Il Divino parla femminile

Nel XX secolo le teologhe escono dall’ombra e, impugnando la penna come una spada, scendono in campo aperto contro il coriaceo sessismo della Chiesa cattolica.  

Rileggere la Bibbia in chiave femminista o femminile non è storia di oggi. Gli uomini da sempre hanno inalberato il vessillo dei testi sacri per sbandierare ai quattro venti l’inferiorità femminile. Ma già dagli inizi dell’Ottocento le donne sono partite alla riscossa per demolire il primato maschile basato su un’interpretazione unilaterale delle Scritture. Contro chi vuole mettere sotto i piedi le donne facendosi forte dello scudo biblico, Lucretia Mott nel 1849 scrive Discourse on Woman, nel quale esaminando la storia di Adamo ed Eva e le varie figure femminili presenti nella Bibbia, arriva alla conclusione che quel testo è molto più a favore del riscatto femminile di quanto non vogliano far credere le istituzioni ecclesiastiche e laiche. 

È dello stesso parere Lucy Stone, che studia apposta l’ebraico e il greco per meglio comprendere le prime traduzioni della Bibbia, certa di trovare al suo interno dei passi che possano confermare l’uguaglianza dei sessi.  

Nel 1898, la suffragetta statunitense Elizabeth Cady Stanton (1815-1902) pubblica la Woman’s Bible (La Bibbia della donna), un’opera che per la prima volta mette in discussione la posizione tradizionale dell’ortodossia religiosa che sancisce la subordinazione della donna all’uomo partendo, appunto, dal testo biblico. A distanza di oltre un secolo, un gruppo di teologhe protestanti e cattoliche, stanche di leggere le Sacre Scritture in una chiave che legittima la “sottomissione” culturale e fisica delle donne, ne pubblicano una rilettura critica e femminista, Une Bible des femmes (Una Bibbia delle donne), curata da Elisabeth Parmentier, Pierrette Daviau e Lauriane Savoy.  

Cristo in casa di Marta e Maria, Jan Vermeer, National Gallery of Scotland, Edimburgo, 1656 ca.

Molti sono gli episodi che si prestano a una rilettura critica. Nel brano del Vangelo secondo Luca, dove è raccontato l’incontro di Gesù con Marta e Maria, due sorelle che lo invitano nella loro casa, leggiamo che Marta rende il suo “servizio”, ma questo non autorizza a pensare che lei servisse il pasto a tavola, poiché “servizio” può essere inteso anche come servizio di culto.  
Un altro esempio di lettura femminista è offerto dalla figura emblematica di Maria Maddalena, il personaggio femminile più ricorrente nei Vangeli e che resta con Gesù ai piedi della croce mentre tutti i discepoli fuggono per la paura. È lei che si reca per prima al sepolcro, è a lei, una donna, che Gesù si manifesta per primo dopo la morte. È lei, Maria di Magdala, la prima missionaria e la prima testimone di Cristo Risorto. Nella lettera di Pietro, l’apostolo raccomanda alle mogli di essere sottomesse ai loro mariti, ma nello stesso tempo esorta i mariti ad amare le loro mogli. «Questa esortazione di Pietro va vista come una forte presa di posizione in contrasto al clima patriarcale dell’epoca», osserva Savoy.  

Il Concilio Ecumenico Vaticano II consente alle donne di aprire una breccia nella fortezza maschile del sapere teologico. A cominciare dalla metà degli anni Sessanta, nel clima post-conciliare, e sempre di più nei decenni successivi, c’è maggiore spazio per le donne nell’ambito formativo, didattico, accademico e pastorale.  

Durante il concilio, a partire dalla terza sessione, un piccolo gruppo di donne cattoliche è chiamato in qualità di osservatrici a partecipare ai dibattiti assembleari e, nel corso dell’ultima sessione, prende finalmente parte attiva ai lavori di alcune commissioni. Se le teologhe negli ultimi anni hanno raggiunto risultati di notevole spessore, molto lo si deve a quel concilio. Molte di loro si dedicano allo studio e all’insegnamento della teologia nelle istituzioni accademiche, e la loro presenza è sempre più qualificata e significativa. 

Nel 1975, la rivista dei gesuiti Theological Studies pubblica la monografia Women: New Dimensions con i primi lavori delle teologhe femministe.  

Nel 1986 viene fondata la European Society of Women in Theological Research, che promuove incontri di studio ogni due anni e dal 1993 pubblica le ricerche di alcune tra le maggiori studiose contemporanee di teologia cattolica. 

Nell’aprile del 1960, la statunitense Valerie Saiving (1921-1992) sulla prestigiosa rivista accademica della Chicago University The Journal of Religion pubblica il primo saggio di teologia femminista, The Human Situation: A Feminine View, dove osserva: «Studio teologia e sono anche donna. Forse vi sembrerà strano che accosti questi due concetti, come se volessi intendere che l’identità di genere possa in qualche modo determinare la propria visione teologica. All’inizio dei miei studi teologici io stessa avrei obiettato a un’idea di questo tipo. Ma ora, tredici anni dopo, non sono così certa come una volta che quando i teologi parlano di “uomo” stiano usando la parola nel suo significato generico. Dopotutto è ben noto il fatto che la teologia sia stata scritta quasi esclusivamente da uomini. Questo fatto da solo dovrebbe metterci in guardia, soprattutto perché i teologi contemporanei continuano a ricordarci che una delle più grandi tentazioni dell’uomo sia quella di credere che la propria prospettiva limitata corrisponda alla verità universale». 

