Caterina Comensoli, divenuta Madre Geltrude

Introduzione

Vilma: «Siamo un gruppo di amiche, ci definiamo Donne in cammino e ci esprimiamo in svariate modalità, tra cui il teatro e la danza meditativa. Sosteniamo il progetto nazionale dell’associazione Toponomastica femminile Sulle vie della parità, volto a incrementare l’intitolazione di vie, piazze e luoghi pubblici a donne che, con la loro testimonianza di vita, si sono distinte nei vari ambiti culturali e sociali. In questi Percorsi di genere femminile abbiamo incontrato Caterina Comensoli, divenuta Madre Geltrude, alla quale i Comuni di Casalmaiocco e Lavagna di Comazzo, nel Lodigiano, e Cesano Maderno, vicino a Monza, hanno intitolato un parco giochi e due vie.

Targa Comune di Casalmaiocco. Foto di Maria Grazia Borla

Non è stato facile per noi, donne del XXI sec., occuparci di una santa dell’Ottocento, soprattutto a causa della spiritualità marcatamente “negativa” di allora, fondata sulla rinuncia, sulla mortificazione, la penitenza, il peccato, sull’inferno e sulla dannazione… intrisa di moralismo, di giudizio e di condanna e guidata da una pedagogia della sofferenza e della paura. Ma siamo infine riuscite ad apprezzare le doti di spontaneità e autenticità di questa religiosa. Per illustrarne la vita e le opere ci siamo avvalse degli Scritticostituiti dalle sue lettere autografe, nonché del recente testo Caterina Geltrude Comensoli di Valter Pinessi. Quest’ultimo ha saputo interpretare la biografia di Caterina alla luce di studi psicologici, specie quelli di Erik Erikson sugli stadi della vita, di David Myers e di Brewer, esponenti della psicologia sociale americana; si è avvalso anche della lettura calligrafica di cui è esperto, così da poter dare una visione molto ampia su questa sorella in umanità. Tentiamo, questa sera, una rappresentazione del cammino spirituale di Caterina, grazie alle tracce che di esso, lei stessa, ci ha lasciato: quattro scene liberamente interpretate, che ripercorreranno i momenti salienti della sua vita».

Prima scena
[Caterina entra con in spalla una gerla, vestita da contadina di metà ’800] Link video

