Paolina Gervasi Mantovani. La Calabria, tra natura e poesia

Ho scoperto la figura di Paolina Gervasi Mantovani una domenica mattina di un paio di anni fa. Ero in giro per Roma a fotografare targhe di vie dedicate alle donne. Nel III Municipio mi imbatto in un giardino ben curato, tranquillo (sarà forse stata l’ora non tarda del giorno festivo), i vialetti deserti, le panchine di legno libere.

Giardino Paolina Gervasi Mantovani, Roma

L’atmosfera calma e gli ulivi sempreverdi del giardino, un po’ mossi dal vento, mi sono piaciuti subito. 
Sulla targa di marmo ho letto “Paolina Gervasi Mantovani, poetessa e scrittrice 1907-1999” e senza sapere nulla di lei mi sono domandata se un’esistenza così lunga fosse stata anche felice e intensa. 
Poco tempo dopo sono cominciati i primi contatti con il figlio, il dottor Giuseppe Gervasi, che mi ha fornito spunti e notizie per scrivere queste righe. 
Il giardino nel III Municipio di Roma non è l’unica intitolazione a Paolina Gervasi Mantovani. Cosenza, la città in cui è vissuta, le ha dedicato un largo, la città di Taranto una strada rettilinea che fiancheggia campi di ulivi. 

Via Paolina Gervasi Mantovani, Taranto

Che coincidenza ― ho pensato mentre cercavo le immagini della strada tarantina ― piante di ulivo come nel giardino di Roma. Un trait d’union delle mie ricerche sulla letterata calabrese; ho capito in seguito che la natura, nei suoi aspetti multiformi e contrastanti, ha avuto un posto privilegiato nelle composizioni poetiche di Paolina Gervasi Mantovani, in particolar modo la natura dei paesaggi calabri.

«Una cresta rocciosa/ che si aderge/ nel ciel di cristallo./ Un dirupo di verde/ più chiaro, più bruno; ed in fondo alla gola, tra ciottoli e vepri,/ la polla dell’acqua che fuma.». Sono i primi versi della lirica Terme Luigiane, composta nell’agosto del 1975 mentre si trovava in vacanza nel centro termale calabrese. Nella struttura lineare della composizione si avverte il bagaglio di sensazioni di una persona che ama il territorio in cui vive. Quello stesso bagaglio di emozioni lo trovo nei paesaggi della pittrice Maria Grandinetti Mancuso, anche lei calabrese e anche lei capace di trasferire nelle ricerche pittoriche il legame con la terra da cui proviene.

 

Maria Grandinetti Mancuso, Alberi (a sinistra), Paesaggio (a destra)

Hanno scritto di Maria Grandinetti che nelle sue opere è riuscita a conquistare un aspetto formale essenziale, in cui il colore scandisce i piani di profondità e le masse volumetriche guidando lo sguardo; nel caso di Paolina Gervasi Mantovani le visioni della natura sono evocate dalle parole («cresta rocciosa», «ciel di cristallo», «un dirupo di verde più chiaro, più bruno», «la polla dell’acqua che fuma»), che ci introducono e conducono gradualmente nel paesaggio di fronte ai suoi occhi, «[…] in una valle che odora/ di zolfo e di bromo, e digrada via, via, sino al mare turchino.».
È stata una donna longeva Paolina Gervasi Mantovani, ed è stata anche una prolifica dispensatrice di versi e parole. Molte le raccolte di poesia, ArpeggiVerso l’occasoTralci e sarmenti, solo per citarne alcune, oltre a una serie di racconti brevi riuniti nel volume Piccole storie, edito nel 1986. 
L’ultima raccolta di liriche è stata pubblicata nel 1998, l’anno prima della sua scomparsa, con il titolo Ore, minuti, attimi. Un titolo sulla scansione del tempo e sullo scorrere della vita umana, la meditazione di una donna che di fronte a sé non ha più periodi estesi e dilatati, ma porzioni temporali brevi e ristrette. Ore, minuti, attimi rimandano anche al tempo trascorso, che fluisce alla mente attraverso ricordi, pensieri, riferimenti. Non si ripercorre il passato riunendolo in un blocco unico, stratificato e solido, ma lo si vede, come ha scritto la poeta, «attraverso un vetro appannato», lo si rammenta per piccoli brani esistenziali, uno legato all’altro da fragili legami di memoria, frammenti di vita scanditi, appunto, in ore, minuti, attimi. 
Paolina Gervasi Mantovani ha attraversato tutto il Novecento ― era nata nel comune di Carpanzano, in provincia di Cosenza, nel 1907 ― accompagnata dall’amore per le parole e per la poesia.

Carpanzano

Da questa passione, nel 1996 ― e quest’anno ricorrono i venticinque anni ― deriva la nomina a Commendatore dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana, onorificenza conferitale dal Presidente della Repubblica italiana Oscar Luigi Scalfaro. 
La poesia per Paolina Gervasi Mantovani è stata un processo di astrazione dalla realtà, per non cadere «nel grigio gorgo della disperazione». Ha scritto Emilio Tarditi, in una recente pubblicazione sulla scrittrice calabrese, che i versi le servono per dimenticare anche solo per pochi istanti «le asprezze della vita, […] alla ricerca della parola poetica come assoluta esigenza espressiva per lenire una ferita, sanare una piaga o esaltare la gioia e la felicità». 
Mi sono domandata, di fronte alla targa del giardino di Roma, come fosse stata l’esistenza di Paolina Gervasi Mantovani, se felice e intensa, oppure afflitta e spenta, se «torrente o stagno? Lotta oppure attesa?» come scrive in una sua lirica. La risposta è nei suoi stessi versi: « […] è stata un ruscelletto gorgogliante/ che si è snodato placido e occulto/ che ora s’avvia/ senza sussulti e balzi/ verso la foce ormai non più lontana».

In copertina: Largo Paolina Gervasi Mantovani, Cosenza.

***

Articolo di Barbara Belotti

Dopo aver insegnato per oltre trent’anni Storia dell’arte nella scuola superiore, si occupa ora di storia, cultura e didattica di genere e scrive sui temi della toponomastica femminile per diverse testate e pubblicazioni. Fa parte del Comitato scientifico della Rete per la parità e della Commissione Consultiva Toponomastica del Comune di Roma.

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