Sono solo canzonette. il maschilismo orecchiabile

Risale a poche settimane fa la polemica scatenatasi al Festival di Sanremo, nell’istante in cui Beatrice Venezi ha rifiutato la qualifica di direttrice d’orchestra, preferendo il titolo declinato al maschile. Sono piovute molte critiche, ma allo stesso tempo anche approvazione, da parte di chi sostiene che le parole siano solo parole e non vi sia alcuna differenza di sostanza. Ma è davvero così? Il linguaggio è da considerarsi marginale quando si tratta di emancipazione femminile?

Carlotta Cossutta, che ha curato la prefazione del libro Il maschilismo orecchiabile mezzo secolo di sessismo nella musica leggera italiana di Riccardo Burgazzi (Proserpio Editore, 2021), esprime un concetto fondamentale già dalla prima riga: «il linguaggio è anche un luogo di lotta». Il linguaggio viene forgiato da secoli e secoli di cultura e comunicazione ed esprime ciò che siamo: il rapporto di potere che si instaura tra i due sessi viene accettato dalla cultura di massa come naturale e si ripercuote inevitabilmente anche nelle nostre espressioni. La sopraffazione di un sesso sull’altro non passa solo attraverso veri e propri atti di violenza, ma si insinua più subdolamente nelle varie modalità di comunicazione e intrattenimento.

E la musica è uno dei migliori metodi per comunicare: le canzoni possono entrarci nella testa, anche quando non ci piacciono; la musica e i messaggi da essa veicolati hanno la possibilità di arrivare ovunque: la sentiamo in macchina, in casa, sul cellulare, negli uffici, nei supermercati.

Riccardo Burgazzi spiega come la musica non abbia solo una componente armonica, strettamente legata alla melodia del pezzo, ma anche una parte comunicativa, ovvero un testo con significati ben precisi. Il suo obiettivo è quello di analizzare la rappresentazione della donna nei testi di diverse canzoni pop dagli anni Cinquanta alla fine degli anni Zero. Dalla sua analisi emergono ben otto categorie di maschilismo orecchiabile, descritte magistralmente in un susseguirsi di canzoni e versi che rendono la lettura scorrevole e a tratti divertente ed ironica, senza dimenticare l’importanza della riflessione.

Il mondo della musica è pieno di cliché: la suddivisione tra donne sante e puttane, donne per bene e donne per male è radicata anche in questo campo e rispecchia tristemente la cultura patriarcale di cui è intrisa la nostra società.

La donna angelo, descritta come piccola e fragile, da amare e da proteggere, dalla quale farsi servire, coccolare, aspettarsi sempre e comunque amore e devozione è un’icona nel mondo della musica: tu che sei la perfezione e per fortuna che ci sei, sei la più bella del mondo (Raf, 1995). La donna angelo non tradisce, anzi è persino in grado di perdonare l’infedeltà perché le donne amano, non le cambierai, quando promettono sai non tradiscono mai, le donne amano e ti perdonano (Peppino di Capri, 1996).

E infatti la donna tentatrice è l’opposto della donna angelo: è viziosa e libertina, in un’accezione volutamente negativa. Deve essere temuta dall’uomo, soprattutto per la sua bellezza, che è in grado di fargli perdere la testa. I Litfiba esprimono molto bene il concetto in Regina di Cuori: donna meravigliosa, sei donna pericolosa (1997) e ancora Max Pezzali e i suoi 883 in Come mai del 1993 cantano: chi sarai per fare questo a me? Notti intere ad aspettarti, ad aspettare te.

La musica si avvale anche di un terzo prototipo di donna, ovvero la “donna immobile”: colei che è disposta ad ogni sacrificio pur di soddisfare il proprio uomo, non è in grado di mentire e quando lo fa è una mancata verità (Fiorella Mannoia, 1987): il suo posto è in casa ad aspettare l’amato, per dirgli ancora un altro sì. La famosa donna con la gonna di Roberto Vecchioni del 1992 (lasciamo che siano gli uomini a portare i pantaloni) è una figura femminile che non vuole fare carriera, non ha ambizioni particolari se non quella di soddisfare il proprio uomo.

Le canzoni parlano frequentemente di amore e ancora più spesso di pene d’amore: il dolore dell’abbandono da parte della persona amata viene tradotto in strofe e versi e interpretato abilmente dall’artista di turno.

Esiste una differenza se ad andarsene è l’uomo oppure la donna? La risposta è sì.

Il maschio per natura è viaggiatore e cacciatore, come canta Battisti nel 1972: ho già fatto le valigie, e fra poco me ne andrò e mai più ritornerò; la donna, invece, altro non può fare che assecondare le sue decisioni oppure accettare l’abbandono e mettersi in cerca di un nuovo amore (ho voglia di un amore vero, senza te – Laura Pausini, 1994).