Sono Caterina, scendo dalle mie valli con la gerla… che qui tutti usano per il fieno, ma io oggi vi ho messo alcuni degli oggetti della mia vita che mi aiutano a ricordare insieme a voi alcuni momenti per raccontarveli. Voglio anche scrivere dei pensieri, per fissarli con attenzione, specie quei momenti un po’misteriosi che sono stati importanti per la mia anima. Da piccola [prende in braccio la bambola di pezza] ero troppo vivace e irrequieta, proprio come un cavallino bizzarro, ecco, ero come questo mio cavallino di legno. Mi ricordo di essere stata una bambina così vivace da sfuggire facilmente al controllo di mia madre, procurandole ansia e preoccupazione, a cui faceva seguito un’immediata punizione. Io però ribattevo: «Lasciatemi giocare, sono ancora piccola. Vedrete come sarò buona, domani. Niente paura, vedrete quello che farò!» A 5 anni già avevo paura di peccare, sentivo un rigorismo morale, correvo come un cavallo senza briglie nell’ortaglia, nei prati, mi sentivo creativa con molte idee in testa. Avevo sete di affettività e bisogno di trovare appoggio e sicurezza. I miei genitori erano controcorrente confronto agli altri. Tutti infatti tendevano a sfruttare l’infanzia fuori e dentro casa, i miei invece mi amavano troppo, per cui… «Non poteva soddisfare l’ardente brama di patire e lavorare molto, parendo a loro che facessi già troppo in confronto della mia età. Io desiderava fare la serva e lo straccio della casa per essere di buon esempio a tutti. Provavo il desiderio di amare tanto Gesù… ed essere tutta sua. «Io penso»: questo rispondevo alla mamma che mi chiedeva cosa facessi accovacciata accanto al fuoco, isolata da tutti. A scuola mi piaceva imparare e aiutare le compagne, ero attenta ai bisogni dei poveretti del paese e donavo loro ciò di cui mi privavo. Sentivo un fascino per l’Eucarestia, Gesù mi traeva a sé con una forza che non so esprimere. Avrei voluto portare il Santissimo in cima a una delle mie montagne perché tutti lo potessero adorare. Un giorno… non potendone più dal desiderio d’accostarmi al SS. Sacramento, decisi di farlo secretamente una mattina alla prima Messa. Egli, di quando in quando, mi faceva sentire la sua voce e le interne parole di vita».
A 13 anni ho emesso i voti di obbedienza e di umiltà, scrivendo anche una Regola di impegno nella meditazione quotidiana e rinnegazione della mia volontà. Mi ripugnava tutto ciò che non tende a Dio. La sera le conversazioni degli altri mi davano angoscia, talvolta mi isolavo a sfogarmi col pianto. Mia madre aveva un carattere deciso e forte, era reticente all’elogio, all’incoraggiamento, erano tempi così, i bambini venivano sgridati e strattonati, e in casa d’altri era anche molto peggio.
Mia madre, pur accettando la mia scelta religiosa, mi impose di attendere la maggiore età per entrare in convento, così dovetti obbedire e seguii la regola stando in casa. «Non mangiava né dormiva, una tristezza terribile aveva dentro di me. Nulla più di buono trovavo in me».

Un giorno partii per entrare nel convento di Angela Merici, a Lovere, ma ne uscii poco dopo perché malata. Da lì ho passato due anni un po’ leggeri in cui la mia vocazione sembrava indebolita, sciolsi i capelli nerissimi e crespi, diedi anche qualche sguardo ai ragazzi del luogo. Ma un giorno di settembre, a 19 anni, dopo un momento di smarrimento interiore, sentii una voce tutt’altro che simile alla nostra… «Figlia… è mio il cuore che ti parla. Devi essere tutta per me… non in parte; se non sarai fedele al mio amore, io non mi curerò più di te». Era un dialogo carnale tra me e Gesù. Nei momenti di intimità con Dio si perde tutto e sembra di essere in un altro mondo. La pace, la calma, il silenzio interiore; l’annichilimento che provavo davanti alla Maestà di Dio, mi rendeva poi insensibile a tutto. Spesso sentivo il bisogno di fermarmi e di sedermi in silenzio in meditazione. «Stare in Silenzio dunque: seduti, schiena dritta, posizione composta, come la vita deve essere, occhi aperti, come la mente deve essere, mani giunte, tese ma rilassate, e via, lasciar scorrere quello che deve scorrere… il resto non si spiega, si respira, si sente… e diventa alimento della propria vita».
Ma improvvisamente dovetti partire; fu quando la mamma mi trovò un lavoro, poiché mio padre si era ammalato e spettava a me mantenere la famiglia. Prima a Chiari, per 4 anni… poi a Capriate S. Gervasio per 8 anni, dove la signora padrona, la contessa, mi opprimeva, mi toglieva la libertà di scrivere delle lettere, potevo farlo solo di notte. Ma ecco, improvviso e inaspettato, il mio sogno si realizzò: conobbi don Francesco, che gioia! Condividemmo il desiderio di adorazione del SS Sacramento e cercammo un luogo per dar vita a questo proposito. Lo trovammo in Bergamo e, il 15 dicembre 1882, con una sorella e un’amica, Vincenza Novali, si parte finalmente ed è per sempre! Facemmo ingresso nella casa e fondammo l’istituto. Il mio cuore era colmo di gioia. Lasciai finalmente gli abiti civili, assunsi il nome di Geltrude del Santissimo Sacramento, nome che significa amica della lancia. Geltrude, di cui ricorre la festa il 16 novembre, è una Santa che fu monaca tedesca cistercense, a cui guardo da molto tempo, viene oggi in mio aiuto e sostegno. Voglio recitare il Magnificat, il canto di lode che Maria recita quando va a trovare Elisabetta… Magníficat ánima mea Dóminum, et exsultávit spíritus meus in Deo salvatóre meo».

