Il virus della disuguaglianza. Parte prima

«Nel corso della storia le pandemie hanno costretto gli esseri umani a rompere con il passato e a reinventare il proprio mondo. Questa pandemia non è diversa dalle precedenti: è un portale, un passaggio tra un mondo e l’altro. Possiamo scegliere di varcarlo trascinandoci dietro le carcasse dei nostri pregiudizi e del nostro odio, della nostra avarizia, delle nostre banche dati e delle nostre idee morte, dei nostri fiumi inquinati e cieli fumosi. Oppure possiamo attraversarlo camminando leggeri, con pochi bagagli, pronti a immaginare un altro mondo. E pronti a lottare per esso». Arundhati Roy

C’è un virus più pericoloso e più visibile del Covid nella crisi sanitaria, economica e climatica che stiamo attraversando. È quello della disuguaglianza che, da quando è esplosa la pandemia, non ha fatto che moltiplicarsi, rivelando il difetto congenito di quello che Moore e Amato chiamano, con un termine efficace, Capitalocene. Ridotta dagli economisti a uno dei tanti “fallimenti del mercato”, la disuguaglianza è il problema più grave delle nostre società: «provoca l’aumento dei problemi sanitari e sociali, alimenta razzismo e violenza, impedisce la mobilità sociale e contribuisce ad abbassare il livello di istruzione e il benessere» (Chiara Volpato, Le radici psicologiche della disuguaglianza).

Antonio Guterres, Segretario generale delle Nazioni Unite, ha recentemente affermato: «Il Covid-19 è stato paragonato a raggi X che svelano le fratture presenti nel fragile scheletro delle società che abbiamo costruito. Mette in luce errori e falsità dovunque: la menzogna secondo cui i liberi mercati possono offrire assistenza sanitaria a tutti, la finzione che il lavoro di cura non retribuito non sia lavoro, l’illusione di vivere in un mondo post-razzista, il mito secondo cui siamo tutti sulla stessa barca. È vero che galleggiamo tutti sullo stesso mare, ma è altrettanto chiaro che alcuni viaggiano in super yacht mentre altri sono aggrappati a rottami alla deriva». Effettivamente non si può non riconoscere al Coronavirus un merito: quello di avere dimostrato l’erroneità delle teorie neoliberiste, che hanno imperato negli ultimi quarant’anni, ispirando politiche economiche sbagliate, intraprese indifferentemente da governi conservatori e progressisti.

A un anno dalla crisi pandemica ed economica del 2020, quando proviamo a chiederci che cosa è successo all’economia mondiale non possiamo fare a meno di rilevare l’aumento esponenziale delle disuguaglianze. Moltissime persone hanno perso il lavoro e sono precipitate nella povertà mentre le 500 persone più ricche del Pianeta si sono arricchite come mai negli otto anni precedenti.

Il Pil mondiale nel biennio 2017-2018 era cresciuto oltre il 3% annuo, con una discreta performance dei Paesi ad economia avanzata e una buona performance di quelli emergenti, vicini al +5%, sostenuti da quella dei Paesi dell’Asia Meridionale e Orientale, in particolare Cina e India.

Dopo il rallentamento della crescita del 2019, in base agli ultimi dati del Fondo Monetario Internazionale, il prodotto lordo globale dovrebbe attestarsi per il 2020 intorno al -3,5%, con un impatto maggiore di quello della crisi dei mutui subprime e dei titoli tossici, che pure non aveva interessato allo stesso modo tutte le aree del Pianeta. 

Fonte: Unctad, Variazione annua percentuale del prodotto lordo mondiale

Questa recessione, la più grave dopo la Grande Depressione del 1929, ha interessato tutto il mondo e l’unica potenza che ne esce in modo economicamente dignitoso è la Cina, con un probabile aumento del 2, 3% del Pil secondo le stime del Fmi e del National Bureau of Statistics of China.

Che effetti ha avuto tutto questo sulla distribuzione della ricchezza? Secondo quanto riferisce Milena Gabanelli in Dataroom (https://www.corriere.it/dataroom-milena-gabanelli/covid-miliardari-sempre-piu-ricchi-pandemia-soldi-bezos/5f1ec2f6-115c-11eb-99ad-021205b8ee1e-va.shtml) «solo negli Stati Uniti, dal 18 marzo al 15 settembre 2020 la ricchezza di 643 persone è cresciuta complessivamente di 845 miliardi di dollari. Contemporaneamente 50 milioni di lavoratori perdevano il lavoro (14 milioni sono ancora disoccupati) e ottenevano sussidi dal governo». 

