C’è vita oltre i diritti?

La conquista dei diritti sembra apparire come l’orizzonte ultimo della politica; nello specifico, se pensiamo alle vittorie consacrate dalla memoria storica, specialmente in Italia, ruotano attorno all’ottenimento di diritti (voto, aborto e divorzio, ma più recentemente i farmaci per la transizione resi gratuiti). Battaglie parlamentari, campagne, movimenti. Tutto un agitarsi per entrare nel corpo delle leggi e negli apparati decisionali dello stato, i quali sono intrisi di un lessico liberale, specialmente negli Stati Uniti, il paese su cui ci focalizzeremo oggi. 
Questo lessico liberale ci parla di individui sovrani e indipendenti di fronte alla legge ma la cui identità è legata a una tradizione umanistica in cui l’universale nasconde una serie di normatività, soprattutto attorno a genere e razza, che presuppongono l’uomo come misura di tutte le cose. 

La filosofa politica americana Wendy Brown ci avverte, però, che proprio a causa della loro natura liberale, e non solo, i diritti contengono almeno quattro diversi tipi di paradossi, all’interno delle nostre liberal-democrazie. Questi paradossi possono risultare un grosso ostacolo teorico e pratico in quanto nel conferire dei vantaggi momentanei, cedono a mutilazioni forse ben più gravi, almeno per dei movimenti femministi che si pongono come obiettivo trasformazioni radicali dell’esistente. 
Il discorso di Brown comincia da una costrizione del desiderio ovvero i diritti sono «ciò che non possiamo non volere», citando le parole di G. C. Spivak, filosofa di origini bengalesi. Difatti in un mondo pervaso da violenze sistemiche che agiscono sul controllo dei corpi, la salute riproduttiva e il lavoro domestico, intrecciandosi con questioni culturali che producono ulteriore violenza, fisica e simbolica, esclusione dai luoghi di potere dei saperi e della politica, i diritti appaiono come una mitigazione, un contenimento della brutalità quotidiana del sistema patriarcale (integrato agli altri sistemi che producono oppressione). 
Eppure proprio il linguaggio dei diritti separa gli ambiti, incornicia le identità, regolamenta e produce i soggetti giuridici a partire dall’ordine esistente: nel proteggere da violenze immediate produce vittime. Questo primo paradosso è riassumibile nel fatto che l’identità su cui si basano i diritti ha un potere regolatore oltre che normativo. Ovvero, possedere dei diritti in realtà più che liberare da una serie di ostacoli o svantaggi, rinchiude all’interno di definizioni basate sulla subordinazione implicita. Ad esempio, nell’accedere al diritto all’aborto le donne sono interpellate e definite in quanto donne non solo dalla legge, ma anche dalle altre istituzioni sociali che vanno dall’ospedale al datore di lavoro ai giornali ecc. imponendo così un discorso normativo sociale sull’identità di genere costruita nella specifica società e reinscritta indirettamente dai diritti. Da qui provengono, quindi, una serie di discorsi impliciti su vulnerabilità, predisposizione alla cura ecc. che possono contribuire a forme di subordinazione in termini di aspettative e ruoli sociali. Perciò i diritti liberano e allo stesso tempo costringono. 

La funzione produttiva e costrittiva dei diritti è legata a doppio filo al secondo paradosso che riguarda più in generale il rapporto tra diritti e collettività: in una società attraversata da profonde disuguaglianze, i diritti hanno un’efficacia diversa a seconda del potere di chi li utilizza. Ciò non toglie che dei diritti universalmente distribuiti diano benefici anche agli strati meno abbienti della società, ma rimarca il semplice fatto che coloro che hanno più potere possono permettersi di implementare questi diritti in maniera più efficace, dalla proprietà privata alla libertà sessuale, al più chiaro e limpido esempio della libertà di parola (c’è chi ha un megafono e chi ha accumulato un oligopolio mediatico).  

