Culture dimenticate

Il tedesco Harald Haarmann, nato a Braunschweig in Bassa Sassonia nel 1946, è fra i più accreditati linguisti a livello internazionale e autore di oltre quaranta libri e numerosi saggi. Ha insegnato Storia culturale, Evoluzione linguistica e Archeomitologia in Europa, in Asia e in America. Ha ricevuto il Prix Logos dell’Association européenne des linguistes di Parigi, il Premio Jean Monnet e il Plato Award. Tra i suoi libri: Auf den Spuren der Indoeuropäer (Sulle orme degli Indoeuropei, 2016), Das Rätsel der Donauzivilisation (L’enigma della civiltà del Danubio, 2011) e Weltgeschichte der Sprachen (Storia mondiale delle lingue, 2008).

Harald Haarmann

Culture dimenticate. Venticinque sentieri smarriti dell’umanità (2020) è il suo primo libro pubblicato in Italia.
In questo suo ultimo lavoro Haarmann, partendo dalle scoperte più recenti dell’archeologia, della linguistica e della genetica umana, riassume lo stato della nostra conoscenza storica e soprattutto della nostra ignoranza. Molte culture del passato sono avvolte nell’oblio oppure ritenute civiltà secondarie perché non abbiamo punti di riferimento per collocarle nel contesto appropriato e con questo saggio Haarmann si prefigge dichiaratamente di «abbozzare una rete storica di riferimento, che fornisca i necessari punti di orientamento» (p. 14). Oltre a proporre un’intrigante carrellata sulle più sensazionali scoperte archeologiche, l’autore invita chi legge a seguirlo in un cambiamento di prospettiva sulla storia del mondo. La sua trattazione non euro-centrica e attenta alle differenze di genere percorre alcuni dei “sentieri smarriti dell’umanità” senza fare storia contro-fattuale, ma orientando chi legge alla consapevolezza «di come la storia sia progredita in modo diverso da quanto abbiamo imparato, e di come avrebbe potuto seguire tutt’altro corso se la dea Fortuna avesse baciato altre civiltà e culture» (p. 12).
In questo modo non solo restituisce voce e memoria a chi ha perso — sovente oggetto della damnatio memoriae da parte di chi ha vinto — ma contribuisce ad abbattere diffusi stereotipi e a far riflettere sulla nostra stessa civiltà.

Attraverso un linguaggio chiaro e scorrevole, senza ricorrere a tecnicismi inutili, il libro ci propone un viaggio nel tempo e nello spazio, partendo dall’homo heidelbergensis stanziato in Europa e in Africa — già in grado tra i 350.000 e i 300.000 anni fa di costruire lance da caccia molto simili ai giavellotti oggi usati alle Olimpiadi — e arrivando nella foresta pluviale amazzonica, sede di grandi insediamenti precolombiani (1250-1500) abitati da oltre un milione di persone.
Negli anni Quaranta del Cinquecento naviga lungo il Rio delle Amazzoni, alla ricerca del mitico Eldorado e del paese della cannella, il primo conquistatore, Francisco de Orellana, e il monaco domenicano Gaspar de Carvajal scrive una cronaca della spedizione. Orellana è molto colpito dal fatto che, durante gli scontri con il popolo tapuya, le donne combattono insieme agli uomini, ricordandogli le Amazzoni della mitologia greca. Perciò chiama il fiume Rio delle Amazzoni e Amazzonia la regione della foresta pluviale. In realtà pare che queste guerriere tanto mitologiche non siano.

Sarcofago con scene di battaglia tra Amazzoni e Greci, II sec. d.C.

Nelle sue Storie Erodoto narra episodi di guerra tra i greci e le Amazzoni (in copertina: lastra dal fregio del Mausoleo di Alicarnasso, IV secolo a.C., conservata al British Museum di Londra); in particolare alcune sarebbero state fatte prigioniere dagli sciti, dai quali sarebbero fuggite per combatterli e, ristabilita la pace, Amazzoni e sciti sarebbero divenuti fratelli e sorelle d’armi. Non solo, sempre secondo Erodoto, discendente da Amazzoni e sciti sarebbe il popolo dei sauromati, che educa alle armi sia ragazze, sia ragazzi. «Reperti funerari di recente scoperta hanno confermato quanto Erodoto scrisse sui sauromati. Sono state ritrovate infatti tombe di donne il cui corredo funerario comprendeva anche armi» (p. 172).

Inoltre, da molto tempo esistono racconti su donne guerriere che sopravvivono ancora oggi, come quelli su Amezan, la regina delle Amazzoni, diffusi tra la popolazione circassa del Caucaso. Oltre che da queste guerriere, sciti e greci sono accomunati dalla venerazione di importanti divinità femminili, quali Tabiti, protettrice della casa e del focolare, che Erodoto accomuna alla greca Estia, Api associata alla preolimpica Gea o Gaia, e Argimpasa ad Afrodite Urania.

