L’arte del Kintsugi 

Il termine Kintsugi indica un’antica filosofia e arte giapponese di riparazione degli oggetti in ceramica che hanno subito una rottura, il cui significato letterale è “riparare con l’oro”; i frammenti sono solo uniti mettendo in rilievo le crepe con polvere d’oro. 

Un procedimento lungo e complesso che si svolge in più fasi e richiede estrema precisione, un vero e proprio lavoro di cesello in cui l’oggetto diviene unico grazie alla casualità con cui la ceramica si rompe e, una volta sottoposto al restauro, risulta impreziosito, risultando una vera opera d’arte nella quale le crepe, punti fragili da nascondere, si valorizzano con le decorazioni fatte con l’oro. Per fare ciò è fondamentale avere del metallo prezioso, oltre l’oro è utilizzato anche l’argento fluido con cui riempire le crepe, in questo modo si esprime il significato concreto e filosofico del Kintsugi

Questa arte iniziò nel XV secolo e nacque dalla rottura accidentale della preziosa tazza tenmoku di Ashigaka Yoshimasa, per rimediare alla riparazione antiestetica eseguita dai cinesi, che la cucirono con filo di ferro rovinandone la bellezza. I ceramisti giapponesi, considerata la delusione del loro shōgun, decisero di utilizzare la lacca uruschi (derivata dalla pianta autoctona Rhus verniciflua) che ha forte potere adesivo e veniva utilizzata anche per riparare o realizzare armi da guerra o da caccia; la misero insieme alla farina di riso per incollare i cocci della tazza e decorarono con la polvere d’oro le linee di rottura per renderle brillanti e delicatamente luminose. Si ebbe così l’effetto di una tazza nuova, un’opera d’arte che, nella sua imperfezione, diventava un vero e proprio gioiello più ricco per l’oro utilizzato e per la sua storia. 

Ashigaka Yoshimasa (1435-1490) è stato l’ottavo shōgun dell’epoca Muromachi, titolo che nell’antico Giappone veniva conferito al capo di una spedizione bellica per la sola durata della campagna; successivamente, il titolo divenne di tipo ereditario e attribuito a quanti governavano il Giappone, perché l’imperatore, quale discendente degli dei, si occupava prevalentemente del culto. Ashigaka Yoshimasa con l’avanzare degli anni abdicò a favore del figlio, divenne monaco zen e si ritirò nella sua dimora nel quartiere di Higashiyama di Kyoto, dove fece costruire il Tempio del Padiglione Argentato, chiamato Ginkaku-jiAshigaka. Durante il periodo del suo shogunato nacque la corrente culturale Higashiyama bunka, la cui sede era la sua dimora. Il centro era frequentato da poeti, artisti, monaci zen e maestri della cerimonia del tè, tra questi Murata Shuko (1423-1502), ideatore del cerimoniale del chado, versione giapponese della cerimonia del tè, cui dedicò una stanza nel proprio palazzo, il dojinsai. 

