Toponomastica femminile si presenta all’Aais

C’è una poesia di una poeta italiana, Mariangela Gualtieri, che si apre con questo distico: “È terra la sostanza del mio dire/ è terra di quella calpestata”.

Parlare di Toponomastica femminile significa raccontare di questo: di terra, di passi, di memoria. Significa camminare su strade già percorse e andare su sentieri che mai hanno conosciuto profilo di piede. E non soltanto perché, per definizione, le strade sono proprio ciò di cui ci occupiamo. 
Toponomastica femminile vuol dire andare alla ricerca di sé, potersi trovare e, laddove non vi è occasione di scoperta, muoversi affinché ci si possa riconoscere. 

Nasciamo da una domanda, da una studente che, durante una passeggiate per le vie di Roma, si è fermata a chiedere perché non ci fossero strade intitolate a donne. Una domanda che è diventata una certezza: non ci sono strade intitolate a donne. O almeno, ci sono, ma in una percentuale così misera, meno del 5%, da sparire  ― quasi  ― nell’intero reticolo cittadino. Spariscono davvero, nella percezione comune. Ed è evidente, lapalissiano, che ciò che non viene percepito pare non esistere. 

Ecco perché Toponomastica femminile è terra battuta: essa si incammina su itinerari già tracciati per meglio definirli; si incammina su vie sconosciute, per batterle e farle divenire strade maestre; cambia le impronte esistenti con le proprie affinché, finalmente, non ci si perda più.

Ci costituiamo come associazione nel 2014 e, a oggi, abbiamo censimenti stradali di quasi tutta Italia; censimenti che mostrano, sempre, una presenza femminile scarsa, scarsissima. Stessa cosa anche per le città estere, europee e non, che stiamo iniziando a osservare e analizzare, formando ― in questo senso ― un nostro personalissimo database. L’Europa ci ha osservato, premiandoci a Bruxelles nel 2019 con il premio CESE della Società Civile; e allora noi guardiamo l’Europa, allungando il passo ben oltre i confini nazionali. 

Le intitolazioni vanno a personalità che si sono distinte nei più disparati ambiti. Sono dunque rare le donne che per intelligenza, professionalità, cultura, operato, sono riuscite a emergere, lasciando traccia di sé e contribuendo affinché la società tutta migliorasse? Domanda retorica e tendenziosa che non meriterebbe risposta. E dunque perché siamo a simili percentuali di presenze femminili? Perché, in quel 5%, ci sono soprattutto figure religiose? 

Perché la democrazia di patriarcato, che non ha mai fatto distinzioni di epoca e di classe sociale, che ha ritenuto l’esperienza maschile universale, fulcro dell’intera storia umana, ha relegato al particolare e all’eccezionalità ogni agire femminile. Le donne, per secoli, sono state madri, mogli, sante e religiose. Soprattutto, le donne, per secoli, sono state in silenzio. Evidentemente, questa è una semplificazione. È ovvio, che sono esistite poete, pittrici, matematiche, scienziate, dottore. Però, esclusi quei pochi, grandi, nomi ai quali la società si è abituata (Saffo, Ipazia, Artemisia), il resto pare non interessare, pare non servire. Il poco, declinato al femminile, sembra bastare. Ecco perché è comune leggere “medico donna” piuttosto che “medica”: perché nella normalità delle cose chi esercita la medicina è un uomo ma, a volte, per un caso fortuito, può succedere ci sia anche una donna che operi in questa professione. 

Noi, però, molto banalmente, non crediamo nei “casi fortuiti”. E siamo altresì convinte che la cosiddetta normalità sia decisamente più elastica e malleabile di chi se ne fa scudo e stendardo. 

E quindi noi aggiustiamo il tiro del riflettore, prendiamo i menti e spostiamo lo sguardo per mostrare, parlare e far conoscere tutte quelle donne che la storia non solo l’hanno attraversata, ma anche vissuta, scrollata e cambiata.

Lavoriamo nel sollecitare le istituzioni affinché strade, piazze, giardini e spazi pubblici siano intitolate a donne. Notizia di poche settimane fa: grazie al nostro agire, la giunta uscente del comune di Torino ha modificato il proprio statuto toponomastico prevedendo l’obbligo, nel caso fossero decise due intitolazioni maschili, di  creare tre intitolazioni ad altrettante figure femminili, collaborando ― in questo ― con la SIS e la SIL. Un traguardo importantissimo, raggiunto anche grazie all’impegno orefice della nostra referente piemontese. 