Quando è la donna a lasciare il partner non esiste alcuna giustificazione: il maschio si dispera per aver perso una sua proprietà (Laura non c’è, è andata via, Laura non è più cosa mia Nek, 1997) e i giudizi nei suoi confronti non tardano ad arrivare (Non dormo da una settimana per quel cuore di puttana Lucio Dalla, 1980). In un’escalation di insulti e rabbia, il sentimento che viene portato all’esasperazione è proprio l’odio e con esso la tendenza a diventare “violenti per amore”. Marco Masini, nel non lontano 1995, si esibisce con questo testo: hai chiamato la volante quella notte e volevi farmi mettere in manette, solo perché avevo perso la pazienza. E in un crescendo di collera e disappunto vorrebbe strapparle quei vestiti da puttana e tenerla a gambe aperte tutta la notte.

Ma dopo tutto, sono solo parole e le parole non contano granché, perché in fondo è solo una canzone.

Gli uomini, si sa, sono un po’ tremendi, è la loro natura, quelli del le lascio quando voglio e poi le riprendo (Rocky Roberts, 1968); sono anche un po’ gelosi e spacconi come Gianni Morandi che nei suoi versi: tu digli a quel coso, che sono geloso e se lo rivedo gli spaccherò il muso (1962) lascia intendere ancora una volta che l’uomo è il capo-padrone ed è tenuto a controllare attentamente la sua donna-proprietà.

Non sempre però la donna accondiscende alle lusinghe maschili ed è proprio sul rifiuto che la musica ci offre un ulteriore spunto di riflessione. A partire da Raf che canta: io non ti voglio, ti pretendo, sei l’unico diritto che ho (1989) e continuando con Zarrillo: io ti legherei con un laccio al cuore che ti faccia male quando te ne vai (1982), si può chiaramente cogliere l’antifona: il maschio non tollera il rifiuto, anzi si incaponisce ed è disposto a tutto pur di ottenere l’oggetto del suo desiderio, come J-Ax che nel 2006 canta: o ti amo o ti ammazzo, parole che si commentano da sole.

I grandi Maestri d’amore ci insegnano: prendi una donna trattala male e vedrai che lei ti amerà (Marco Ferradini, 1981) e musicisti come i Pooh vincono l’edizione 1990 del Festival di Sanremo con i seguenti versi: vediamo se si può impararle queste donne e cambiarle un po’ per loro e cambiarle un po’ per noi. Sì, perché le donne hanno bisogno che un uomo “le impari”, che spieghi loro come comportarsi, come vivere, come relazionarsi con l’altro sesso. L’uomo ha una superiorità intellettuale che gli permette di spiegare e insegnare alle donne. Questo tipo di atteggiamento è detto mansplaining (man-explaining): l’uomo parla, insegna, spiega, mentre la donna non ha che da ascoltare, annuire e imparare da chi ne sa sempre di più. Se resta zitta è anche meglio.

Giunti alla fine di questa breve ma intensa analisi di alcune canzoni riportate nel libro, è rimasta ancora la convinzione che le parole siano solo parole e le canzoni siano solo canzoni? O forse veramente il linguaggio è figlio della cultura e della società in cui viviamo e quindi, se l’obiettivo è cambiare la cultura che opprime le donne, è fondamentale agire anche su di esso?

Finché si penserà che chiamare direttrice una donna che dirige un’orchestra sia sminuente, perché il femminile è associato a termini che più si adattano a ciò che la società impone alla donna di essere, non ci si può stupire se all’interno delle canzoni vengano veicolati messaggi misogini e tossici, spacciati per intrattenimento.

Questo libro è per chiunque voglia riflettere, senza polemica alcuna, sul ruolo che la musica ha avuto e tuttora ricopre nel tramandare stereotipi e preconcetti che relegano la donna all’immagine di santa, ammaliatrice, tentatrice, bambolina, trofeo e preda e ci riesce impossessandosi delle nostre menti grazie all’orecchiabilità.

Riccardo Burgazzi
Il maschilismo orecchiabile
Prospero Editore, Milano, 2021
pp. 160

***

Articolo di Elisabetta Uboldi

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Laureata in Ostetricia, con un master in Ostetricia Legale e Forense, vive in provincia di Como. Ha collaborato per quattro anni con il Soccorso Violenza Sessuale e Domestica della Clinica Mangiagalli di Milano. Ora è una libera professionista, lavora in ambulatorio e presta servizio a domicilio. Ama gli animali e il suo hobby preferito è la pasticceria.

 

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