Editoriale. I teatri sono aperti al mondo

Carissime lettrici e carissimi lettori,

questa che ci lasciamo alle spalle, che culmina oggi con la giornata mondiale del Teatro, è stata una settimana all’insegna della cultura, grande salvezza nel miasma di dubbi e paure in cui ormai da tempo siamo tutte e tutti immersi.

Sabato scorso si è celebrata la giornata mondiale della poesia, ma la settimana che si è aperta è stata soprattutto dedicata al Sommo Poeta, a Dante Alighieri, di cui quest’anno ricorre il settecentesimo dalla morte, avvenuta a Ravenna il 14 settembre 1321, nella tristezza e umiliazione dell’esilio. A questi avvenimenti possiamo aggiungere Venezia, tra le città più affascinanti e immaginate del mondo con i suoi palazzi sull’acqua, con i suoi ponti e le sue calli intriganti, il suo silenzio notturno, se non di voci umane. Sembra, ma non tutti ne sono sicuri, che la città lagunare sia nata il 25 marzo dell’anno 421, milleseicento anni fa. Molto probabilmente è una data fittizia, pensata, dicono, «per ragioni storico-politiche».

Oggi si festeggia invece il Teatro, l’incanto vitale e vivo, contatto carnale tra chi recita e chi guarda. Patria di riti, sperimentazioni, espressioni di rinnovamento e, soprattutto, specchio dell’epoca in cui vive. Si era prospettata, nel caos e nelle proibizioni dettate dal Covid-19, una riapertura salvifica, proprio in questa data, simbolo mondiale di celebrazione. Invece le sale, insieme a quelle cinematografiche, sono ancora volute chiuse, un mondo di espressione artistica, di lavoro, di vite, rimasto fermo, incagliato tra le maglie di questo microscopico virus.

Di Teatro sembra se ne sia parlato da sempre, forse all’inizio legato ai riti di un culto, come una preghiera verso il divino, per ingraziarselo, glorificarlo, spiegare il dolore umano, sua creazione. Si sono trovati frammenti con testimonianze in epoche lontanissime. Per lunghissimo tempo non abitato da donne, a cui il teatro era severamente proibito come attrici. Ha cambiato, come ogni evento di questo tempo, contenuti, modi e persino luoghi. Dal teatro greco, dove venivano recitati i miti, vivi ancora oggi, violenti e umani, davanti a un pubblico posto sulla cavea, alla tarda antichità, quando era inviso alla Chiesa, che ne vedeva un pericolo al suo dominio, e da essa stessa riesumato nel corso del Medio Evo con le Sacre Rappresentazioni, dove la recita avveniva per strada, coinvolgendo i passanti, fino alla Commedia dell’arte del XVII secolo, alla nascita dei primi teatri in muratura così come li conosciamo oggi. Poi la modernità con i grandi sperimentatori: Stanislavskij, Grotovskij, il Living Theatre, Mejerchol’d, Antonin Artaud, con il suo teatro della crudeltà. I grandi creatori di testi, come Luigi Pirandello con i suoi spaesati Personaggi in cerca d’autore, la metaforica Napoli di Eduardo, Alfred Jarry, padre indimenticabile di Ubu Roi che ha turbato il perbenismo del pubblico borghese gridandogli in viso il suo surrealistico e assurdo famosissimo Merdre! Poi le attrici, da tempo ormai ammesse sul palcoscenico, e gli attori, il Teatro tutto che dovrà ritornare perché ne abbiamo bisogno come il dostoevskiano, laico pane celeste da bilanciare con il pane terreno (Il Grande Inquisitore di Ivan nei Fratelli Karamazov) che non basta, non è sufficiente.

