NON SERVONO PRIGIONI: BASTA UNO SGUARDO

Si è affermato a poco a poco, forse l’abbiamo sottovalutato. Parlo del potere sui corpi, delle modalità che assume, delle forme in cui si manifesta; penso alle nuove sudditanze che produce il potere soft nell’era del liberismo trionfante.

Ogni corpo è inserito in una rete di relazioni e di significati dai quali non può prescindere. I corpi umani sono cerniere dove natura e cultura si incontrano; sono costrutti sociali, profondamente calati in relazioni di potere e modellati in relazione ad esse.
I corpi femminili ― quei corpi indispensabili che generano e nutrono e curano ― sono più costantemente e più intensamente, più sistematicamente normati (da poteri religiosi, politici, giuridici, medici, culturali, familiari, sociali). Ci eravamo illuse forse di aver eluso la trappola: si è ripresentata nelle vesti seducenti tipiche della società dello spettacolo. 

Fisicità ostentata o mortificata, violata o mercificata: l’oppressione è diversa a seconda del tipo di sviluppo storico di ciascuna società. Passati gli anni Settanta con la loro ventata di nuove libertà non più era politically correct dire «resta a casa a fare la calzetta», ma si poteva affermare «vali solo se sei sexy», ossia «il tuo valore coincide con la tua desiderabilità». 
Non a caso il fenomeno si esasperò al termine di un decennio in cui le donne avevano ottenuto conquiste epocali. La reazione del sistema fu un po’ tarda, ma efficiente. 

Non a caso gli anni Ottanta si aprirono con il Manuale per le ragazzine che vogliono ottenere successo. Per le teen-ager, termine che ben presto sostituì ‘ragazzine’, vennero create le riviste Dolly e Cioè girl, infarcite di consigli di seduzione. Poster delle celebrità, cosmetici e accessori erano i gadget più apprezzati. 
Lo scherno bullistico passa attraverso la stigmatizzazione della forma fisica delle adolescenti o addirittura delle bambine. I canoni di bellezza hanno l’effetto di ridurne l’autostima in vista di una vita in cui si sentiranno perennemente inadeguate, perché un giro d’affari miliardario prospera su queste ossessioni: il business delle insicurezze campa di proposte compensatorie. Sei pronta per la prova costume? Come fare per avere un corpo da spiaggia?

Non è la nudità a essere giusta o sbagliata, ma il significato che la società dà a quel corpo nudo in quel momento. Se è soggetto di libertà o se è oggetto di scambio, se è erotico o se è erotizzato a fini commerciali. 
L’ostentazione esibita e reiterata del corpo femminile è il contesto che dà valore alla donna in quanto merce e all’uomo che le si accompagna in quanto padrone di un oggetto di valore. Il nuovo festoso vocabolario parla di potere femminile solo nella celebrazione esuberante della fisicità giovane e bella.
Il modello vincente è arrivato alle più giovani senza alcun filtro: vedi i dati in crescita sul sesso tra adolescenti, dove il corpo diventa merce di scambio, oggetto tra i tanti. Foto intime vendute e scambiate, video al limite della pornografia: squarci dell’essere ragazze nella società contemporanea. 

Uomini e donne non partecipano in modo uguale a questo mercato: esso non è neutro rispetto al genere, come non lo sono mai state nella storia rappresentazioni e narrazioni. Le donne sono più corpo degli altri: per gli uomini il corpo non è né ingombro né risorsa.

L’auto-oggettivazione è il processo mediante il quale donne e ragazze imparano a pensare e a sé stesse come a oggetti del desiderio altrui. 
Sui corpi si celebrano le liturgie dei consumi. La femminilità è presentata dai media, dalla pubblicità, dai social come un costrutto che solletica il narcisismo di lei ma alla fine consiste in ciò che lui trova stimolante. Pose lascive, allusioni, ammiccamenti erotici. Sguardi preorgasmici, bocche socchiuse. Si stanno vendendo le rappresentazioni di un soggetto e di un oggetto. 
Si può essere soggetti e merci al tempo stesso?

Il femminismo, senza il suo situarsi in un corpo sessuato, non poteva nemmeno essere immaginato. «Il corpo è mio e lo gestisco io», «Ma quale Stato ma quale Dio, sul corpo mio decido io» furono slogan polemici, inventati quarant’anni fa per esprimere la volontà di sottrarsi alla sudditanza dal potere patriarcale per riappropriarsi di sé e della propria capacità decisionale: non più strumento di nessuno. Un impensato utilizzo a codice capovolto, un enorme fraintendimento in una prospettiva decontestualizzata e svincolata da ogni istanza relazionale, serve oggi non solo a conquistare un’effimera ribalta pubblica ma perfino a legittimare la prostituzione. 

Che tipo di sessualità è quello funzionale al piacere altrui? Io vedo il rischio che l’emancipazione così intesa si attui solo nella cornice di un’uguaglianza mercantile, ottenuta attraverso quell’equivalente universale e camaleontico che è il denaro e attraverso quella tendenza postmoderna che ci rende più facile stabilire relazioni con le merci che con le persone.
Non mi pare sorprendente che questo tipo di femminismo ottenga tanta attenzione anche sui media mainstream  (Puttana o perbenista? Olgettina o bacchettona?): nel privilegiare la scelta individuale sopra tutto il resto non mette in discussione lo status quo, non chiede cambiamenti sociali significativi, non fa analisi strutturali. 

Il controllo commerciale che colonizza la vita è meno penetrante di quanto non fosse il controllo patriarcale?
Non è un caso che molte autrici contemporanee si siano cimentate con un concetto impervio come ‘libertà’, con la critica di un suo uso banale e spensierato, con una riflessione su che cosa ci renda agenti autonome in antitesi all’idea di monadi autodeterminate.

Si può parlare di libertà femminile, o piuttosto si tratta di un implicito consenso del corpo dominato al proprio assoggettamento, secondo la collaudata logica della violenza simbolica, che prospera tranquilla solo quando cessa il bisogno della forza e può contare sulla complicità delle vittime? Che rafforza le norme perfino quando sembra sfidarle?

Il potere del XXI secolo postula anzi esalta un certo grado di libertà, senza il quale non si avrebbero consumatrici mai sazie, paghe di esserlo.

***

Articolo di Graziella Priulla

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Graziella Priulla, già docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi nella Facoltà di Scienze Politiche di Catania, lavora alla formazione docenti, nello sforzo di introdurre l’identità di genere nelle istituzioni formative. Ha pubblicato numerosi volumi tra cui: C’è differenza. Identità di genere e linguaggi, Parole tossiche, cronache di ordinario sessismo, Viaggio nel paese degli stereotipi.

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