Seconda scena
[Nell’Istituto di Bergamo e nella Casa di Lavagna]

Nei primi cinque anni la forte crescita dell’istituto di Bergamo creò seri problemi organizzativi. Madre Geltrude: «Sono contenta di quello che faccio, vi partecipo con tutta me stessa, sia con il cuore che con i sensi. Voglio battere sul duro… il sacrificio non mi spaventa, riesco a coordinare, essere ordinata e precisa, abile, astuta e ingegnosa. Mi sento però disturbata dall’eccesso di responsabilità di cui sono investita». Molte delle mie suore lavorano nella filanda vicino all’istituto, le sento cantare… mi sun chi in filanda… Do supporto alle operaie poiché il lavoro è molto duro e vi sono anche molte bambine con turni che vanno dalle 12 alle 16 ore, con le mani sempre nell’acqua bollente e devono anche pagare multe, se producono meno dello stabilito. Molte si ammalano e io ho proprio una mia suora che chiedo di togliere, ma il padrone, signor Limonta, non lo permette. Così scrivo al Vescovo: «La prego Signor Vescovo… di intercedere per poter togliere dalla filanda una suora malata… io sono buona a nulla, mi affido a Lei Eccellenza. Voglio condurre la poverina all’ospedale, prima che non sia più in tempo di trasportarla». Dopo qualche anno però accadde il fallimento e la mia uscita dall’Istituto che venne confiscato, mentre io dovetti comparire in tribunale. Traumatica fu per me la notizia dell’ammontare del debito che minò la credibilità dell’Istituto e la fiducia in don Francesco che non mi aveva mai comunicato nulla. Vissi momenti drammatici: «Il giorno è questo della terribile catastrofe, 19 gennaio 1889… Sostenetemi nella dura prova, aiutatemi per carità. Gli uomini sigillano le nostre cose. Voi sigillate il mio cuore». Sono chiamata in tribunale a testimoniare, a dichiarare che non sapevo proprio nulla dei conti e dei debiti. Al gruppo di 73 sorelle rimaste a me fedeli, nonostante «privazioni e stenti di ogni sorta, per cui soffrivamo la fame spesse volte…» non posso offrire nulla di certo, se non la volontà del vescovo di salvare l’Istituto. “Amarti mi basta e farti amare” è il mio motto nato lì. Ho la protezione del vescovo di Lodi, monsignor Rota, che mi ebbe a servizio molti anni prima e oggi mi offre una temporanea soluzione a Lavagna di Comazzo dove vi è una grande casa; è il mio luogo prediletto, perché amo le ampie campagne sulle rive del fiume Adda, amo le albe e i tramonti. Vivo però periodi di solitudine interiore, di buio interiore che non mostro al di fuori. Il Signore mi dà la grazia di mostrarmi sempre ilare».

Terza scena
[Madre Geltrude scrive lettere alle sue suore]

