Le guerre delle donne

C’è chi dice che leggere è come viaggiare, pur rimanendo seduti sul divano di casa. Questo concetto si addice perfettamente all’ultimo libro di Emanuela Zuccalà, dal titolo Le guerre delle donne (Infinito edizioni, 2021).

Emanuela è una giornalista, scrittrice e regista di documentari che ha ricevuto numerosi premi e ha visto tradurre le sue opere in diverse lingue e Paesi del mondo.

L’ultimo nato è un libro di testimonianze di donne personalmente incontrate e conosciute dall’autrice, in un percorso che tocca molti Stati e continenti, dall’Africa all’America, dall’Asia all’Europa, fino alla nostra Italia.

Il testo è scritto in prima persona, ma la presenza dell’autrice non ruba in alcun modo la scena ai/lle veri/e protagonisti/e che si raccontano e si confessano in un susseguirsi di storie e fatti di attualità che stimolano sentimenti di comprensione, riflessione, curiosità, ma soprattutto empatia, la capacità di mettersi nei panni altrui, sospendendo il giudizio.

In ogni capitolo si trova un racconto nuovo, una nuova terra, nuove persone e tutto un mondo da scoprire: il filo conduttore restano le donne e i loro diritti, che vengono calpestati quotidianamente in qualsiasi parte del mondo.

La storia di Hope, immigrata nigeriana vittima di tratta, è la prima tappa di un lungo itinerario. Venuta in Italia con la promessa di un lavoro, viene costretta a prostituirsi finché non arriva per lei un provvedimento di espulsione. Terrorizzata all’idea di essere rimpatriata, il suo lieto fine giunge grazie al matrimonio con un suo cliente italiano.

Marie-Claire è una donna ivoriana sulla quarantina che vive in Francia e nel suo Paese d’origine ha subìto l’escissione, ovvero il taglio del clitoride, quando aveva nove anni. Grazie all’urologo Pierre Foldès ha potuto sottoporsi all’intervento di ricostruzione del clitoride, che in Francia, dal 2004, è rimborsato dalla sanità pubblica. Già oltre duemila donne, dalla Francia e dall’estero, sono state accolte nel centro del dott. Foldès e operate. Tutte le intervistate parlano dell’escissione come di una violenza, un orrore, una grave amputazione, e l’operazione restituisce loro una parte del loro corpo che pensavano di aver perduto per sempre.

Gaby Hernandez è un’attivista che gestisce una casa di accoglienza a Città del Messico per i migranti che dall’America Latina cercano di raggiungere gli Stati Uniti. Resta scioccata dai racconti delle donne che partono dall’Honduras, dal Guatemala, da El Salvador: ognuna di loro ha subìto almeno uno stupro durante il viaggio. Ne parlano come fosse la normalità, una cosa da aspettarsi quando si intraprende un cammino lungo e pericoloso: la loro preoccupazione maggiore è quella di rimanere incinte e prima di partire ricorrono alla somministrazione di un farmaco anticoncezionale della durata di tre mesi. Secondo Amnesty International, il 60% delle migranti subisce violenza mentre attraversa il Messico.

Fatiah, Nadia e Rahmouna sono tre sopravvissute a uno stupro e femminicidio di massa, avvenuto nelle vicinanze della base petrolifera algerina di Hassi Messaoud, in cui si trova una bidonville che ospita una quarantina di lavoratrici. Una predica dell’imam locale incita gli uomini a punire queste donne, poiché vivono sole, non hanno marito e sono quindi tacciate di prostituzione. Il 13 luglio 2001, trecento uomini irrompono nelle baracche dove risiedono picchiandole, torturandole e violentandole. L’intervento della polizia è talmente tardivo che molte vengono uccise e alcune rimangono gravemente ferite, riportando in seguito disabilità permanenti. Solo Fatiah, Nadia e Rahmouna hanno il coraggio di testimoniare al processo, nonostante le minacce e le intimidazioni ricevute da più parti.

Flaviour Nhawu è una coordinatrice dei progetti della ong italiana Medici con l’Africa Cuamm in Sierra Leone. È riuscita a portare l’assistenza ostetrica a Bonthe, una piccola cittadina situata su un’isola, difficilmente raggiungibile dai mezzi di soccorso. Grazie al suo impegno la mortalità materna si è dimezzata, ma rimane a livelli ancora molto alti (546 donne morte ogni 100mila parti, contro le 16 dell’Europa).

Maria da Penha Maia Fernandes ha subìto sulla sua pelle la violenza domestica, rimanendo paralizzata a causa di un colpo di fucile esploso contro di lei dal suo ex compagno. Il 7 agosto 2006, il Brasile ha approvato la prima legge della propria storia contro la violenza sulle donne, istituendo anche delle questure specializzate. La legge porta il nome di Maria: è lei che si è battuta per la sua approvazione e ha nel contempo fondato un istituto che si occupa di promuovere una cultura di parità tra i sessi all’interno delle scuole.

