Le migrazioni interne: il caso delle docenti italiane. Parte prima

«Per migrazione interna si intende l’insieme dei trasferimenti di residenza entro i confini nazionali. Essa comprende i movimenti di persone che si spostano tra comuni appartenenti a regioni diverse — interregionale —, tra comuni di province diverse ma all’interno della stessa regione — interprovinciale o intraregionale —, da un comune all’altro all’interno della stessa provincia — mobilità intraprovinciale —» (Fonte Istat). Generalmente, le migrazioni interne all’Italia vengono associate agli anni del boom economico. Eppure, esse sono ben visibili già all’indomani dell’Unità d’Italia, quando cioè si legittima la questione meridionale che determina, sin da subito, il trasferimento di capitale umano ed economico da Sud a Nord del paese. La consistenza delle migrazioni interne risulta evidente durante il ventennio fascista, sebbene le politiche antimigratorie del regime abbiano cercato di ostacolare qualsiasi forma di trasferimento dalle campagne verso i centri urbani, trasferimenti dettati in primis dai differenziali economici interni al paese. Dalla fine del Secondo conflitto mondiale, i trasferimenti di popolazione dalle campagne verso i grandi centri urbani e dal Mezzogiorno verso le aree di sviluppo industriale del Nord (Milano, Torino, Genova) si sono intensificati, con una crescita esponenziale verso la metà degli anni Sessanta. Si stima che circa 4.000.000 di persone, durante il periodo del “boom economico” si siano spostate dal Sud al Nord del paese (Pugliese, 2006). Si è trattato, prevalentemente, di trasferimenti definitivi che hanno investito sia uomini che donne. Negli anni Settanta, si registra un’inversione di rotta: cominciano a svilupparsi flussi di ritorno, le migrazioni interne, pur non arrestandosi, diminuiscono di intensità e i grandi centri urbani arrestano il loro processo di crescita demografica a favore di centri di piccola e media ampiezza (Gesano, Golini, 1993), dirigendosi maggiormente verso le regioni centro-nordorientali come la Toscana o l’Emilia-Romagna.

Le migrazioni interne riprendono forza negli anni Novanta, tanto che Gianfranco Viesti ha connotato il 1999 come l’anno della svolta, anno in cui 160.000 persone si sono trasferite dal Sud al Centro-Nord, mentre circa 84.000 unità hanno compiuto il percorso inverso, con un conseguente saldo negativo di oltre 75.000 unità. Il trend si è poi mantenuto costante negli anni successivi. Le regioni più colpite sono così risultate: la Calabria, la Campania e la Basilicata.

Le ragioni dei nuovi flussi migratori rispecchiano ancora il dualismo socio-economico Nord-Sud che sembra, oramai, cristallizzato e refrattario a interventi e politiche ordinarie e straordinarie, politiche dimostratesi inefficaci a forme di cambiamento o inversioni di rotta. L’eccedenza di offerta di lavoro nel Mezzogiorno continua a essere intercettata da una domanda di lavoro, nelle regioni del Centro-Nord, caratterizzata non solo da lavori poco professionalizzanti richiedenti bassa scolarità, ma anche da lavori qualificati tipici del settore terziario e della PA (Bubbico, Morlicchio, Rebeggiani, 2001).

Le migrazioni femminili

Un tratto caratteristico delle nuove migrazioni interne è la femminilizzazione delle stesse, giacché anche a livello statistico, si riscontra un aumento della presenza delle donne nei flussi e nei trasferimenti temporanei o definitivi. Tuttavia, la ricostruzione statistica dei flussi e lo studio dell’incidenza demografica delle migrazioni femminili sono ancora a uno stadio embrionale e di conseguenza ancora poco si conosce circa le caratteristiche specifiche di questa mobilità e delle conseguenti ricadute economiche, sociali e culturali.

Sono stati il fiorire degli studi di genere e le rivendicazioni femminili degli anni Sessanta e Settanta che hanno permesso il disvelarsi dei flussi migratori delle donne a livello internazionale, delineando veri e propri modelli migratori femminili e stimolando tra gli storici la ricerca di protagoniste e ruoli femminili della storia delle migrazioni.