Geltrude (Maria Grazia Borla) alla scrivania

Rieccoci finalmente di nuovo a Bergamo. So che presto Pia sarà con noi in convento qui, ora che la casa ci è stata ridata. Si unisce alle altre che numerose stanno accogliendo la Regola e desiderano adorare il Santissimo. Le nuove le voglio ricche di fede più che istruite. Le ragazze che entrano da noi se sono già patentate è meglio, perché sento dire cose non rassicuranti circa la scuola Normale di Lodi, quel Maffeo Vegio che solleva le teste delle fanciulle; meglio che entrino e poi a farle studiare ci pensiamo noi. Che prendano le patenti di IIa, con la patente di IVa elementare ne bastan poche. Spesso mi riferiscono del dolore dei familiari per la partenza di una figlia: «Cento per uno… qui fruirà d’una pace abbondante, cara Pia! Gesù premia i piccoli sacrifici fatti per amor suo. Coraggio! ne ho visti tanti di pianti di mamme, papà e fratelli». Li assicuro che dopo benediranno il Signore. Le lacrime in pochi mesi si convertono in dolce e santa rassegnazione. La vestizione è un momento tanto atteso da tutte le novizie e postulanti. «Preparate per tempo gli abiti, che siano candidi, ma di più lo deve essere il vostro cuore». So, purtroppo, di alcune così malate per le quali prego nostro Signore. Le farò passare avanti alle altre, perché non ci lascino prima del tempo. C’è, infatti, suor Metilde, nata a Lavagna e poi mandata a San Pietro di Gambarare, in Veneto, con polmonite grave; per lei non c’è più speranza! Chiederò al più presto che venga il monsignor Rota così da permettere alla poveretta di emettere i voti religiosi. «Quando siete malate, dovete mangiare e non digiunare, specialmente se siete tisiche; ricordatevi che un buon bicchier di vino fa buon sangue!» Nella gestione delle risorse cerco di muovermi con abilità ed equilibrio, conciliando la sicurezza finanziaria dell’Istituto e le finalità assistenziali. Entrano molte suore, vi è una crescente disponibilità da impegnare in opere assistenziali ed educative che permettono di autofinanziarsi, con un’amministrazione oculata e prudente, un tenore di vita sobrio e austero, un’abitudine al risparmio si mantiene l’autonomia economica. Nelle nostre case apriamo asili, scuole e doposcuola, operiamo negli oratori; sono la nostra risposta al bisogno sociale di ospitare i bambini, lasciati spesso per strada mentre le madri devono lavorare e occuparsi poi di tutte le faccende domestiche. L’impostazione pedagogica dell’Istituto è ben chiara: «L’educar la gioventù porta con sé un esercizio continuo di propria abnegazione, di estrema pazienza e di continua vigilanza». Appena mi è possibile sono alla mia amata scrivania e scrivo lettere alle suore nelle varie case che spesso non riesco a visitare, dati i miei dolori che mi obbligano a letto. Tra tutte ho brama di visitare la casa di Lodi Vecchio. «A te suor Filomena Lucietto di Lavagna, perché sei sempre malinconica? La tristezza è una peste che distrugge tutto! Lascia andar giù l’acqua per la Muzza, quello che puoi fare fallo, quel che non puoi supplirà Gesù. Ti mando tre bozzi per i cuscini del Vescovo, fateli appresso a poco così: per quello che si inginocchia fateci quattro cantoni a mò di spighetta. Lavorateli solo sopra, sotto lasciateli bianchi. Preferirei ricamato a colori, gli ornati gialli, i gambi dei fiori color cannella e il cuore un bel rosso». Lascio alle suore scegliere i colori delicati, le quali son di gusto. «Riguardatevi». Con questo freddo intensissimo di febbraio, impossibile che non si ammalino poverine. «A te Rosanna mia, sospiro il giorno in cui ti vedrò, sarà aprile, che il vento di marzo ci farebbe male. A Bergamo niente di nuovo. Alcune vanno… altre vengono. Annetta è sortita, come pure Petronilla. Stiamo attaccate al Signore coll’orazione. Guarda che la malinconia è una tempesta per l’anima e per il corpo. Vivi di fede, cara figlia, che si solleverà l’anima afflitta. Amami come t’amo affezionata tua Gertrude»

Musica: Ildegarda

Danza di Ildegarda

Quarta scena
[Alla scrivania… Madre Geltrude rivisita il passato]