Terzo paradosso consiste nella produzione integrata dei soggetti che la codificazione giuridica, di stampo liberale, non riesce a processare. Analizzata magistralmente da Kymberlè Crenshaw, teorica afroamericana dell’intersezionalità e studiosa di giurisprudenza, la questione si articola sul fatto che differenti apparati di potere marcano la persona come nera, donna e lesbica, in maniera integrata e non separabile nella pratica, ma di fronte alla legge i soggetti sono letti come un’unica identità, proprio perché la codificazione giuridica separa in ambiti discriminatori senza tenere assolutamente conto di come possano intersecarsi e fondersi. Questo anche perché la legge vede o un soggetto unico, costruito in maniera lineare e indipendente oppure un soggetto astratto, universale a cui tutti i membri della società sono ricondotti senza tener conto delle differenze e anzi estendo un tipo di soggetto (guarda caso il dominante, identificato da un punto di vista di genere come uomo) ad essere il riferimento assoluto. L’uomo come universale pone il disconoscimento di certe attività, vulnerabilità e lavori, che diventano parte dell’identità costruita delle donne e altri soggetti marginalizzati. 
Il terzo paradosso si condensa quindi attorno al problema di apparire di fronte alla legge o come individui indifferenziati oppure in quanto individui oppressi singolarmente da un’unica forma di discriminazione particolare che non solo reinscrive quella discriminazione in forma di identità, ma riduce la soggettività a quella porzione esclusiva. 

Il quarto paradosso, infine, indica il problema dell’identificazione tra azione e identità all’interno del linguaggio dei diritti. Analizzando alcune battaglie legali attorno alle leggi sulla sodomia negli Stati Uniti, Janet Halley, studiosa americana di giurisprudenza, rivela la forza regolatrice di assimilare l’atto sessuale con l’identità sessuale omosessuale. Questo tipo di assimilazioni viene fatto sia dai discorsi pro-gay che da quelli anti-gay e risulta pericoloso perché ricostruisce il binarismo tra eterosessuale e omosessuale laddove invece vi sarebbe un’instabilità di fondo da riguadagnare e che invece il linguaggio dei diritti omogeneizza attorno a un’identità specifica. Difatti gli atti cosidetti sodomitici avvengono anche tra eterosessuali eppure non sono inscritti parte della loro identità sessuale, ovvero l’atto non è identificato con l’orientamento e quindi con il soggetto. Le campagne pro-gay diventano così iniziative che riproducono una differenza artificiale e disciplinante tra etero e omosessuali e un’invisibilità sistemica dei privilegi eterosessuali che non vengono disciplinati dalla legge in quanto grado zero della sessualità, base della norma. Si inizia a intravedere dunque anche il funzionamento del discorso eteronormativo all’interno delle strutture statali.  

La natura paradossale del valore dei diritti dischiude una verità importante: assicurano la nostra posizione e capacità di azione e allo stesso tempo oscurano i modi in cui questa posizione è raggiunta e regolata. Le considerazioni che ne derivano però possono essere alquanto interessanti, perché il paradosso non significa l’impossibilità di fare politica o una qualche forma di blocco assoluto, anzi, indica dei bisogni e delle richieste da soddisfare. Difatti i paradossi non sono contraddizioni da sfruttare o tensioni da sciogliere, bensì rivelano sfide al presente e potenzialità di conflitto sociale e politico. Esempio eclatante citato da Brown è rappresentato dallo studio di Joan Wallach Scott sulle femministe francesi del XIX secolo: i movimenti dell’epoca richiedevano dei diritti che erano saldamente ritenuti patrimonio esclusivo degli uomini e quindi con la loro richiesta creavano una situazione paradossale ma trasformativa per cui ottenere diritti (politici e civili) avrebbe presupposto il radicale ripensamento dei diritti stessi. La questione continua fino a oggi, in realtà, dato che ancora il modo in cui sono pensate le leggi è profondamente maschile, basti vedere le interessanti analisi di Luce Irigaray sul linguaggio in Il tempo della differenza.  

Diventa fondamentale quindi trovare gli spazi di agibilità di questi paradossi che sostanzialmente minano le vittorie raggiunte, tenendo a mente che non sono l’ultima e assoluta forma di emancipazione, se non nell’ordine sociale dominante attualmente. 

Per concludere, la natura paradossale dei diritti ci mostra le impossibilità della giustizia del presente e le premesse della giustizia del futuro, aprendo a domande radicali, proiettando i movimenti ben oltre le diatribe quotidiane e le vertenze del momento. 

***

Articolo di Riccardo Vallarano

Attualmente studente di Gender Studies all’Università Ucl di Londra, si è laureato all’Università La Sapienza di Roma in Storia moderna e contemporanea. Adora la lettura più della scrittura. È attivo in più campi della cultura ma continua a restare nelle retrovie. Indubbiamente interessato al mondo che verrà.

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