Ma torniamo al Sommo Poeta. Le celebrazioni dantesche hanno avuto il loro clou giovedì 25 con il Dante day. Tantissimi incontri, dibattiti e soprattutto Letture si sono succedute, cominciando dalle reti rai, da Roberto Benigni a Lucilla Giagnoni, che ci ha declamato, appassionata, da un teatro deserto, spalle alla platea, giorno per giorno tutti i canti della Commedia, alla riproposta, su Rai 5, della maratona dantesca, con eccellenti letture riprese nel corso del tempo e dalle voci del calibro di Umberto Veronesi, Ennio Morricone , Claudio Santamaria, Carla Fracci e Piera Degli Esposti che ci ha ancora commosso con la sua Francesca replicata in questa settimana, durante il VII Festival della Filosofia del Sanni , unitamente all’intero V canto dell’Inferno, insieme alla lettura di altre poesie di altri poeti, e ci ha condotto, donando a noi la maestria della sua arte che incanta e le è propria, tra alcune belle pagine del libro di Aldo Cazzullo, intitolato appunto: A riveder le stelle. Dante il poeta che inventò l’Italia (Mondadori, 2020), già alla settima edizione! (l’intervento del Festival potrete vederlo fra qualche giorno al link wwwstregatidasophia.it/wordpress).

Di Dante e del ragionare su di lui si è parlato anche sulle diverse piattaforme, come era prevedibile e doveroso: nulla in presenza, per i divieti della pandemia, così come era stato, lo scorso anno, per il cinquecentenario di Raffaello Sanzio. Tanti sono anche gli articoli, su riviste e quotidiani, e i libri editi per l’occasione sul grande fiorentino.

Il noto linguista Tullio De Mauro ha dimostrato che delle 2.000 parole della lingua italiana, ben 1.600 sono presenti nell’opera di Dante ed è per questo che nominiamo Dante come padre della lingua italiana. Ma l’Alighieri porta alto anche il nome dell’Italia, a quel tempo non così come è oggi: «Dante non è soltanto il padre della lingua italiana scrive Aldo Cazzullo all’inizio del suo libro sopra citato è anche il padre dell’Italia. Un nome che ripete quasi ossessivamente, fin dal primo canto del suo poema… Per Dante l’Italia è un sogno. Un paradigma di cultura e di bellezza. Ma non è un’entità astratta; è carne, è sangue, è terra… è l’erede della grande cultura latina, della Roma imperiale, cantata dal poeta che Dante venera come maestro e che lo condurrà fuori dall’Inferno e dal Purgatorio: Virgilio. E Virgilio lo affiderà a Beatrice, la donna che Dante ama anche se non l’ha mai avuta, non l’ha mai baciata, forse non le ha mai potuto neppure rivolgere la parola. Una donna che simboleggia tutte le donne amate». Beatrice per Dante, e Aldo Cazzullo lo conferma, è una donna reale. Il poeta è lontano dal giudicarla solo spirito, “inventarla” per essere una sua guida, ma la pensa e la descrive, viva e carnale.

Tra l’altro sul rispetto che Dante porta alle donne Cazzullo scrive un intero capitolo del libro (Guai chi non rispetta le donne, cap.13) e dice: «Ingannare le donne, per Dante, è odioso. Chi seduce una donna per offrirla ad altri o trarne vantaggio per sé è un essere spregevole, che vien punto e umiliato dai diavoli e dai colpi di frusta». É il XVIII canto dell’Inferno, quando Dante incontra i seduttori e i fraudolenti.
La situazione ha una modernità schiacciante. La modernità di Dante è a tutto tondo. L’editorialista del Corriere della Sera si diverte a rendere il Sommo Padre della lingua italiana, capitolo dopo capitolo, legato a tanti personaggi e situazioni storiche posteriori a Dante, anzi spesso modernissime, da Cristoforo Colombo a Dino Campana, a Ungaretti a Saba fino ai cantautori come Francesco Guccini e Lucio Dalla.
Così ci viene voglia di fare anche noi, con la Storia presente. Oggi, dopo 700 anni (il viaggio dantesco sarebbe iniziato il Venerdì Santo, 25 marzo, del 1300), la situazione femminile è ancora, a dir poco, molto trascurata.