Riguardo le lettere che ho ricevuto nella mia vita e riaffiorano i ricordi, dopo tanti anni di responsabilità a capo della grande famiglia delle Sacramentine. Sono in risposta alle molte mie spedite ai prelati e alle suore delle varie Case in Lombardia e in Veneto. Ricordo quella volta a Roma nel 1880, quando tutto ebbe inizio; quando riuscii a farmi ricevere da Papa Leone XIII. Egli con autorevolezza determinò la missione e la fisionomia: «l’Istituto che vuoi aprire sia pure consacrato al santo pensiero dell’Adorazione, ma devi raccogliervi anche la vita attiva, per educarvi le fanciulle povere e specialmente le operaie». Ricordo quella lontana lettera a don Spinelli all’inizio di questa mia avventura, proprio qualche giorno prima di recarmi a Bergamo e aprire il nostro Istituto: «6 dicembre 1882. Mercoledì o giovedì della settimana prossima io e mia sorella verremo a Bergamo. Siccome fa freddo prenderemo la via del lago… mio buon Padre non sospiro che il momento di arrivare… ho però gran spiacere nel lasciare i miei parenti. Sono fredda come il ghiaccio e molto distratta. Sento gran bisogno di silenzio e solitudine. Mi sforzo di parere allegra, ma certi momenti non ne posso più. Con stima. Caterina». A Giolitti, Ministro dell’Interno, che nel 1893 acconsentì alla domanda che gli posi di poter accogliere a Bergamo ragazze bisognose di educazione e di istruzione pel miglioramento dei propri costumi: «Accoglieremmo quelle figliole che piacesse a codesto Eccelso Governo fino ai loro 21 anni». A Lavagna ho saputo che le mie sorelle danno sempre alle donne rimaste sole, col marito in guerra, quel pugno di farina o di riso per i loro figli. Ho saputo anche che alcuni uomini bussano in cerca di una balia per il loro neonato, la cui madre ha perso il latte e loro si sono prodigate a cercargliela perché il bimbo si salvasse. Portano poi dei bavaglini in convento, come gesto di ringraziamento.
Le grazie che fecemi il Signore nel corso della mia vita sono tante e così grandi che sarebbemi impossibile descriverle; non sono mai stata buona a spiegarlo, è sempre stato un mistero per me. Mi siedo per terra sul cuscino e mi accovaccio. Le mie condizioni di salute sono sempre più precarie, ma l’intensificarsi della sofferenza fisica non mi impedisce di lottare e reagire. La borsa è sempre pronta, ma non riesco più a lasciare il letto per andare a far visita alle suore. Forse potrei rassegnare le dimissioni, ma proseguo a denti stretti, come spesso ho fatto. Non dico a nessuno le mie pene, nota voglio essere a Dio solo. Sarò dolcemente paziente…

Maria Grazia Borla e Vilma Maifreda

[Suor Viligelma si avvicina]

Madre Geltrude: «Sorella, che giorno è oggi?» Suor Viligelma: «È il 18 febbraio Madre, andiamo, è già suonato mezzogiorno, andiamo a riposare, lei è troppo stanca… non sente anche lei un bel profumo di rose? Madre, sente anche lei dei bambini che cantano?»

Si allontanano insieme.

In copertina: targa a Lavagna di Comazzo. Foto di Maria Grazia Borla

***

Articolo di Maria Grazia Borla

Laureata in Filosofia, è stata insegnante di scuola dell’infanzia e primaria, e dal 2002 di Scienze Umane e Filosofia. Ha avviato una rassegna di teatro filosofico Con voce di donna, rappresentando diverse figure di donne che hanno operato nei vari campi della cultura, dalla filosofia alla mistica, dalle scienze all’impegno sociale. Realizza attività volte a coniugare natura e cultura, presso l’associazione Il labirinto del dragoncello di Merlino, di cui è vicepresidente. 

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