ROSA BALISTRERI

“La Sicilia delle donne, festival del genio femminile”: è questa la lodevole iniziativa curata da Fulvia Toscano direttrice artistica di “Naxoslegge” e dalla scrittrice Marinella Fiume che in questa prima edizione, per tutto il mese di Marzo, ha raccontato le storie delle siciliane attrici, registe, cantanti, musiciste…
Un palcoscenico virtuale in cui sono ritornate in vita e in arte talenti femminili poco conosciuti, dimenticati o sottovalutati.

Le toponomaste di Licata hanno voluto rendere omaggio alla figura di Rosa Balistreri, loro concittadina.
La vita di Rosa sembra la trama ideale per scrivere un romanzo. Sin da quando vide la luce è un susseguirsi di fatti, eventi, gioie e dolori che si stenta a credere possano essere accaduti a un’unica persona. E scavando in fondo a quella vita, ci si rende conto perché il suo canto, la sua possente voce non hanno eguali: nascono dal suo  vissuto tormentato, dalla sua sofferenza e dalla sua insofferenza, dalla sua grande dignità. Viene definita cantautrice e cantastorie.

Rosa era nata a Licata il 21 Marzo del 1927 da Vincenza Gibaldi ed Emanuele Balistreri. Già il luogo esatto è incerto: per alcune fonti nasce sotto gli archi del Castel Sant’Angelo, per altri vicino ai ruderi di un Lazzaretto. In ogni caso è certo che nacque nella miseria più assoluta.
In seguito la sua famiglia si trasferì in via Martinez, nel cuore del quartiere Marina. Tra quegli stretti vicoli, Rosa passò la sua infanzia, in un “basso” senza acqua né luce. E quelle stradine si riempivano spesso della sua meravigliosa voce.
Oggi, sul prospetto di quell’edificio, una targa la ricorda.

Il padre era irascibile e violento e con Rosa, prima piccola e poi adolescente, i rapporti non erano idilliaci, soprattutto a causa del carattere determinato e contestatario della figlia. Padre e figlia si riconcilieranno in età adulta e fuori dalla Sicilia. Emanuele si arrangiava per guadagnare qualcosa: costruiva scope, sedie, madie… ma non disdegnava di andare a spicare (raccogliere spighe), raccogliere verdure o babbaluci (lumache). E in questi lavori era Rosa che, sin da piccola, lo aiutava.
La madre “Vincinzina”, proveniva da una famiglia di ben nove figli e quindi per sfamarla fu affidata a un collegio di suore . Appena compì 14 anni fu data in sposa a Emanuele, così come in uso a quei tempi.

Rosa, da adolescente, si innamorò del cugino Angelino, provò il piacere di quel sentimento ma dovette rinunciarvi perché lei non “possedeva alcuna dote” e a 17 anni le fu imposto un “matrimonio combinato” con Gioacchino Torregrossa, detto Iachinazzu. Da questa unione nacque Angela, unica figlia che a sua volta metterà alla luce Luca Torregrossa, l’unico nipote di Rosa.
Iachinazzu era un violento (latru, jucaturi e mbriacuni) che la porterà tra le sbarre del carcere, prima di Licata e poi di Agrigento, per averlo colpito con una lima nel tentativo di difendersi.
Dopo questa esperienza, Rosa lasciò il marito e andò a lavorare in una vetreria ma anche lì fu vittima di uno stupro. Iniziò a lavorare in un magazzino dove si inscatolavano le sarde e poi fece la cameriera. Ma i morsi della fame e la povertà in cui viveva le fecero prendere la decisione di lasciare Licata e recarsi a Palermo. Lì “andò a servizio” presso una famiglia benestante: aveva la freschezza e la bellezza dei vent’anni e il figlio della coppia presso cui lavorava si invaghì di lei, la mise incinta e la convinse a rubare i soldi dei suoi genitori per scappare insieme. Invece a quel ragazzo scapestrato i soldi servirono per saldare dei debiti di gioco. Umiliata, raggirata e scoperta fu tradotta in carcere all’Ucciardone dove scontò una pena detentiva di sette mesi. Quel periodo sarà fonte di ispirazione per tante sue canzoni.