Le prime testimonianze di rappresentazioni di numi tutelari femminili sono molto più antiche: dalla cosiddetta Venere danzante (31.000 anni fa), rinvenuta a Galgenberg nella bassa Austria, alle statuette femminili rinvenute a Mal’ta (23.000 anni fa) sul lato occidentale del lago Bajkal, in Siberia. I manufatti siberiani sono diversi rispetto a quelli paleolitici europei: tutte le statuette hanno una testa e i tratti del volto modellati — mentre quelle europee sono per lo più acefale — e si presentano nelle tipologie di “corpulente”, associate all’idea della fertilità, e “snelle”, legate alla concezione animista dei numi tutelari, che nella tradizione delle popolazioni euroasiatiche sono sempre femminili.
In Europa, invece, questa suddivisione non esiste e le piccole sculture rappresentano, salvo rarissime eccezioni quali la magra Venere danzante, donne dalle forme morbide.

La Venere danzante di Galgenberg

Tante altre certezze apparentemente assodate sono messe in discussione. Secondo una recente ipotesi la colonizzazione europea dell’America settentrionale risalirebbe all’era glaciale (tra 23.000 e i 19.000 anni fa), quando alcuni gruppi specializzati nella caccia alle foche, seguendo il percorso del sole nella loro esplorazione di nuove riserve di caccia ai margini della calotta polare, avrebbero raggiunto la costa atlantica del continente, e dunque non sarebbe posteriore all’era glaciale, né le prime migrazioni sarebbero transitate attraverso lo stretto di Bering, come si è sempre pensato. Lo dimostrerebbero, tra l’altro, le risultanze di analisi genetiche, la sostanziale differenza tra le lingue algonchine, parlate nel nord-est del continente, e le altre lingue amerinde, e, infine, la straordinaria somiglianza tra il basco, le cui origini risalgono all’era glaciale, e le lingue algonchine.

I templi più antichi non sono stati costruiti in Mesopotamia e in Egitto, bensì in Anatolia, nel sud della Turchia, e risalgono al decimo millennio a.C., come suggerisce il ritrovamento negli anni Novanta del secolo scorso di un monumentale complesso rituale a Göbekli Tepe.

Il santuario è costituito da una ventina di templi megalitici, edificati dalle locali popolazioni, per cui rappresenta un riferimento centrale e una meta di pellegrinaggio, fino all’inizio dell’ottavo millennio a.C., quando è abbandonato e ricoperto.

Sito archeologico di Göbekli Tepe

Non tutte le antiche civiltà avanzate sono caratterizzate da gerarchie sociali e forme di società patriarcale. Catalhöyuk, la più antica città dell’Anatolia, fondata intorno al 7500 a.C., è abitata per circa duemila anni e si sviluppa in modo eterogeneo con la continua aggiunta di zone abitative. Le case sono fatte di mattoni di argilla essiccata e costruite l’una sull’altra, e «le mura di una casa erano al contempo le mura della casa adiacente. Non c’erano corridoi o tracce di strade, né porte. Gli abitanti entravano nelle case da un’apertura nel tetto» (p. 61). Nella città, che ospita migliaia di persone, sono del tutto assenti grandi edifici per chi ha ricchezza, palazzi per il sovrano e templi. Siamo in presenza di una società egalitaria e non patriarcale, in cui le donne hanno un ruolo culturale centrale, come testimoniano alcune usanze funerarie e la grande quantità di statuette femminili ritrovate nelle abitazioni, manifestazione di un culto neolitico delle divinità femminili.

Rappresentazione artistica di Catalhöyuk


Catalhöyuk non è l’unico esempio di civiltà senza gerarchia sociale, una strutturazione simile si ripete nelle megalopoli della civiltà danubiana (VI-III millennio a.C.), caratterizzate da una società egalitaria in cui i rapporti di genere sono bilanciati e basati sulla cooperazione, dimostrando che «è possibile raggiungere alti standard socioeconomici e tecnologici anche se la società non è organizzata in maniera gerarchica» (p. 81). La civiltà danubiana è il primo esempio di Commonwealth, «un’area economica integrata […] che non arriva alla costituzione di un impero politico» (p. 95), seguita cronologicamente dalla civiltà dell’Indo (2800-1800 a.C.), pure caratterizzata dall’assenza di suddivisioni gerarchiche, oltre che da un elevato sviluppo tecnologico e urbanistico. «Tra le infrastrutture cittadine c’erano bagni pubblici, edifici per le provviste e fortificazioni, oltre al sistema di scarico più antico al mondo. Nelle case di Harappa e Mohenjo-Daro erano installati gli antesignani del wc» (p. 94).

