Attraversando il tempo

Il drammatico ed estenuante anno vissuto dal nostro Paese ha messo in evidenza quanto i sacrifici imposti dall’emergenza sanitaria e la ricaduta in termini di lavoro e reddito abbiano colpito in modo maggiore le donne che talvolta hanno perso il lavoro oppure hanno dovuto rinunciarvi per assolvere alla cura di figlie e figli lasciati per lunghi periodi senza servizi educativi e scolastici o comunque sono state costrette a una spesso impossibile conciliazione tra lavoro agile e cura della prole. In tale situazione sono emerse ancora una volta le disparità di genere presenti in una società in cui la strada verso la parità è lunga e non sempre illuminata da scelte politiche in grado di mettere al centro le donne e i loro bisogni. Ecco perché ritengo essenziale il ruolo di tutte quelle associazioni e organizzazioni femminili che continuano a vigilare e a fare pressioni affinché i proclami sulla parità non rimangano parole, ma si concretizzino in fatti e provvedimenti. La crisi dalla quale speriamo di uscire il prima possibile è un’occasione importante di cambiamento anche per le politiche sulla parità di genere che richiedono scelte coraggiose e innovative, cosa che sapevano bene le donne e gli uomini loro solidali che nel 1899 fondarono una delle più longeve organizzazioni femminili italiane, denominata Unione femminile nazionale. Il volume edito da Viella nel 2019 in ricordo dei 120 anni dalla fondazione dell’Unione è un’interessante testimonianza dell’attività e del ruolo svolti da questa organizzazione da cui si possono trarre spunti e riflessioni applicabili anche al nostro oggi incerto e complesso proprio come quello in cui si trovò ad operare l’Unione nata durante la temperie definita dalla storiografia “crisi di fine secolo”.

Il volume si configura come una raccolta di saggi, curata da Stefania Bartoloni autrice di due di essi. I temi, i periodi storici affrontati nonché i soggetti e gli approcci interpretativi sono differenti, ma ciò che lega fra loro i vari contributi è l’intento celebrativo di un’esperienza di associazionismo femminile che ha sempre tentato di mantenere fede ai propri scopi fondativi e che non ha mai rinunciato ad essere presente nel panorama politico e culturale italiano.

Il saggio introduttivo, uno dei due redatti da Stefania Bartoloni, ricostruisce i momenti principali dei 120 anni di vita dell’Unione soffermandosi soprattutto sulla scelta originaria delle socie fondatrici e cioè quella di un femminismo pratico che desse valore alla femminilità, al ruolo materno e ad una nuova etica femminile puntando anche al collegamento sia con le esperienze femministe europee sia con le istituzioni locali e, in particolare, il Comune di Milano, città scelta come sede. Attraverso una scansione cronologica delle attività promosse, la curatrice del volume si sofferma sugli ambiti d’azione scelti dalle socie, non esenti da dissapori e rotture, ma capaci di superarle per il bene collettivo; sui temi al centro dei dibattiti e, oltre alla condizione femminile naturalmente, anche sulle problematiche connesse al lavoro e al rapporto con il movimento socialista. L’avvento del fascismo limitò l’azione dell’Unione che, optando per una sostanziale apoliticità, riuscì a sopravvivere fino al 1939 quando arrivò l’ingiunzione di sospendere le attività a cui seguì una lunga battaglia legale, conclusa solo nel secondo dopoguerra quando l’Unione risorse coniugando l’attività assistenziale, in stretta sinergia con la Giunta Greppi in cui era presente Maria Caldara, figlia del sindaco Emilio, esponente anche del nuovo Consiglio di amministrazione dell’Unione, con quella politica finalizzata alla sensibilizzazione delle donne chiamate ad una cittadinanza attiva attraverso il voto. L’Unione proponeva un’idea di politica come spirito di servizio, declinata al femminile, e ciò presupponeva una preparazione tecnica, ma richiedeva anche una “dimensione spirituale” per la quale le donne in politica avrebbero dovuto essere portatrici di principi di moralità, sincerità, buon costume, amore della verità.