La cultura orientale si differenzia da quella occidentale in vari aspetti. In Occidente normalmente quando si rompe un oggetto il primo istinto è quello di liberarsene o di ripararlo con la colla trasparente così da nascondere le tracce del danneggiamento, ritenendo che la rottura non si debba notare, se volessimo leggere oltre, questo atteggiamento si lega alla vergogna, al dolore, al senso di colpa e al fallimento, invece i momenti di disorientamento possono dar vita a nuovi mezzi e possibilità di cambiamento. Quindi, l’arte del Kintsugi ha un grande valore emblematico e simboleggia la metafora delle fratture, delle crisi e dei cambiamenti che ogni individuo può trovarsi ad affrontare nella vita. Ogni storia, anche se infelice, è sorgente di bellezza, le cicatrici sono motivo del proprio valore; è solo accettandole che si trovano nuove soluzioni: dando una nuova vita, plasmando una nuova forma da cui genera una storia più pregevole sia esteriormente che interiormente e sviluppando la capacità di resilienza si trasformano le proprie ferite in punti di forza in un processo di rinascita. La pratica del Kintsugi è qualcosa a cui rifarsi nei momenti più difficili sia per gli artigiani che eseguono la riparazione, sia per chi assiste o riceve l’oggetto, per cui riparare è una forma di terapia psicologica molto forte, in quanto trasferisce un prevedibile evento negativo della vita sull’oggetto rotto; una volta riparato è come se fossimo riusciti a ordinare una piccola parte di ciò che abbiamo sofferto avendo la capacità di risollevarci. La nostra vita non è statica come quella di una tazza: ci muoviamo, viviamo, amiamo, odiamo, soffriamo e ci rialziamo; ciascuna di queste azioni può rinvigorire la forza della tazza oppure può spezzarla, subire ferite fisiche e soprattutto emotive, incidendo profondamente in noi, lasciando segni che a volte ci accompagnano per tutta la vita e, nonostante ciò, continuiamo a vivere scegliendo di riparare queste ferite o lasciare che sia il tempo a guarirle per noi, la ferita una volta chiusa lascia sempre una cicatrice. L’accezione del Kintsugi sta proprio in questo punto di vista, non bisogna nascondere le ferite o vergognarcene, perché se le ripariamo in modo adeguato, o superiamo il trauma che ci hanno lasciato diventeranno medaglie che celebrano le battaglie che abbiamo vinto. La bellezza dell’impermanenza non è altro che la transitorietà dei fenomeni, tutto è passeggero nulla è eterno, l’arte giapponese esalta questa bellezza effimera, non serve piangere perché non riporterà la tazza come era prima. Guarire da queste ferite spetta a noi, possiamo lasciare che si sistemino in maniera passiva e continuando a soffrire avremo una riparazione rudimentale; se invece sapremo rialzarci, anche gradualmente, raccogliendo i cocci possiamo ricomporla rendendola ancora più bella di quanto non lo fosse prima, ma con l’orgoglio di esserci riusciti. Quindi l’opera sarà una riparazione dorata degna dello shōgun e ogni ferita racconterà chi siamo, da dove veniamo, cosa abbiamo sostenuto e come siamo emersi/e, accogliendo e abbracciando il danno come una lezione di vita, si renderanno ancora più preziose e di valore le nostre crepe trasformandole in opportunità di crescita, rialzandoci più forti di prima e questa sarà la nostra personale arte di Kintsugi chiusa a regola d’arte.

Il Kintsugi ci insegna a non giudicare i difetti e le imperfezioni delle persone, sarebbe troppo facile utilizzare le esitazioni altrui come pretesto per l’abbandono o usare le nostre per piangerci addosso e sentirci vittime; come altre pratiche orientali ci porta ad avere molta pazienza, avendo maggiore fiducia in noi stessi e stimolando un atteggiamento di rispetto, di umiltà e di empatia. Le ferite accrescono le persone rendendole uniche e speciali, oltre ad accettare le proprie fratture emotive occorre fare attenzione a quelle degli altri cercando di non procurarne altre, un modo di vivere una vita non violenta ma condivisa nel rispetto reciproco. Come dice Kahlil Gibran: «Le anime più forti sono quelle temprate dalla sofferenza. I caratteri più solidi sono cosparsi di cicatrici». Essere perfezionisti/e è una delle cause che ci porta ad un eterno confronto da cui si esce sempre sconfitti/e, il bello della vita è testare sapendo che chi non sbaglia è perché non fa nulla. Essere sempre nel passato o nel futuro sono i limiti in cui spesso si finisce imprigionati/e a causa delle convinzioni radicate nella mente; ma è qui e ora la grandezza su cui abbiamo potere, liberare la mente dai nostri pensieri, ponderare nel presente, così si acquisisce acume per fare cose diverse e stupire sé stessi/e.

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Articolo di Giovanna Martorana

PXFiheft

Vive a Palermo e lavora nell’ambito dell’arte contemporanea, collaborando con alcuni spazi espositivi della sua città e promuovendo progetti culturali. Le sue passioni sono la lettura, l’archeologia e il podismo. 

2 commenti

  1. Partendo da una pratica Giapponese,Giovanna esplora l’animo umano. Analizzando la vita di tutti i giorni,affrontando con filosofia,i problemi che incontriamo nel corso degli anni. Con citazioni molto profonde,aiuta a riflettere,ed affrontare i problemi. Penso che no ho neanche bisogno di dire quanto mi sia piaciuto questo articolo. Come sempre Giovanna non delude mai. Anzi ,oserei dire che migliora sempre di più. Complimenti.

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