Nel frattempo Rosa portò a termine la sua gravidanza, ma il bambino nacque morto e la levatrice, colpita dalle disgrazie e dalle sofferenze di Rosa, le trovò un lavoro come cameriera presso il conte Testa. Per un anno e mezzo quel lavoro decoroso ridiede speranza a Rosa e la contessa le insegnò pure a leggere e scrivere. Alla nobile famiglia però serviva una balia e Rosa non ne aveva i requisiti. Per non lasciarla senza un lavoro, il conte le trovò un lavoro come sagrestana Presso la Chiesa di Santa Maria degli Agonizzanti, dove monsignor Campanella, uomo santo e devoto, era il parroco.
Ma ancora la sorte aveva deciso di accanirsi contro di lei. Poco dopo il parroco morì e venne sostituito da un altro molto sensibile al fascino femminile che cercò di circuire Rosa. Lei si oppose con fermezza e lui la licenziò. Fu a quel punto che Rosa prese la sua decisione: rubò i soldi dalla cassetta delle elemosine per acquistare un biglietto di treno che la portasse lontano dalla Sicilia.

E fu così che approdò a Firenze. Lì trovò lavoro, aprendo una bottega di frutta e verdura e richiamò i suoi familiari che prontamente lasciarono Licata per raggiungerla.
Finalmente una nuova vita, nuove libertà, un nuovo amore: il pittore Manfredi Lombardi con cui avrà una lunga relazione. Manfredi scoprì il suo talento e la mise in contatto con artisti come Ignazio Buttitta. Rosa iniziò a cantare in vari eventi e tutti e tutte restavano ammaliati dalla sua voce. Dall’incontro con Dario Fo conquisterà grande fama e notorietà.
Ma la violenza che l’aveva sempre perseguitata la colpì ancora,anche se indirettamente: il cognato uccise sua sorella Maria per gelosia e l’anziano padre, non sopportando quel dolore, si impiccò sulle sponde dell’Arno.

Manfredi nel frattempo si innamorò di un’altra donna e la lasciò: Rosa cadde in depressione e tentò il suicidio. Venne salvata e in quel momento difficile trovò l’aiuto del Partito Comunista Italiano che la scritturò come artista per le proprie “Feste Dell’Unità”. Rosa riprese così la sua carriera e trovò la forza e il coraggio di ritornare in Sicilia.

A Palermo ritrovò l’amico Buttitta, frequentò Sciascia e Guttuso e il barone Cacopardo le regalò una casa popolare in via SS. Mediatrice.  a qui ripartirà la sua vita di artista densa e piena di successi con varie tournée all’estero. Rosa tornerà a Licata ben tre volte, ma il suo paese natio non le tributò l’affetto e la stima che meritava. Nonostante ciò decise di donare i suoi libri alla Biblioteca comunale.
Il 20 settembre 1990 morì a Palermo ma per suo espresso desiderio venne seppellita a Firenze nel cimitero di Trespiano.

A Licata oggi, oltre alla lapide sopracitata, una via è a lei intitolata come una sala del Chiostro S. Angelo. Una statua è stata collocata nei pressi della villa comunale. Ogni anno un Memorial in suo onore la ricorda e un gruppo folkloristico porta il suo nome.
Troppo poco per una grande artista come lei.
Tanti i teatri in cui la sua voce possente ha regalato emozioni, tra cui il Teatro Biondo di Palermo e il Teatro Stabile di Catania.

Rosa è stata la voce dei poveri, dei miserabili, dei braccianti senza terra, delle donne siciliane vittime di violenza: era la voce del popolo che reclamava il diritto a una vita migliore e a un lavoro dignitoso.
La voce dei diseredati che inquietava le coscienze.
Una voce scomoda per chi chiudeva gli occhi di fronte alla miseria e alla violenza del mondo e per chi ancora li chiude.

***

Articolo di Ester Rizzo

a5GPeso3Laureata in Giurisprudenza e specializzata presso l’Istituto Superiore di Giornalismo di Palermo, è docente al CUSCA (Centro Universitario Socio Culturale Adulti) di Licata per il corso di Letteratura al femminile. Collabora con testate on line, tra cui Malgradotutto e Dol’s. Per Navarra edit. ha curato il volume Le Mille: i primati delle donne ed è autrice di Camicette bianche. Oltre l’otto marzo, Le Ricamatrici e Donne disobbedienti.

 

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