un breve periodo; rientrò, cercò di rifugiarsi in Svizzera, ma non riuscì a passare il confine. Si fermò a Firenze con il falso nome di Lupani; tornò infine a Torino nell’estate del ’45. Due anni dopo, le venne offerta la possibilità di lavorare alle sue ricerche alla Washington University, e partì dunque per Saint Louis. Era la “logica conseguenza” delle politiche razziali, visto che in Italia a 38 anni non aveva ancora una sistemazione. Negli Stati Uniti non si lasciarono scappare un talento del genere: doveva starci per sei mesi e vi rimase invece trent’anni, prendendo il Nobel in Medicina nel 1986 insieme a Stanley Cohen».

Non tutte le espatriate ovviamente erano personalità del suo livello.

«In maggioranza erano mogli di professionisti o intellettuali costretti a espatriare, ma si trattava comunque di persone con una cultura elevata – ha spiegato la curatrice. – Il loro ruolo è importante perché sono loro che raccontano e si raccontano attraverso i diari. Non hanno voluto tacere, né tantomeno minimizzare».

Come Flora Aghib Levi D’Ancona, moglie di un professore di Filologia e madre di cinque figli.

«Aveva sempre seguito suo marito negli spostamenti dovuti al suo lavoro di professore universitario. Nell’inverno 1939 lo accompagnò anche negli Stati Uniti, dove lui sperava di trovare una posizione in qualche università americana. Dato che Flora aveva un’ottima padronanza dell’inglese, avrebbe potuto aiutarlo a cercare lavoro. Anche se i loro figli sarebbero rimasti in Italia, fin quando non fosse tutto sistemato. Invece le cose non andarono nel verso giusto. Flora rimase sola, e dovette trovarsi un lavoro».

O Ada Vera Bernstein Viterbo, moglie di uno scultore e unica fonte di sostentamento della famiglia grazie al suo lavoro di modista.

«Su Ada Vera Bernstein, solo notizie frammentarie dai ricordi che era stata sollecitata a scrivere su La mia vita con Dario (1981). Modista e imprenditrice milanese, nel 1930 aveva sposato lo scultore e orafo fiorentino Dario Viterbo, che viveva a Parigi, e si era trasferita da lui. Con l’occupazione nazista, però, dovettero scappare: erano ebrei, antifascisti e cittadini francesi. Sradicata dai luoghi in cui viveva da dieci anni, dopo mesi di fuga riuscì ad imbarcarsi per New York con il marito. Senza denaro, fu Ada a mantenere entrambi con il proprio lavoro, in un rovesciamento di ruoli. Sempre con il desiderio di tornare. Sodale del marito Dario, Ada Vera ne condivise le esperienze e le relazioni intellettuali e si dedicò dopo la sua morte alla valorizzazione della sua eredità di artista poliedrico».

Diverso il percorso di Renata Calabresi, assistente universitaria, emigrata negli Stati Uniti insieme ad alcuni parenti e destinata a una brillante carriera come psicologa sperimentale.

Percorso simile nell’esito fortunato anche quello di Bianca Maria Finzi Contini Calabresi.

«Quando partì sul Rex nel 1939 con suo marito Massimo e i loro due bambini, Bianca Maria Finzi Contini era una giovane donna colta e benestante che aveva interrotto gli studi universitari per occuparsi soprattutto della famiglia.Li riprese alla Yale University, seguita da un professore parigino anche lui emigrato, e nel dopoguerra li completò anche in Italia, in modo da laurearsi e poter insegnare e fare ricerca. Come in effetti fece, nel Connecticut».

Meno fortunata fu invece la biochimica Giselda Biancalani Schapira.

«Non ebrea ma sposata ad un ebreo, senza figli, Giselda Biancalani era una biochimica con varie pubblicazioni scientifiche e rapporti internazionali inserita nell’Università di Firenze, che fu costretta comunque a lasciare un anno prima delle leggi razziali. Non venne espulsa ma arbitrariamente declassata a insegnante di istituto tecnico in provincia. Per ricongiungersi al marito che nel ’39 si era rifugiato a New York, cambiò lavoro, paese, e persino il cognome da coniugata».

Impossibile qui dare conto di tutte le donne che emigrarono a causa delle leggi razziali fasciste. Ma per chi avesse tempo e passione l’accesso al portale è libero e gratuito.

Non è un caso se a realizzarlo e gestirlo è l’Università di Firenze. In Toscana, sempre nel capoluogo, è stato creato il Memoriale italiano di Auschwitz (vedere n.21 di Vitamine vaganti) mentre a Figline di Prato si trova l’interessante Museo della Deportazione e della Resistenza.

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Articolo di Annamaria Vicini

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Giornalista pubblicista con laurea in Filosofia e master in Comunicazione, ha collaborato con alcune delle maggiori testate nazionali. Dirige un sito internet e delle news di Mall Tivì, cura un blog di successo e ha fondato l’associazione CoderMerate, che promuove l’insegnamento del coding e della robotica educativa a bambini e adolescenti. Ha pubblicato il romanzo Non fare il male, e l’eBook Abbracciare il nuovo mondo. Le startup cooperative.

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