29 maggio 1453, quando una data cambia la storia

Un uomo si aggira per le strade di Adrianopoli. Ogni notte, con la sua divisa da soldato semplice, si muove tra vie, case e palazzi, a confondere la propria ombra con le nere sagome che gli sono intorno, attento a non incontrare occhi che possano riconoscerlo. Il cielo invernale, solido e netto, inghiotte, nella sua onice polare, il respiro condensato che esce da quella bocca, quasi a voler dare il proprio contributo affinché il camminare rimanga anonimo e celato. 
Sono mesi, ormai, che i passi si inseguono l’uno dietro l’altro nel reticolo cittadino. E a ogni colpo di piede, anche la mente avanza e indietreggia, in un balletto angoscioso che non lascia riposo né di fisico né di pensieri. 
Ha un’idea in testa, quest’uomo. Un’idea che gli risuona, gli sibila e gli sbatte contro, come una raffica di vento chiusa in una stanza senza alcuna via di fuga. Ha un’idea. Ed egli la tiene per sé, lasciando, a chi gli sta intorno, la fatica di immaginarla – forse – di temerla – sicuramente – ma senza la certezza che essa sia concreta e – soprattutto – realizzabile.  
Un’idea che alla fine prende fiato, una notte, durante il secondo turno di guardia.  
L’uomo si ferma, non cammina più.  
Chiede di vedere un suo fedelissimo, un vecchio di nome Khalīl, che lo conosce fin da quando era fanciullo e che era stato alle dipendenze di suo padre. L’anziano arriva, scosso, con in mano un vassoio pieno di monete d’oro. In quello scontro, silenzioso e immobile, l’aria fredda si raddensa e pare aprirsi quando la mano dell’uomo allontana stizzita il prezioso piatto: «Io voglio una sola cosa. Dammi Costantinopoli»Quell’uomo è il sultano, capo della nascente potenza ottomana. Egli ha deciso. E il suo anziano visir non può che piegare il capo: la capitale imperiale, l’ultima Roma, deve essere conquistata. 

Gentile Bellini, Ritratto di Maometto,1480 

Quando Mehemet II sale sul trono della Sublime Porta, nel 1451, la corte ottomana teme per il proprio destino: è davvero un inetto, questo nuovo imperatore, così come ha dimostrato in occasione della temporanea abdicazione del padre? Devono, i discendenti di Osman, temere che si arresti la loro avanzata europea iniziata, ormai, quasi un secolo prima? E ha ragione l’Europa – e soprattutto il pontefice Niccolò V – a tirare finalmente il fiato? Il viaggio di Giovanni VIII Paleologo in Italia, nel 1438, per chiedere aiuto alle potenze europee e al papa contro la minaccia ottomana è ancora vivido nella memoria: l’imperatore di Bisanzio era venuto accompagnato da vescovi, teologi e intellettuali – non un generale era presente – per tentare di ricucire lo strappo scismatico del 1084 e porsi così sotto l’egida e la tutela di Roma e dell’occidente. E ora? Era davvero possibile che Adrianopoli sarebbe bastata ai Turchi e che le loro mire su Costantinopoli sarebbero crollate come una freccia lanciata contro le possenti mura teodosiane della capitale imperiale?  

Questo ciò che si spera, dall’una e – forse – anche dall’altra parte. Perché Costantinopoli non è, evidentemente, solo una città. È un’epoca, Costantinopoli. Alba e mezzogiorno nel tramonto dell’antico. Tramonto, ora, lei, che non vuole farsi notte. Car’grade, come la chiama Nestor Iskander, simboleggia quell’unità ecumenica che l’occidente anela ma che sente crollare inesorabilmente.  
Avere Costantinopoli significherebbe compiere il primo passo per arrivare a Roma; significherebbe porsi, con essa, a un livello paritario; significherebbe, più prosaicamente, avere il controllo della porta d’oriente, crocevia di culture e di commerci.  
Perdere Costantinopoli vorrebbe dire cedere l’oriente agli infedeli; vorrebbe dire temere, da lì, il sopraggiungere di continue e gravi minacce; vorrebbe dire veder svanire definitivamente l’idea di un mondo unito, cristiano ed europeo. Dunque, gli Ottomani temono e l’occidente spera. Ma, ben presto, i ruoli si ribaltano, e l’idea di Mehemet II si palesa e concretizza in maniera inesorabile. 