Una volta ho letto, lungo il bordo di una fontana che si trova all’interno di Villa Borghese, uno spazio verde e di bellezza, immerso in uno dei quartieri più rinomati e chic di Roma, una scritta per niente divertente, se per caso come tale sia stata concepita da chi l’ha prodotta, che diceva: «donna schiava zitta e lava» (mimando una presunta poeticità della rima!) Era tanti anni fa, non so se sia stata cancellata da una mano giusta e pietosa. Ma mi sembra attualizzarsi quando ci arriva notizia che un Presidente di una grande nazione, che si dice eletto democraticamente, rinnega gli Accordi di Istanbul, sulla violenza alle donne, siglati proprio nella sua nazione, e che lo preceda e lo segua un’altra nazione europea, ora nella Ue, per la negazione degli stessi accordi e per cancellare la libertà di abortire, atto non semplice per nessuna donna, come ha detto Dacia Maraini, ma non negabile perché si possa scegliere secondo libertà e necessità. Siamo contente e contenti che il nostro Presidente del Consiglio abbia pubblicamente condannato, in un suo discorso al Senato, la decisione presa pochi giorni dal presidente turco Tayyip Erdogan, perché segna, come ha detto Draghi, «un passo indietro».

Non è così lontano dal concetto espresso e da me letto sulla fontana romana neppure il questionario post covid proposto negli ospedali lombardi (poi prontamente per fortuna ritirato) a chi era guarito/a dal virus, per capire il modo di ripresa delle attività quotidiane di ciascuno/a. Alcune domande risultavano espressamente (proprio nel senso che era scritto tra parentesi) solo per donne. Un assaggio degli argomenti? Biancheria, Governo della casa, Preparazione del cibo. Mentre la sezione Gestione delle compere era “aperta” a maschi e femmine…

Per questo è importante l’iniziativa nominata come No Women No panel, Senza donne non se ne parla, il webinar organizzato dagli uffici del Parlamento europeo in Italia e dalla Rappresentanza della Commissione europea in Italia, in collaborazione con Radio Rai 1, per una presenza equilibrata dei generi in tutte le discussioni pubbliche. No Women No Panel ha messo al centro del dibattito le politiche per la promozione della parità di genere e le misure volte a favorire l’occupazione femminile previste all’interno del Next Generation EU. «Infatti viene sottolineato abbiamo 640 milioni in meno di donne occupate a livello globale, con grosse differenze di salario e una fragilità contrattuale. Tutto questo è frutto anche di stereotipi culturali che appartengo non solo ai Paesi in via di sviluppo ma anche all’occidente, dove, secondo alcuni studi, si valuta che il 74% di uomini e donne è d’accordo con il fatto che la donna debba sacrificare la propria carriera per avere una piena vita familiare. Mentre il 38% per cento degli intervistati reputa che ci sia una differenza tra il cervello dell’uomo e il cervello delle donne, meno adatto alle materie scientifiche» (dall’intervento di Carlo Corazza).

Diamo uno sguardo alla rivista di oggi e colgo l’occasione per ringraziare del grande aiuto, oltre il sostegno affettivo, di Sara Marsico che è la new entry della nostra redazione e che da questo numero collaborerà con me, oltre che per la revisione dell’editoriale, anche per la lettura e il commento degli articoli presenti nel numero. Cominciamo da Calendaria, che in questa prima settimana di primavera, ci fa conoscere due poete, la portoghese Sophie De Mello Breyner Andersen, poeta di mare descritta abilmente attraverso le sue poesie e la maltese Mary Meilak, quest’ultima prima donna a pubblicare poesie nel suo Paese. Nell’articolo Parole diverse per un modo diverso di abitare il mondo Graziella Priulla ci invita a riflettere sulla regressione di una società, quella occidentale, in cui il linguaggio ha dimenticato il rispetto, soprattutto nei confronti delle donne. Noi siamo le parole che usiamo, le parole definiscono i nostri pensieri e sta a noi lavorare, partendo dall’infanzia, per ripristinare un linguaggio civile. Ancora di parole si parla nella recensione al libro Stai zitta e altre nove frasi che non vogliamo sentire più, di Michela Murgia, di cui abbiamo già parlato in un editoriale precedente. Divertentissimo e pieno di informazioni e segnalazioni utili l’articolo Note stonate. Stereotipi e pregiudizi fra trombe, percussioni e fischi, una carrellata di figure femminili interessanti che hanno scelto di suonare strumenti da sempre considerati “maschili” e disdicevoli per le donne, con un magnifico ritratto, tra le altre, di Elena Somarè, che ha dedicato la sua vita a fischiare, perché il fischio «È la nostra seconda voce».