Amalia Signorelli in Movimenti di popolazione e trasformazioni culturali (1995) delinea tre tipi di mobilità femminile: «Le donne che restano al paese mentre i loro congiunti emigrano all’estero; le donne che emigrano all’estero insieme a mariti e familiari e le donne che emigrano al seguito ma restando nei confini nazionali». Tali modelli migratori, tipici del Novecento, ne evidenziano il carattere “indotto”, poiché in essi risultano assenti le componenti di autonomia e di femminilizzazione: le donne sono inserite in progetti migratori maschili o familiari e anche quando sono inserite in occupazioni di vario genere nei luoghi ospitanti, sperimentando libertà ed emancipazione o quando amministrano le rimesse inviate dai mariti o familiari nei luoghi di origine, rimangono “compresse” in itinerari rigidamente segnati da uomini che ne definiscono le coordinate spazio-temporali.

Se, invece, si guarda alle migrazioni contemporanee, i modelli vengono ridefiniti e anche l’identikit delle donne che partono assume connotazioni e caratteristiche differenti dal passato. A migrare, oggi, sono sempre più single, con un’istruzione medio-alta e che contrariamente, a prima, non seguono, ma attivano processi di mobilità familiare. «Minori prospettive di stanzialità, in termini di trasferimenti di residenza dal comune di origine a quello di emigrazione, a causa dei più difficili inserimenti occupazionali a tempo indeterminato, una base produttiva più ampia che sollecita una domanda di lavoro diversificata e, percorsi di costruzione biografica e professionale più frammentari e dilatati nel tempo costituiscono alcune delle implicazioni di maggiore rilievo che emergono da una riflessione sui progetti migratori e gli esiti delle recenti esperienze di mobilità da lavoro» (Pilato, 2011).

Le migrazioni femminili del corpo docente

Un campo poco battuto dalle ricerche di vario genere riguarda le migrazioni interne al lavoro pubblico. In particolare, nella segmentazione dello stesso comparto, la mobilità della classe docente ha acquisito nel corso del tempo, una specifica e rilevante visibilità. Tuttavia, le analisi che ne sono derivate, talvolta sono risultate parziali e strumentali, alimentando polemiche e conflitti che nulla hanno aggiunto alla reale consistenza del fenomeno, disconoscendone modalità e caratteristiche che, invece, fanno di queste migrazioni un vero e proprio “modello”. 

La narrazione che segue è una sintetica rielaborazione di alcune pagine tratte dal volume: In cattedra con la valigia. Gli insegnanti tra stabilizzazione e mobilità — Rapporto 2017 sulle migrazioni interne in Italia, volume edito da Donzelli Editore e curato da Michele Colucci e Stefano Gallo. 

L’insieme di saggi contenuti nel volume ne fanno dello stesso un esempio unico nel campo della ricerca scolastica, presentando contributi di studiosi di varie discipline che con approcci e metodi differenti affrontano il tema della migrazione della classe docente, estrapolandola dal dato complessivo delle migrazioni interne e ponendola in relazione alle sfide e ai cambiamenti posti oggi dalla scuola pubblica. All’interno del volume, il contributo di Buonomo, Impicciatore e Strozza dal titolo I percorsi di mobilità territoriale degli insegnanti: quel che dicono le statistiche disponibili si concentra sui percorsi di mobilità territoriale degli e delle insegnanti. Gli autori connettono il fenomeno della mobilità territoriale a due aspetti: l’efficienza del sistema scolastico e la presenza di disequilibrio socio-economico tra le varie aree del paese. Per quanto riguarda il primo aspetto, gli autori sottolineano come, negli ultimi anni, il sistema di allocazione degli insegnanti è stato determinato da un meccanismo amministrativo centralizzato, basato principalmente sull’anzianità di servizio, tale da non attivare nessun meccanismo di allocazione ottimale e nel quale le scuole non hanno avuto voce nello scegliere i potenziali insegnanti e neanche nel rifiutarli. Relativamente al secondo aspetto, l’idea di fondo che muove gli autori è che nella scuola italiana vi sia un continuo flusso di docenti che si spostano dalle regioni meridionali verso il Centro e il Nord per entrare in ruolo e di un successivo spostamento nella direzione inversa una volta acquisita la posizione desiderata.