Gli anni Cinquanta e Sessanta videro l’Unione in prima linea nei confronti di temi quali la formazione e l’educazione democratica; la battaglia per la parità salariale; la riforma del diritto di famiglia; la riforma della scuola; la legge sul divorzio. A partire dagli anni Sessanta poi l’Unione si aprì verso una nuova cultura dei servizi inaugurando sodalizi con centri che si dedicavano al sociale e alle famiglie; non mancò l’attenzione nei confronti di una procreazione responsabile promuovendo un servizio che sarebbe stato poi offerto dai consultori istituiti con la legge n. 405/1975. Con il clima appassionato ed effervescente degli anni Settanta, l’Unione si avvicinò pure alle istanze del femminismo grazie alla lungimirante consigliera e poi presidente Luisa Mattioli. Negli anni Ottanta vennero realizzati importanti eventi e convegni sulle donne e la loro storia che Rachele Farina incentivò grazie ad un’attenzione particolare per la ricerca che portò poi, a partire dal 1988, ad un’opera di raccolta e archiviazione della documentazione confluita nell’Archivio storico dell’Unione femminile, oggi una preziosa fonte da cui attingere per dare nuovo impulso alla già avviata attività di ricerca di Annarita Buttafuoco e della Società italiana delle storiche.

Il secondo saggio di Laura Schettini si occupa di uno dei campi d’azione che vide protagoniste sia l’Unione che una delle sue socie più attive, Ersilia Bronzini Majno, vale a dire il contrasto a quella che venne definita “la tratta delle bianche”. Il Comitato contro la tratta, sorto in Italia nel 1900 sulla scia di un’azione congiunta con organizzazioni internazionali, manteneva nel nostro Paese una lunga tradizione che aveva tra le sue animatrici Anna Maria Mozzoni ed esponenti del mazzinianesimo come Giuseppe Nathan, ispirati dal movimento abolizionista inglese di Josephine Butler. L’autrice sottolinea le specificità della realtà milanese mettendo in luce che il Comitato, dopo alterne vicissitudini insediatosi a Milano, si concentrava sul fenomeno della tratta studiandone le caratteristiche nazionali e individuando tra i principali fattori di rischio l’urbanizzazione delle giovani provenienti dalla campagna e il lavoro non adeguatamente regolamentato come domestiche. Il saggio pone l’accento soprattutto sull’azione di Ersilia Bronzini Majno che individuò il legame profondo tra la prostituzione e la miseria dedicandosi ad un’attività di prevenzione, anziché di repressione, come testimonia la nascita del famoso Asilo Mariuccia. Da non dimenticare poi l’opera di raccolta delle informazioni messa in atto dal Comitato, supportato dall’Unione, al fine di individuare le ragazze a rischio e sensibilizzare l’opinione pubblica attraverso i resoconti inseriti nel bollettino Schiave bianche allegato al proprio periodico. Le iniziative non si esaurirono qui, ma portarono anche alla sottoscrizione di una petizione, che raccolse più di 7000 firme, che chiedeva al Parlamento una più accurata protezione giuridica dell’infanzia e della donna anticipando un tema che sarebbe divenuto centrale nel dibattito internazionale degli anni successivi.

Il secondo contributo di Stefania Bartoloni si concentra su un altro dei progetti, definito dall’autrice come sogno, di Ersilia Bronzini Majno e cioè quello di dare vita ad una scuola di infermiere presso l’Ospedale Maggiore di Milano. La vicenda, che tuttavia non portò ad una felice risoluzione del progetto-sogno, si intreccia con l’ammissione di alcune donne milanesi nei consigli di amministrazione degli enti e delle opere pie promossa dalla Giunta Mussi eletta nel 1899. Oltre a Bronzini Majno, erano state accettate Carlotta Clerici e Rebecca Calderini, entrambi mogli di esponenti locali del Psi. Interessante anche il fatto che l’accordo siglato dalla Giunta prevedesse che in caso di dimissioni o sostituzione di una consigliera, la sostituta avrebbe dovuto essere comunque una donna. Tra le proposte di cui si fece promotrice Bronzini Majno ci furono la laicizzazione dell’assistenza e la femminilizzazione della professione infermieristica che doveva prevedere un percorso di studi ad hoc al fine di permettere alle giovani donne ammesse allo svolgimento di tale attività di acquisire competenze affinché il lavoro svolto, adeguatamente pagato, conferisse loro quell’indipendenza economica che si configurava come uno degli obiettivi storici dell’Unione. La proposta si arenò a seguito della rottura tra Bronzini Majno e il Psi e il suo sogno dunque non si realizzò, ma rappresenta un’importante battaglia che connotò la storia dell’Unione.

