Via Libera

Questo agile libro che è in uscita presso Sonzogno si inserisce pienamente sulla nostra strada, è il caso di dirlo, dal momento che già nella Introduzione cita la Presidente e le finalità che perseguiamo come Toponomastica femminile. Le tre autrici hanno infatti indagato negli stradari italiani e individuato nella locale odonomastica 50 figure di donna particolarmente significative; di ciascuna hanno scritto, utilizzando la prima persona, una sintetica storia seguita da una breve biografia. Assai utile la localizzazione della via, piazza, giardino o altro a ognuna dedicato, mentre una bella composizione di foto e disegni di Romana Rimondi arricchisce il profilo. Una frase illuminante fa da contrappunto, evidenziando l’arguzia, il buon senso, lo spirito del personaggio. Impagabile la seguente: «Mentre un uomo pensa a come fare il suo lavoro, una donna lo ha già finito e sta facendo tutto il resto».

Mi piacerebbe poter parlare di tutte le 50 donne, ognuna interessante a modo suo: artiste, scrittrici, scienziate, imprenditrici, patriote, attrici individuate nelle varie regioni, in centri grandi e piccoli, alcune molto note altre quasi sconosciute; di parecchie di loro ha trattato ampiamente la nostra rivista o lo farà con il tempo. Dovendo tuttavia operare una scelta mi perdonerete se mi dedicherò a quelle che più mi hanno colpito, per i motivi via via indicati, cercando di spaziare nei molteplici campi in cui si sono distinte.

Dopo aver incontrato ponte Alda Merini e giardino Leonor Fini, mi sono imbattuta in viale del Brigante, a Corato (Bari) e questo mi è parso molto strano, ma siccome mi sono occupata in più occasioni di tre importanti banditesse sarde, a cui nessuna strada è stata dedicata, ho voluto chiarirmi le idee. Si tratta infatti di una non-intitolazione visto che a Elisabetta Blasucci e Arcangela Cotugno nessuna amministrazione ha mai pensato; furono brigantesse più per necessità che per scelta, per la morte violenta dei compagni che avevano deciso di seguire con coraggio, diventando a loro volta spietate, non avendo nulla da perdere. Entrambe morirono in carcere a Matera.

Assergi, L’Aquila. Foto di Paolo Rapone

Non conoscevo Antonella Panepucci, alpinista morta poco più che trentenne durante una discesa dal Corno Grande, ricordata in una frazione dell’Aquila, Assergi, con una via nata dopo il terremoto; fu una indomita scalatrice che, per prima, con gli sci ai piedi arrivò in vetta al Canalone Bissolati, con un dislivello di 800 m. Lassù le hanno dedicato anche un semplice rifugio. Non ricordavo proprio la campionessa mondiale di apnea Giuliana Treleani: nel 1967, nelle acque cubane, raggiunse la profondità di 45 m. Lei che era sempre tornata a galla vincitrice, non ce la fece quando fu vittima di un banale incidente automobilistico, a soli 26 anni. Sono trascorsi giusto 50 anni e la città di Cagliari le ha dedicato una via nei pressi della piscina comunale. 

Cagliari. Foto di Agnese Onnis

Rimango a Cagliari per citare Maria Lai, una straordinaria figura di artista, fra le tante presenti su queste pagine: la fotografa Tina Modotti, le pittrici Artemisia Gentileschi ed Elisabetta Sirani, la creatrice di moda Fernanda Gattinoni, l’architetta Gae Aulenti (peccato quel brutto maschile sulla targa milanese…), la poliedrica sassarese Edina Altara, illustratrice, ceramista e originale sperimentatrice. Perché Maria Lai? È un personaggio che ho avuto modo di conoscere e di approfondire durante i miei soggiorni in Sardegna; ad Aggius, in Gallura, molti muri delle case sono adornati da suoi lavori della serie Telai. 

Ciampino (RM). Foto di Rossana Laterza

Nel luogo natale, Ulassai, un museo contiene le sue opere, realizzate con materiali poveri: carta, tela, fili, lana.
È stata all’avanguardia in tutte le sue manifestazioni: citerò solo la prima esperienza al mondo di arte relazionale quando riuscì a convincere gli/le abitanti del suo paese a legarsi fra di loro e alla vicina montagna con un nastro azzurro lungo circa 27 km.
Era l’8 settembre 1981.
Le eroine, protagoniste di episodi di coraggio e altruismo, non mancano nel libro: le sorelle Avegno, Stamira, Peppa la cannoniera, ma Giuditta Levato è stata una eroina contadina: cosa significa? Una lavoratrice umile ma consapevole, madre di famiglia giovanissima, iscritta al Partito comunista, coinvolse l’intera comunità e lottò per poter lavorare la terra senza padroni, ma le spararono, mentre era incinta di sette mesi. Era il 1946, a Calabricata, presso Catanzaro.

Pistoia. Foto di Laura Candiani

Arrivata a pagina 81 mi sono imbattuta in un personaggio che conosco bene: la poeta Corilla, presente nella nostra guida al femminile di Pistoia e ricordata da una via centrale. Ammirata fin da giovane per le sue doti di improvvisatrice, fu accolta alla corte di Vienna e ammessa all’Accademia dell’Arcadia come Corilla Olimpica, ma il suo nome era Maria Maddalena Morelli. Esempio di donna indipendente, ottenne onori e fama grazie solo a sé stessa.