Ancora di donne e di musica (e che musica!) si parla in La divina voce di Sassy, Sarah Vaughan, cantante a tutto tondo, jazzista e non solo, la cui vita e carriera ci sono raccontate da colui che la scoprì, ragazzina, al Teatro Apollo di Harlem e che lei definiva «il mio amico, mio padre, il mio sangue». Di un’altra Divina, Imperia, cortigiana onesta si raccontano gli amori, a partire da quello forte e giovanile per Raffaello, che la ritrasse in più di un suo dipinto. Di trucco si parla nella prima parte de La cosmesi nei secoli, divertente excursus storico sull’arte di abbellirsi, comune a uomini e donne. Nel lungo percorso di genere a Brescia incontriamo, per la serie Donne di teatro, cinema e spettacolo a Brescia, Camilla Filippi, attrice in molte fiction e film e autrice di Psichedelicbreakfast, un interessante progetto su Instagram.

Il mondo nuovo è un articolo bellissimo che parla della rivoluzione zapatista del Chiapas e della figura mitica del subcomandante Marcos. Vi farà piacere venire a conoscenza del ruolo fondamentale delle donne in questa esperienza delle Juntas de Buengobierno.

Con l’ultimo martedì di marzo abbiamo avuto il terzo appuntamento del nostro Salotto letterario che questa volta ha riguardato la Storia con interventi interessanti e mirati di cui leggerete qui e potete riascoltare su facebook .

Bello un articolo di un giovanissimo nostro autore che parla di una giovanissima Rap, Madame, che dopo il festival di Sanremo ha avuto con ancora più decisione riconosciuta la sua capacità artistica! Uno “splendido esempio” di donne coraggiose che hanno difeso con tutta la loro forza la terra che aveva dato loro la vita, è quello che racconta le storie ardite delle francesi, distanti circa due secoli l’una dall’altra: Caterina Segurana (Nizza, nel XVI secolo) e Lucrezia Castel che difese strenuamente Les Ferres, una piccola località dell’entroterra.

La puntata sul femminismo di oggi parla di bell hooks, figura afroamericana di grande spessore. Non l’avremmo mai immaginato, ma la storia della Spada nella roccia potrebbe essere iniziata proprio qui da noi, nel Galgano!

Riposiamo la mente leggendo dei vini, questa volta di una azienda al femminile trentina e gustandoci il buonissimo e semplicissimo piatto suggerito dalla nostra scrittrice di ricette: caldissimi sformatini con al centro la polenta.

Torniamo a nutrire lo spirito. La poesia che vi propongo questa settimana è del poeta triestino Umberto Saba (un poeta che dovrebbe valutarsi di più durante il percorso scolastico). É di nuovo Aldo Cazzullo a citarlo con questa poesia intitolata a Ulisse, che Dante incontra nel XXVI canto, ormai verso la fine del suo viaggio all’Inferno:

«Nella mia giovinezza ho navigato
lungo le coste dalmate. Isolotti
a fior d’onda emergevano, ove raro
un uccello sostava intento a prede,
coperti d’alghe, scivolosi, al sole
belli come smeraldi. Quando l’alta
marea e la notte li annullava, vele
sottovento sbandavano più al largo,
per fuggirne l’insidia. Oggi il mio regno
è quella terra di nessuno. Il porto
accende ad altri i suoi lumi; me al largo
sospinge ancora il non domato spirito,
e della vita il doloroso amore»

(Umberto Saba, Ulisse 1948).

Buona lettura a tutti e a tutte!

***

Articolo di Giusi Sammartino

Foto per presentazione.200x200

Laureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpreti; Siamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

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