E sono proprio le referenti, sparse sull’intero territorio nazionale, a costituire la struttura ossea sulla quale i muscoli di Toponomastica femminile agiscono e lavorano: il nostro gruppo di ricerca, formato da oltre trecento associate e associati che ci sostengono e fanno parlare la nostra voce. 

Grazie a questa rete bellissima, di maglie fitte e solide, l’associazione ha potuto realizzare tanti, tantissimi progetti, nazionali e internazionali, che hanno tono, sembianza e obiettivo di donna.

Sono nate, così, le Guide di genere, bussole nel viaggio geografico della parità, nelle quali sono presentati percorsi che vanno a evidenziare le presenze femminili nelle città.  

Nasce così Calendaria, progetto europeo in tre lingue, che vuol essere la nostra risposta calata sul tavolo dell’annuale mercificazione femminile: un calendario, appunto, nel quale ogni settimana viene presentata una donna che ha reso grande l’Europa, due o tre figure fondamentali per ciascun Paese.

Nascono così i tanti libri editi, curati e scritti da Toponomastica femminile, ultimo dei quali, “Le Medici”, si pone come antitesi alla comune narrazione “uomocentrica” e fa luce, invece, sulle protagoniste che hanno contribuito a scolpire il nome della famiglia fiorentina nelle pietre eterne della storia.

La nostra associazione crede fortemente nel potere rivoluzionario delle parole ed è per questo che abbiamo fatto del raccontare il nostro grimaldello e della linguaggio inclusivo il nostro luogo “da abitare”. Siamo convinte che parlandone, le cose, le idee, le persone, acquisiscano un peso specifico tale da permettere loro di galleggiare anche quando le consuetudini, gli usi abitudinari, provano a mandarle a fondo. Ecco perché abbiamo e curiamo una rivista online,  “Vitamine vaganti”, che esce ogni sabato con un nuovo numero, nella quale decliniamo – proviamo a farlo – la cultura e la società in un paradigma che sia il più inclusivo possibile: donne, uomini, arte, storia, cucina, letteratura, musica, sport, che sono il patrimonio di ciascun individuo e il salvagente che mantiene alti bocca, naso e occhi, ciò che ― a ben vedere ― ci fa vivere e non esistere.

Toponomastica femminile prova a essere questo salvagente.  

Lavoriamo, infatti, con scuole e università con il nostro concorso “Sulle vie della parità”, dove ragazze, ragazzi, bambine e bambini imparano a far ricerca, a raccontare, a costruire una memoria di inclusione e giustizia. Curiamo, inoltre, mostre itineranti (sulle Migranti, sulle Madri Costituenti solo per citarne due) che si spostano e viaggiano in tutta Italia, anche e soprattutto dove la terra dei sentieri deve essere battuta.

Accanto al nostro sito www.toponomasticafemminile.com è nato, da pochi mesi, il sito dei giovani e delle giovani di Toponomastica femminile, www.giovani.toponomasticafemminile.com. Un passaggio di testimone? Anche. Però, soprattutto, una prospettiva nuova che permetta al nostro cammino di non interrompersi. Perché fermarsi non rientra nelle nostre possibilità. Perché sentiamo, citando le parole del poeta Eugenio Montale, se pure ti ripetono che puoi fermarti a mezza via o in alto mare, che non c’è sosta per noi, ma strada, ancora strada, e che il cammino è sempre da ricominciare.

***

Articolo di Sara Balzerano

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Laureata in Scienze Umanistiche e laureata in Filologia Moderna, ha collaborato con articoli, racconti e recensioni a diverse pagine web. Ama i romanzi d’amore e i grandi cantautori italiani, la poesia, i gatti e la pizza. Il suo obiettivo principale è avere, sempre, la forza di continuare a chiedere Shomèr ma mi llailah (“sentinella, quanto [resta] della notte”)? Perché crede nei dubbi più che nelle certezze; perché domandare significa — in fondo — non fermarsi mai. Studia per sfida, legge per sopravvivenza, scrive per essere felice.

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