Il saggio di Simone Colafranceschi si è concentrato invece su un’iniziativa di cui l’Unione fu promotrice e che nacque nell’ambito delle politiche sociali della giunta socialista milanese presieduta da Emilio Caldara. Si tratta della Cooperativa cucine popolari e ristoratori nata con l’obiettivo di offrire un servizio cucina diretto a tutta la cittadinanza a prezzi accessibili in un anno, il 1917, in cui le ristrettezze dovute al conflitto mondiale unite all’impegno a cui furono chiamate le donne in fabbrica e in attività lavorative in sostituzione degli uomini in guerra rendevano il reperimento dei viveri e la loro preparazione complessi. Alla fine della guerra, fu necessaria una ridefinizione del nome, degli obiettivi e del target di consumatrici/tori a cui rivolgersi con un’apertura non solo alla classe operaia, ma anche al ceto medio ed eventualmente alle scolaresche. Durante il secondo conflitto mondiale non si riuscì a riproporre la stessa formula del precedente. Nonostante vari tentativi a sostegno della cooperativa, l’esperienza ebbe fine nel 1963.

Il lavoro di Patrizia Montani si occupa invece della nascita e dello sviluppo della Scuola dei Genitori a partire dal progetto educativo di formazione delle madri inaugurato dall’Unione nel 1953 con un ciclo di conferenze aventi come oggetto temi educativi affrontati da differenti punti di vista (psicologico, pedagogico,…) e che si avvalsero del contributo di esperti ed esperte. Nel 1956 nacque un organismo indipendente dall’Unione, ma che ne mantenne sempre vivo uno dei principi cari, e cioè quella laicità religiosa e politica che permise di perseguire l’obiettivo di un’educazione democratica che prescindesse dal credo personale di chi era chiamato/a ad intervenire. L’autrice ci tiene a sottolineare che questa iniziativa seppe vedere in anticipo i profondi cambiamenti che avrebbero interessato la società italiana negli anni immediatamente successivi al boom economico con l’emergere di un nuovo soggetto, la gioventù, e un nuovo e complesso rapporto tra generazioni. Da segnalare inoltre l’importante testimonianza della condizione femminile in un’epoca di transizione e trasformazione che emerge dalle accurate trascrizioni degli incontri conservate nell’Archivio dell’Unione e che permette di individuare il conflitto presente in alcune partecipanti alle conferenze tra la percezione di sé in quanto donna e i modelli culturali esistenti, tendenti a rappresentare la maternità come il principale scopo e la massima realizzazione femminile. La linea tenuta dalla Scuola fu di prudenza per evitare una polarizzazione della propria posizione e promosse sempre una conciliazione tra le esigenze personali femminili e quelle familiari. Purtroppo, la documentazione disponibile non rende possibile un’adeguata ricostruzione della posizione tenuta dalla Scuola nei confronti della contestazione giovanile del 1968.