Prima delle popolazioni cinesi e uigure arrivano nella provincia cinese di Xinjiang popolazioni indoeuropee, tra il II e il I millennio a.C., come dimostrano gli esami del DNA su numerose mummie dai capelli biondi o rossastri ritrovate nell’area dagli anni Settanta del secolo scorso. Non siamo a conoscenza della presenza o assenza di gerarchie sociali in questa civiltà, tuttavia «Sembra che nella società del tempo prevalesse il principio di eguaglianza, perché non ci sono differenze tra tombe maschili e femminili in quanto a ricchezza di corredo e decorazioni. Anzi, sono alcune tombe femminili a spiccare per il loro allestimento sfarzoso» (p. 119).
Con la civiltà chachapoya (VIII-XV secolo), che si sviluppa nel nord del Perù, siamo nuovamente in presenza di una società egalitaria e non patriarcale: «Non si riscontrano differenze sostanziali nel trattamento di uomini e donne, o nella decorazione delle tombe in base allo status economico dei defunti. Né, infine, sono state rinvenute tombe di re […] Forse le donne vi avevano un ruolo preponderante» (p. 186) come parrebbe testimoniare il fatto che è una delegazione di donne a contrattare le condizioni di pace con il re inca Huayna Capac.

Tombe chachapoya

Gli antichi greci arrivano nella penisola dopo i pelasgi, una civiltà indoeuropea che vi è stanziata dal III al I millennio a.C., e che ha una duratura influenza sulla cultura dei greci. Dopo iniziali contrasti si realizza fra le due popolazioni un’ampia fusione linguistica e culturale che dà origine all’antichità “greca”. Il greco antico è ricco di prestiti dal pelasgico — che non è una lingua indoeuropea e dunque non è imparentata col greco — e dal pelasgico, attraverso il greco, arrivano a noi termini come aroma, teatro, psiche, narciso, ulivo, ceramica, marmo, metallo, dinamico, ibrido e altri ancora. Col tempo i pelasgi sono rimossi dalla memoria culturale dei greci, anche a causa della «crescente autocelebrazione dell’élite greca» (p. 138).
Tra il mondo greco e quello romano svolge un decisivo ruolo di mediazione il popolo etrusco (stanziato in Italia dal IX al III secolo a.C.), in una dinamica assai simile a quella tra greci e pelasgi: dopo aver trasmesso ai latini una grande eredità culturale – dal mito fondativo di Enea alla civiltà urbana e ai prestiti linguistici — si fonde con il popolo latino, che ne disconosce la memoria.

Tarquinia. Affresco della fanciulla Velka

Nell’Africa meridionale si sviluppa il grande centro di commercio di Grande Zimbabwe, che è anche il cuore politico di un potente regno dell’Africa nera (122o-1450), fondato da antenati/e del popolo shona, una popolazione bantu oggi diffusa in Zimbabwe. Le rovine di questa città, circondata da mura ciclopiche, non suscitano grande interesse in Europa fino al XIX secolo, quando si avanzano fantasiose ipotesi sulla sua origine: sarebbe la replica del palazzo di Gerusalemme della regina di Saba oppure la biblica Ofir, sede delle miniere d’oro di re Salomone. Ancora nel XX secolo il mondo della colonizzazione bianca non è pronto ad accettare l’idea di una fortezza prodotto ed espressione di una civiltà nera. «Negli anni sessanta e settanta le ricerche archeologiche erano sottoposte a censura dalla polizia. Era vietato parlare di costruttori neri tanto che molti archeologi importanti per protesta abbandonarono la Rodesia» (p. 250).

Grande Zimbabwe

Speculare e opposta strumentalizzazione di Grande Zimbabwe è fatta dai nazionalisti neri, che vi vedono la culla di un “socialismo” africano pre-coloniale oppure l’esempio di una élite che accumula ricchezza ai danni delle masse sottomesse. Finalmente stabilita la verità storica, anche sulla base delle risultanze delle campagne di scavo, dal 1986 la fortezza di Grande Zimbabwe è nella lista Unesco dei siti patrimonio dell’umanità.

Questo e tanto altro racconta il libro di Haarmann che con la sua calviniana leggerezza riesce davvero a «stuzzicare la curiosità del lettore, invogliarlo continuamente a seguire le tracce di queste civiltà dimenticate o marginalizzate» (p. 15). Stimola a cogliere nel presente tracce e relazioni con questo passato fatto cadere nell’oblio, rendendoci consapevoli che al cuore della storia ci sono gli esseri umani e confermando quanto scrive nell’Apologia della storia o mestiere di storico (1944) Marc Bloch «Lo storico è come l’orco della fiaba: là dove fiuta odore di carne umana, là sa che è la sua preda». È un risultato non da poco per un linguista prestato alla storia.

Harald Haarmann
Culture dimenticate
Bollati Boringhieri, Torino, 2020
pp. 290

***

Articolo di Claudia Speziali

mbmWJiPdNata a Brescia, si è laureata con lode in Storia contemporanea all’Università di Bologna e ha studiato Translation Studies all’Università di Canberra (Australia). Ha insegnato lingua e letteratura italiana, storia, filosofia nella scuola superiore, lingua e cultura italiana alle Università di Canberra e di Heidelberg; attualmente insegna lettere in un liceo artistico a Brescia.

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