Denis Mukwege è un chirurgo e ginecologo che ha fondato un ospedale nella Repubblica Democratica del Congo in cui opera e cerca di ricostruire i genitali delle sopravvissute agli stupri da parte dei soldati. Questo suo impegno gli è valso il Premio Nobel per la Pace nel 2018. Secondo l’Agenzia dell’Onu, Unfpa, nel 2008 nella sola provincia del Sud Kivu 11600 donne hanno cercato aiuto in ospedale dopo essere state barbaramente violentate, nel 95% dei casi da parte dei soldati. Una collaboratrice dell’organizzazione internazionale ActionAid parla di un femminicidio sistematico: le donne, oltre a perdere la propria casa e ritrovarsi sole con figli e figlie, subiscono diversi stupri di gruppo. Questo rappresenta per loro il colpo di grazia.

Jay Abang è una giovane donna omosessuale che in Uganda sfida la grave discriminazione nei confronti della comunità LGBTI. La sua associazione Health and Rights Initiative si pone l’obiettivo di garantire il benessere delle persone omosessuali e transessuali in tutto l’Uganda, non solo nella capitale, ma anche nelle periferie dove gli aiuti faticano ad arrivare. Proprio in Uganda nel 2014 era stata promulgata una legge cosiddetta “ammazza-gay” che prevedeva il carcere a vita e anche l’espulsione dallo Stato per gli/le omosessuali. Annullata dalla Corte Costituzionale nello stesso anno, la legge non è più in vigore, ma persiste il reato di “atti carnali contro natura”.

L’inferno infantile si trova in Cambogia, dove secondo l’Ecpat, rete internazionale contro lo sfruttamento sessuale minorile, sono circa 20mila i/le bambini/e con meno di 15 anni costretti/e a prostituirsi all’interno dei bordelli. I genitori pagano una quota ai trafficanti affinché figli e figlie possano entrare nel giro della prostituzione e inviare il denaro a casa. Diverse associazioni sono sul campo da anni per salvare le vittime della schiavitù sessuale, ma molto spesso si trovano di fronte genitori che rifiutano la propria prole o, peggio, vorrebbero che tornasse a prostituirsi. La situazione è resa ancora più drammatica dal fatto che il governo cambogiano non mostra alcuna preoccupazione a riguardo e non è interessato a combattere la prostituzione minorile.

Corinna, Daniela e Rossana sono tre donne italiane vittime di violenza domestica. I loro racconti sono l’emblema della lunga strada che il nostro Paese ha ancora da percorrere in materia di parità di genere. La Convenzione di Istanbul, ratificata dall’Italia nel 2013, prevede che sul territorio si trovi un centro antiviolenza ogni 10.000 abitanti: se ne contano appena 281, un numero altamente insufficiente. L’associazione ActionAid, inoltre, denuncia la mancanza di fondi per tali centri: la burocrazia allunga i tempi del trasferimento del denaro e nel 2019 solo il 10% del totale stanziato è arrivato ai centri.

A Zaatari, in Giordania, è collocato il secondo campo profughi più popoloso al mondo dove i profughi siriani in fuga dalla guerra si stanziano con le loro famiglie. Le ragazze vengono costrette a sposarsi giovanissime, in modo da ricavare i soldi della dote; negli ultimi cinque anni risultano quattromila matrimoni di siriane minorenni all’interno dei campi profughi giordani. La cifra è da considerarsi una mera stima, poiché assai spesso i matrimoni vengono celebrati solo in moschea e non registrati presso le autorità. Le ragazze, già provate dalla guerra e dall’esilio, sono costrette a patire l’ulteriore trauma di sposarsi con uomini molto più grandi di loro, contro la loro volontà, e subire di frequente violenze sia sessuali che fisiche.

Queste sono solo alcune delle toccanti e vere testimonianze raccolte nel libro. La stessa autrice ritiene che si possa parlare di tutti questi temi anche in modo diverso, ma non è sciorinando dati e statistiche che si rende il problema tangibile. La realtà non è rappresentata dai numeri, ma dalle persone. I numeri restano importanti, ma sono freddi e asettici. La storia di ogni singola persona, invece, riesce ad entrare nella mente di chi legge, che può immedesimarsi, immaginarne il volto, la sofferenza e la voglia di lottare per un futuro migliore.

Si arriva all’ultima pagina con la consapevolezza che non esiste un posto nel mondo in cui le donne vivano libere da discriminazioni e violenze. Come diceva Charlotte Bunch, scrittrice e attivista per i diritti femminili: «Quando si tratta di violenza contro le donne, non esistono Paesi sviluppati».

Emanuela Zuccalà
Le guerre delle donne
Infinito edizioni, Modena, 2021
pp 256

***

Articolo di Elisabetta Uboldi

Laureata in Ostetricia, con un master in Ostetricia Legale e Forense, vive in provincia di Como. Ha collaborato per quattro anni con il Soccorso Violenza Sessuale e Domestica della Clinica Mangiagalli di Milano. Ora è una libera professionista, lavora in ambulatorio e presta servizio a domicilio. Ama gli animali e il suo hobby preferito è la pasticceria.

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