Costantino XI Paleologo

Il nuovo sultano, infatti, appena salito al potere, giura, nell’aprile 1451, a Costantino XI Paleologo di rispettare tutti gli accordi di pace precedentemente stipulati; si mostra ben disposto verso Venezia e con essa sottoscrive i trattati decaduti con la morte del padre e, soprattutto, il 10 settembre 1452 rinnova la pace stipulata per la questione di Salonicco. A Giorgio Branković, despota serbo, restituisce alcuni territori e riconosce l’influenza ungherese in Serbia.  
Tutto questo mentre, nella sua base di Adrianopoli, dà il via alla accurata preparazione del grande assedio. In pochissimo tempo, tra il 15 aprile e il 31 agosto 1452, fa costruire un forte sul Bosforo, il forte di Rumeli Hisari, esattamente di fronte a quello di Anadolu Hisari fatto edificare da Bāyezīd I. Tra le due rive lo stretto raggiunge la larghezza minima di 660 metri e, con una serie di cannoni posti sulla nuova costruzione, il passaggio è praticamente bloccato. Il 28 agosto si reca presso Costantinopoli e analizza minuziosamente tutte le sue fortificazioni. Rientra ad Adrianopoli e, assoldato l’armatore ungherese Urban, fa costruire dei cannoni dalle dimensioni inaudite, la chiave che aprirà l’accesso nella mura della città, che mai erano stata violate con la loro triplice cinta e le 192 torri. Infine, organizza una grande flotta, agli ordini della quale pone lo sancak bey di Gallipoli. Le forze bizantine in Morea sono trattenute nel Peloponneso da un attacco affidato al vecchio uc bey Turakhan e ai suoi figli. In Rumelia, il beylerbey Dayi Karaca Bey occupa le città bizantine della Tracia. 

L’assedio in un manoscritto conservato alla Bibliothèque nationale francese 

Mehemet II ha creato il vuoto attorno a Costantinopoli. Le forze imperiali esterne alla città, i suoi alleati, i suoi sostenitori, completamenti neutralizzati o dalle armi o dalla diplomazia. Il 2 aprile 1453, preceduto da cannoni e macchine d’assedio, il sultano arriva sotto le mura. Naturalmente, come ben si può immaginare, Costantino XI prova a opporsi alle intenzioni nemiche. Protesta, senza sortire alcun effetto, per la costruzione del forte sul Bosforo; invia una delegazione nel 1453 per chiedere aiuto in Italia, ma sia Venezia che Genova, tenendo molto ai buoni rapporti con gli Ottomani, non danno risposte precise; il re di Napoli, che pure manda una flotta nel mar Egeo, la richiama dopo appena pochi mesi. Solo il pontefice, Niccolò V, forte anche dell’Unione di Firenze e quindi della sottomissione di Bisanzio a Roma, invia alcune truppe. Il legato papale, Isidoro di Kiev, giunge a Costantinopoli il 26 ottobre 1452 con duecento arcieri, ma come prima e unica mossa fa celebrare nella chiesa di Santa Sofia una messa in presenza del Basileus e della corte con lo scopo di ribadire l’Unione delle due Chiese. Nonostante questa inutile trovata religiosa abbia provocato l’ira dell’imperatore, il tempo risulta essere ormai scaduto. Il dado è tratto. L’assedio di Costantinopoli ha inizio. 
Pur non ricevendo aiuto dalle altre potenze – solo il papa manda a proprie spese tre navi genovesi cariche di armi e munizioni – la difesa bizantina non si risparmia. Le prime azioni arrivano dai passeggeri e dagli equipaggi delle navi straniere che si trovano nel porto. Volontari genovesi e catalani armano ventisei navi per il combattimento nel Corno d’Oro e il 29 gennaio 1453 il genovese Giustiniani arriva alla testa di settecento uomini con i quali si occuperà di difendere le mura cittadine. Lo storico Sphrantzés ha contato, schierati a protezione dell’Impero d’Oriente, 4983 greci e duecento stranieri, contro un esercito esponenzialmente più numeroso e meglio armato. Giannizzeri, sipahi, artiglieria e armi da fuoco spaventose, innumerevoli truppe di volontari, di irregolari e ausiliarie che formano una forza pari a 150.000 uomini; inoltre, diverse centinaia di navigli a comporre la flotta che presidia il Bosforo, altre ottanta navi trasportate via terra su passatoie di legno attraverso Galata. Tutto questo con lo scopo di accerchiare la città, dalla particolare forma triangolare, su tutti e tre i lati.  