Bologna. Foto di Sergio Cinocca

Largo Mariele Ventre, a Bologna, mi ha riportato indietro di molti anni, quando seguivo alla tv Lo zecchino d’oro, prima da bambina poi da mamma; con infinita pazienza il coro dell’Antoniano da lei fondato e le/i piccole/i cantanti sono stati diretti da Maria Rachele, per ben 30 anni. Musicista ed educatrice, sapeva di dover insegnare soprattutto la collaborazione, la partecipazione, l’inclusione visto che un coro è formato da tante voci soliste che creano magicamente un tutt’uno.

Nel libro sono citate varie donne di spettacolo: da Anna Magnani a Dina Galli, da Giuseppina Strepponi a Gina Palmucci, ma colgo l’occasione per ricordare Giulietta Masina dal momento che il prossimo 22 febbraio sarà il centesimo anniversario della nascita. Facciamo un po’ di giustizia: troppo spesso infatti si parla di lei come “moglie di”, e non come interprete di primo piano; è stata una persona schiva, appartata, a fianco di un uomo forte, esuberante, sempre protagonista, che l’ha amata e valorizzata, ma forse ne ha limitato le opportunità professionali. Non è stata solo Ginger, Cabiria, Gelsomina; era una donna istruita, attrice radiofonica e musicista, che non disdegnò all’inizio i ruoli di soubrette, come si diceva allora. Lavorò con i più grandi registi, fu ammirata da Chaplin e ottenne numerosi riconoscimenti durante la carriera: tre David di Donatello, quattro Nastri d’argento, un Golden globe, premiata a Cannes e a San Sebastian come migliore attrice per Le notti di Cabiria. Qui si fa riferimento a una via di Rimini che conduce al parco Federico Fellini, vicino a lei per sempre.

Occhiobello (RO). Foto di Maria Pia Ercolini

Passando a un altro ambito, a proposito di donne votate alla scienza (Hack, Mortara, Agnesi, Ipazia), alla medicina (Trotula), alla cura del prossimo e dell’ambiente, così parla di sé Laura Conti: «A Udine mi hanno dedicato una strada senza uscita. Anche nella mia vita ho avuto spesso la sensazione che non ci fosse una via d’uscita, ma credendoci, ogni volta, ho invertito la rotta per tornare a respirare. È successo quando ero una partigiana. A Milano sono stata arrestata, incarcerata e deportata nel campo di transito di Bolzano. Fortuna ha voluto che la guerra finisse prima che potessero mandarmi in un lager. A Bolzano ho perso Armando, il mio unico amore, che non è sopravvissuto agli stenti. Nonostante tutto, sono riuscita ad andare avanti a testa alta. Mi sono iscritta alla facoltà di Medicina e specializzata in Ortopedia». È stata la promotrice della presa di coscienza dell’ambientalismo italiano e ha lasciato un libro divenuto fondamentale: Che cos’è l’ecologia. Anche di lei si celebra quest’anno il centesimo anniversario della nascita, il prossimo 31 marzo.

Sorso (SS). Foto di Teresa Spano

Fra le donne che hanno dato tutto di sé e sono morte per non sopravvivere a tanto dolore non posso non citare un nome che apparentemente dice poco: Genoeffa Cocconi, ma se aggiungo: moglie di Alcide Cervi e madre dei sette giovani uccisi dai tedeschi il 28 dicembre 1943, allora capirete. Una via la ricorda a Reggio Emilia, non lontano dal loro podere di Campegine, detto I Campirossi. Un anno dopo la morte dei figli, un nuovo colpo al cuore: viene dato fuoco al podere come ennesimo sfregio a una famiglia già tanto provata. Questa volta Genoeffa non ce la fa. Mi collego a questa vicenda grazie a un nome sconosciuto al di fuori della sua terra, la Valle d’Aosta. Mentre è nota la martire Irma Bandiera, della partigiana Aurora Vuillerminaz, fucilata senza processo a 22 anni, non si saprebbe quasi nulla se una via di Aosta non la ricordasse: questo è uno dei motivi per cui l’odonomastica è così importante per la memoria collettiva ed è necessario agire per colmare lo spaventoso divario nelle intitolazioni, fra donne e uomini, collaborando con le amministrazioni locali per realizzare una cartellonistica chiara ed esauriente, correttamente rispettosa del genere.

Aosta. Foto di Marinella Governale

Dopo aver letto con interesse queste pagine avvincenti, scritte con inusuale finezza, potrei continuare a lungo, affascinata da tante belle storie di donne che si sono distinte e hanno lasciato traccia di sé nella storia, nella cultura, nei vari campi del sapere e dell’agire, ma è bene che lettori e lettrici provino la medesima curiosità e il gusto di esplorare, vagando per l’Italia e per le sue vie.

Come conclusione non posso che condividere le parole stampate proprio all’inizio del libro:
«A tutte le donne a cui non è stata dedicata una strada. 
A tutte quelle che non ce l’avranno mai». 
Anche se noi, impegnandoci insieme, ce la metteremo tutta!

Valentina Ricci, Viola Afrifa, Romana Rimondi
Via Libera. 50 donne che si sono fatte strada
Sonzogno Editori, Venezia, 2021
pp. 208

***

Articolo di Laura Candiani

Ex insegnante di Materie letterarie, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume Le Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate al suo territorio: una sul capoluogo, l’altra intitolata La Valdinievole. Tracce, storie e percorsi di donne.

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