Lo studio condotto dai tre autori si fonda sull’analisi di dati provenienti da due fonti: le graduatorie a esaurimento e i trasferimenti ottenuti dal personale già di ruolo. Nel primo caso si indaga la disponibilità dei docenti precari a trasferirsi, nel secondo caso si constata l’effettiva mobilità del personale di ruolo. Per analizzare la suddetta mobilità interprovinciale, gli autori hanno utilizzato i dati forniti da Mitecube (startup che opera nel campo dell’innovazione tecnologica e che fornisce ai propri clienti, ovvero i e le docenti, notizie utili per scegliere al meglio la provincia in cui inserirsi nelle Gae) sulla base dei dati prodotti dagli uffici territoriali del Miur. Infine, attraverso i dati Miur gli autori hanno fotografato la classe docente italiana in termini demografici, fornendo ulteriori spunti per una migliore comprensione della stessa mobilità.

Passando in rassegna la letteratura sul tema della mobilità, gli autori evidenziano come all’interno della PA, quella degli e delle insegnanti sia del tutto peculiare per alcuni motivi: a) numericamente rilevante all’interno dell’intero comparto e con una forte componente femminile; b) l’insegnamento è particolarmente gradito alle donne poiché fornisce stabilità lavorativa e permette la conciliazione lavoro-famiglia, rappresentando, per alcune, una forma di mobilità sociale ascendente; c) la stessa mobilità territoriale all’interno della scuola è stata storicamente vissuta dalle donne come un processo gestibile in base alle esigenze personali e del ciclo di vita familiare.

La stessa letteratura sul tema della mobilità enfatizza, poi, gli elementi di criticità insiti ai meccanismi di reclutamento della classe docente che nel tempo avrebbero favorito una dualità nelle assunzioni. Infatti, oltre al canonico concorso, che alimenterebbe la componente stabile, cioè i docenti di ruolo, esistono le varie chiamate da graduatorie che alimenterebbero la componente flessibile, (i/le docenti assunte con contratto a tempo determinato) meno onerosa per lo Stato e che storicamente è stata gestita politicamente per “instradare” i/le diplomate e i/le laureate in discipline poco appetibili sul mercato del lavoro.

La parte finale della letteratura passata in rassegna dagli autori si sofferma su un lavoro di Laura Gianferrari del 2009, Profilo professionale e competenze dei docenti neoassunti, edito da Fondazione Agnelli. Nel testo citato si intreccia il problema della precarietà nella scuola con gli squilibri territoriali Nord-Sud. «La maggioranza dei docenti iscritti alle graduatorie, secondo stime del Miur sino al 70%, sarebbe risedente o nato nel Mezzogiorno, dove vive meno del 40% della popolazione studentesca. Questo differenziale non facilmente sanabile è all’origine della mobilità a senso unico verso il Nord Italia e spiega anche la non stabilità del fenomeno. Essendo solo in parte scelti, non tutti gli spostamenti degli insegnanti meridionali si traducono in trasferimenti permanenti ma, in molti casi, sono funzionali all’acquisizione del posto a cui seguono tentativi di ritorno al Sud, con evidenti effetti negativi sul sistema di reclutamento e sulla continuità didattica».

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Articolo di Modesta Abbandonato

Foto per presentazione.200x200

Docente abilitata in Filosofia e Scienze Umane, specializzata nel sostegno e nella didattica dell’italiano a stranieri, ha promosso progetti sull’inclusione scolastica, partecipato a ricerche sociologiche di settore e si è occupata di imprenditoria femminile. Spera che prima o poi l’insegnamento del cinema in tutte le scuole divenga realtà.

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