Covid Desk

Un interessante articolo dell’associazione Giga, acronimo che sta per Gruppo di insegnanti di geografia autorganizzati, rileva che le 500 persone più ricche a livello mondiale, secondo il Bloomberg Billioners Index, hanno fatto salire le loro fortune a 7.600 miliardi di dollari (pari a una volta e mezzo il Pil del Giappone). Cinque miliardari, quattro dei quali statunitensi e proprietari delle principali aziende tecnologiche la cui regolamentazione fiscale suscita molti dubbi, hanno raggiuto una ricchezza fra i 100 e i 200 miliardi di dollari e le successive 20 detengono patrimoni di almeno 50 miliardi a testa. I primi in classifica sono volti noti al pubblico: Elon R. Musk (Tesla), Jeff Bezos (Amazon), Bill Gates (Microsoft), Bernard Arnault (Louis Vuitton-Moët Hennessy) e Mark Zuckerberg (Facebook). Se con Gabanelli ci chiediamo da dove derivi ai miliardari tanta ricchezza, spesso scopriamo che non deriva da meriti propri. «Da un terzo al 60% dei super-ricchi (a seconda di come viene classificata l’origine delle fortune) ha ereditato i miliardi che possiede, a cominciare dalla new entry Mackenzie Scott con 62 miliardi di dollari (erano 36 ad aprile): la sua fortuna è quella di essere stata la moglie di Bezos. Otto delle prime dieci donne più ricche al mondo sono in classifica grazie al padre o al marito miliardario. Le restanti due sono self-made women cinesi».

L’aumento della ricchezza dei miliardari dall’inizio della crisi sarebbe più che sufficiente, secondo l’Ong Oxfam, a evitare che tutti gli abitanti del Pianeta precipitino in povertà e servirebbe a pagare il vaccino anti Covid-19 per tutti. Il virus ha reso visibili e ha acuito le disuguaglianze che già esistevano sul piano economico, razziale e di genere. Le vittime a oggi sono oltre due milioni e centinaia di milioni di persone stanno cadendo in povertà, mentre la ripresa potrebbe richiedere più di un decennio. Il virus ha messo in luce, se ce ne fosse stato bisogno, l’iniquità del sistema economico capitalistico e la disuguaglianza come una sua caratteristica di fondo. Ha nel contempo, però, evidenziato l’importanza dell’azione di governo per la protezione della nostra salute e per supportare le popolazioni in difficoltà. Sugli errori delle politiche neoliberiste non ha più dubbi nemmeno il World Economic Forum, che in tempi normali si svolge a Davos e che quest’anno con il titolo evocativo The Great Reset si è interrogato sulla necessità di trovare una forma migliore di capitalismo, chiamato stakeholder capitalism.

Il suo Presidente ha recentemente chiamato in causa l’ideologia neoliberale, scrivendo che «nell’era post-Covid dobbiamo andare oltre il neoliberismo». L’Fmi ha dichiarato che non si dovrebbe tornare all’austerità e ha espresso una preferenza per sistemi fiscali progressivi. Il Financial Times ha chiesto «riforme radicali per invertire l’indirizzo politico prevalente degli ultimi quarant’anni, sostenendo la necessità di una maggiore ridistribuzione, di redditi di base e tassazione della ricchezza». Ci hanno messo un po’ di tempo a riconoscerlo, ma i difetti congeniti del Capitalocene, termine usato da Moore nel 2009 e da Amato nel 2019, sono sotto gli occhi di tutti: la struttura capitalistica ha «degli aspetti degenerativi che, in modo sempre più “classista”, polarizzano le vulnerabilità non solo intergenerazionali, in ottica futura, ma, soprattutto quelle odierne all’interno e fra società diverse».

La maggioranza dei nuovi poveri, secondo i report della Banca Mondiale, si registrerà nei Paesi già caratterizzati da alti tassi di povertà. Il 40% dei poveri assoluti totali vive attualmente in situazioni di fragilità o di conflitto ma la percentuale potrebbe arrivare al 75% entro il 2030 e i molteplici effetti dei cambiamenti climatici potrebbero ridurre in povertà da 65 a 129 milioni di persone entro la fine del decennio. Le conseguenze dei cambiamenti climatici, insieme ai conflitti, incidono in modo particolare in Medio Oriente e Nord Africa, dove la povertà era già in crescita a causa delle guerre in Libia, Siria e Yemen, mentre nell’Africa Sub-Sahariana la povertà era in aumento in valore assoluto, in controtendenza prima della pandemia. La Banca Mondiale denuncia che ad essere colpite dalla povertà da Covid saranno le persone che vivono in contesti urbani congestionati come slum, bidonville e favelas, persone spesso impiegate nei comparti economici più colpiti da blocchi e limitazioni alla mobilità e nei servizi informali, non coperti dagli ammortizzatori sociali. L’outlook dell’Fmi ha indicato come particolarmente colpiti dalla povertà proprio i lavoratori vulnerabili e le donne. Il Coefficiente Gini, che misura le disparità nella distribuzione del reddito fra le fasce sociali, subirà un aumento soprattutto nelle potenze emergenti, nei Paesi in via di sviluppo e nell’America Latina. In occasione del summit del World Economic Forum, Oxfam ha presentato la sintesi del suo rapporto sulle disuguaglianze che è interessante leggere insieme a quello sugli effetti dei cambiamenti climatici. Per la prima volta nella storia l’aumento delle disuguaglianze ha riguardato tutti i Paesi del mondo.

(continua)

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Articolo di Sara Marsico

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Abilitata all’esercizio della professione forense dal 1990, è docente di discipline giuridiche ed economiche. Si è perfezionata per l’insegnamento delle relazioni e del diritto internazionale in modalità CLIL. È stata Presidente del Comitato Pertini per la difesa della Costituzione e dell’Osservatorio contro le mafie nel sud Milano. I suoi interessi sono la Costituzione , la storia delle mafie, il linguaggio sessuato, i diritti delle donne. È appassionata di corsa e montagna. 

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