Philippe de Mazerolles, L’assedio di Costantinopoli, dalla Chronique de Charles VII di Jean Chartier, 1470 circa 

Dopo diverse settimane di assedio, inizia la fase finale. Il 7 aprile le truppe del sultano prendono posizione lungo le mura cittadine e il 12 iniziano i bombardamenti. La flotta, da Galata, viene spostata nel Corno d’Oro e, il 18 aprile, le truppe di terra iniziano l’assalto alla fortificazione. Costantinopoli resiste. Il 26 maggio si riunisce un consiglio nell’accampamento turco e, alla proposta del visir Khalīl Pascià di abbandonare l’impresa, Mehemet II risponde con un nuovo, violentissimo attacco. Domenica 27 maggio il sultano parla con i suoi comandanti, passa in rassegna le truppe, manda messaggeri negli accampamenti per far sapere ai soldati che, se la città fosse caduta nell’arco di due giorni, avrebbero avuto il permesso di saccheggiarla senza limiti. Lunedì 28 maggio è giorno di preparativi. Martedì 29 maggio, un’ora dopo la mezzanotte, viene dato il segnale per l’assalto finale. L’avanguardia del primo attacco è formata per lo più da stranieri, irregolari e avventurieri: non può avanzare molto, subisce forti perdite, ma riesce a sfiancare i difensori e a esaurire una buona parte delle loro munizioni. Il secondo attacco è di certo più organizzato, condotto da soldati anatolici corazzati e attrezzati, che sono comunque costretti alla ritirata. Alla fine, con il sorgere del sole, il sultano manda avanti il cuore pulsante del proprio esercito: le sue guardie personali, arcieri, lancieri e dodicimila giannizzeri. Si racconta che il primo a mettere piede sulle mura sia stato Hasan, un giannizzero gigantesco che, nonostante venga abbattuto quasi subito, apre la strada per i compagni che penetrano, così, nella palizzata. Nel frattempo, altre truppe scelte sono entrate attraverso la Kerkoporta, la porta della cruna, e, in quindici minuti i difensori si trovano circondati di nemici. Un grido di alza nella fracasso della battaglia. Mentre gli assalitori si arrampicano sulle mura come formiche lungo le pareti di un formicaio; mentre la millenaria città si arrende inerme al saccheggio dei nemici; mentre Costantino XI Paleologo muore, spada alla mano; mentre la distruzione sembra raggelare il tempo in un quadro di terrore, alcuni soldati greci stremati dalla battaglia urlano: «Ealo e pólis», la città è conquistata. Bisanzio, ultima gloria di un mondo passato, è vittima della nuova potenza ottomana e l’antico impero non può che essere il suo, stracciato, «sudario». Mehemet II entra a Costantinopoli il pomeriggio del 30 maggio 1453. La attraversa tutta, a cavallo, fino a fermarsi di fronte all’ingresso della chiesa di Santa Sofia. Qui fa recitare da un imām una preghiera e, con questo atto, la grande cattedrale greca diviene moschea turca. 

Benjamin Constant, Maometto II entra in Costantinopoli con il suo esercito,1876

Egli vuole che la città diventi capitale del suo impero e, in quest’ottica, avvia una grande politica di rivalutazione. Ripara le mura, costruisce un nuovo palazzo nel centro, dà ordine ai suoi dignitari di fondare complessi universitari, scuole, attività commerciali e di carità attorno alle grandi moschee. La vita intellettuale ed economica deve ripartire il prima possibile.  
Con questa grandiosa conquista, Mehemet II, che da ora in poi avrà l’appellativo di al Fatih, “il Conquistatore”, può ridefinire le trame interne ed esterne del proprio potere. Egli ha realizzato quel progetto che, nelle fredde strade di Adrianopoli, lo tormentava e accompagnava.  
Con il 29 maggio dell’anno del Signore 1453, assieme alle secolari mura bizantine, a crollare è l’intera epoca medievale, fatta franare sotto la nuova modernità delle bocche di fuoco. L’evo passato, unitario e riconosciuto prima nelle effigi di Roma e poi in quelle della croce, è ormai svanito. Costantinopoli, l’ultima delle città antiche, ha un respiro, una bandiera, una fede tutte nuove, come nuovo è il mondo che sta arrivando. La vecchia Bisanzio, che da tempo ha perduto i leggendari fasti e le epiche meraviglie, con una popolazione che tocca a stento le cinquantamila unità, i campi incolti e le erbacce che crescono sui sentieri calpestati da Costantino e Giustiniano, ha lasciato il posto – e i passi – a una realtà che, con la sua sola presenza, cambierà per sempre il corso della storia. 

***

Articolo di Sara Balzerano

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Laureata in Scienze Umanistiche e laureata in Filologia Moderna, ha collaborato con articoli, racconti e recensioni a diverse pagine web. Ama i romanzi d’amore e i grandi cantautori italiani, la poesia, i gatti e la pizza. Il suo obiettivo principale è quello di continuare a chiedere Shomèr ma mi llailah (“sentinella, quanto [resta] della notte”)? Perché domandare e avere dubbi significa non fermarsi mai. Studia per sfida, legge per sopravvivenza, scrive per essere felice.

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