I saggi di Fiorella Imprenti, Alessandra Gissi e Paola Stelliferi sono di carattere biografico e presentano alcune personalità attive nell’Unione a cui poi hanno donato le loro carte private. In particolate il lavoro di Imprenti si occupa delle sorelle Ceva, Bianca e Adele, attive nell’ambito della Resistenza milanese e pavese, militanti del movimento Giustizia e Libertà, e poi del Partito d’Azione. Di temperamento e attitudini diverse, entrambe diedero il loro contributo alla causa democratica partecipando attivamente alla vita dell’Unione e proponendo varie iniziative soprattutto in campo educativo. Bianca Ceva si dedicò anche alla conservazione di una memoria antifascista rigorosa nei valori e negli ideali convinta del fatto che le associazioni di ex partigiani/e dovessero mantenersi indipendenti dal sistema politico contingente. Alessandra Gissi si concentra sulla figura di Anna del Bo Boffino offrendoci un approfondimento sulla sua attività giornalistica che viene indagata utilizzando un approccio basato anche sull’analisi delle lettere spedite alle rubriche da lei curate per riviste come Due+, Amica e Cento cose Energy. Fu soprattutto il passaggio alla redazione di Amica che permise alla giornalista di maturare il suo femminismo. Ho trovato molto interessante l’associazione da lei proposta tra l’emancipazione femminile e l’emigrazione in un Paese straniero: in entrambi i casi è necessario imparare lingue, usi, costumi, forme di comunicazione e modi di essere diversi e questo genera comunque un certo disorientamento che per lei emergeva dalle voci delle lettere indirizzate alle sue rubriche: un osservatorio privilegiato da cui poté scrutare e interpretare i profondi cambiamenti della società italiana dagli anni Settanta in poi. 

Paola Stelliferi, infine, propone uno spaccato dell’attività politica di Tullia Carettoni Romagnoli, parlamentare italiana e poi europea a partire dal 1963, impegnata nella battaglia per il superamento delle discriminazioni di genere. L’autrice indaga sull’operato della senatrice a partire da una proposta di legge del 1976 che auspicava il superamento delle disuguaglianze di genere iniziando da un approccio plurimo basato su un’accurata analisi culturale, sociale e politica della realtà italiana. Di fatto questa battaglia, che ebbe un percorso molto travagliato sia per le resistenze parlamentari che per l’instabilità dei governi, si concluse con l’abrogazione della rilevanza penale della causa d’onore e non portò all’approvazione di altri importanti provvedimenti proposti, come l’istituzione di una Commissione parlamentare di indagine sulla condizione femminile in Italia che indicasse al Parlamento quali provvedimenti fossero efficaci per la promozione di una parità di genere non solo formale, ma sostanziale. Tra le funzioni della Commissione rientrava anche l’istituzionalizzazione del dialogo con i vari movimenti ed enti che promuovevano l’emancipazione e la liberazione della donna. Quella che di fatto fu una sconfitta in quanto non permise la realizzazione di un approccio a 360° per il raggiungimento della parità, in realtà contribuì a tenere attivo il dibattito parlamentare nei confronti delle tematiche relative ai bisogni delle italiane, tanto che in quegli anni furono discusse e approvate leggi importanti come la Legge Anselmi sulla parità in ambito lavorativo; stimolò pure la discussione, mettendo in luce le contraddizioni e le ambivalenze del processo di modernizzazione in atto e la necessità di riforme successivamente approvate in materia di violenza sessuale, parità e pari opportunità.

Il volume è corredato da un’appendice documentale e iconografica a cura di Eleonora Cirant e Donata Diamanti che riprendono i temi e i soggetti trattati nei saggi.

Rileggere la storia dell’Unione femminile italiana credo sia oggi ancora più significativo in quanto fornisce suggerimenti e proposte con cui affrontare le sfide che ci aspettano e in cui le donne possono e assolutamente devono dare il proprio contributo; farlo attraverso questa raccolta di saggi permette poi un approccio plurimo, intimo e personale, in grado di coniugare l’esperienza globale a quella individuale in modo da tenere unite le diverse anime del movimento delle donne di cui l’Unione femminile è stata un’importante interprete.

Stefania Bartoloni
Attraversando il tempo. Centoventi anni dell’Unione femminile nazionale (1899-2019) 
Viella, Roma, 2019
pp. 220

***

Articolo di Alice Vergnaghi

Docente di Lettere presso il Liceo Artistico Callisto Piazza di Lodi. Si occupata di storia di genere fin dagli studi universitari presso l’Università degli Studi di Pavia. Ha pubblicato il volume La condizione femminile e minorile nel Lodigiano durante il XX secolo e vari articoli su riviste specializzate.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...