Cristo e la samaritana al pozzo, Angelika Kauffmann, Dresden Galerie, Dresden 1796

È chiaro, quindi, che argomenti come il peccato e l’amore visti da una prospettiva femminile possono acquisire significati diversi. 

Madre della teologia femminista è considerata la cattolica statunitense Mary Daly (1928-2010), che con i suoi lavori prepara il terreno per altre studiose e ricercatrici di altissimo profilo. Nell’autunno del 1965 si reca a Roma per assistere ad alcune sedute del Vaticano II: «C’era un esuberante senso di speranza. La maggior parte di noi pensava ciò significasse che c’era speranza per la chiesa». Nella Basilica di San Pietro, seduta nel settore riservato alla stampa, osserva a distanza cardinali e vescovi, «uomini anziani in vesti color cremisi» e, in un altro settore, gli uditori, tra i quali «alcune donne cattoliche, per lo più suore con lunghe vesti nere e il capo velato. Il contrasto tra il portamento arrogante e l’abbigliamento vistoso di quei “principi della chiesa” e l’atteggiamento umile, dimesso e le vesti scure di quelle pochissime donne suscitava sgomento». Solo discorsi di uomini, «voci senili, stanche, lagnose»: le poche donne «sedevano docilmente, ascoltando la lettura in latino di documenti che né loro né i lettori sembravano comprendere». Il messaggio di quella scena «s’impresse profondamente nella mia coscienza a caratteri di fuoco». 

Nel 1968, Mary Daly pubblica The Church and the Second Sex (La Chiesa e il secondo sesso), titolo che richiama il titolo del famoso libro di Simone de Beauvoir Il secondo sesso, e si rifà anche allo studio di Valerie Saiving. 

Daly imputa al cristianesimo la colpa di aver contribuito all’emarginazione delle donne, per cui è necessario e indispensabile che la Chiesa cattolica si rinnovi profondamente per superare la sua visione conservatrice della società e delle relazioni umane. Successivamente, esprime la sua sfiducia nella possibilità che la Chiesa riveda sostanzialmente le sue posizioni. Con il successivo libro del 1973, Beyond God the Father. Toward a Philosophy of Women’s Liberation (Al di là di Dio Padre. Verso una filosofia della liberazione delle donne), Daly fonda una teologia femminista che critica la concezione androcentrica dell’ebraismo e del cristianesimo e l’intera visione sessista della Chiesa connaturata alle sue premesse teologiche fondamentali: «Se Dio è maschio, allora il maschio è Dio». 

Creazione di Eva, Michelangelo, Cappella Sistina,
Roma, 1511 ca.

Nella creazione di Eva dalla costola di Adamo e nella responsabilità del peccato originale fatta ricadere su Eva, secondo la narrazione nella Genesi, la Chiesa ha tratto lo spunto per sostenere la supremazia maschile e giustificare la subordinazione della donna all’uomo: la donna, prima peccatrice e origine del male e della morte nel mondo, «capro espiatorio primordiale», legittima il disprezzo maschile nei confronti dell’altro sesso e il senso di colpa che le donne avrebbero ereditato nei secoli a venire. 

Condannate da una millenaria società patriarcale al ruolo di serve dell’uomo, «le donne sono state condizionate a considerare riprovevole ogni atto che affermi il valore dell’ego femminile». In tale visione distorta, la donna è «buona» solo se mette al centro della propria vita il marito e i figli: ma appena tenta di uscire dal proprio guscio di sottomissione all’uomo, è considerata un nemico, una creatura ambigua e perversa, se non addirittura diabolica. Di qui ha origine la persecuzione avvenuta in determinati periodi con il beneplacito della Chiesa: «Le streghe furono persone realmente esistenti condannate dalla gerarchia ecclesiastica che si sentiva minacciata dal loro potere. Infatti potere è una parola chiave per capire perché furono scelte per questo orribile fato certe donne e non altre. Gli autori del Malleus Maleficarum asserirono che, tra le donne, le levatrici sorpassavano in malvagità tutte le altre. Come evidenzia Jules Michelet, c’è ragione di credere che le levatrici e le guaritrici fossero grandemente temute dalla Chiesa perché il loro potere minacciava la supremazia del clero». 

Negli Stati Uniti, la teologa e femminista cattolica Elisabeth Schüssler Fiorenza (1938), tra le maggiori studiose di epistemologia biblica e di ermeneutica e politica religiosa, prima donna ad essere eletta presidente della Society of Biblical Literature e dal 2001 membro dell’American Academy of Arts and Sciences, insieme all’ebrea Judith Plaskow nel 1985 fonda il Journal of Feminist Studies in Religion, il primo periodico accademico femminista di studi interdisciplinari aventi come oggetto le religioni e le proprie istituzioni. Nello stesso anno, Schüssler Fiorenza e Mary Collins curano la prima monografia della rivista di teologia cattolica Concilium, dedicata alla “teologia femminista”. 

Il libro di maggior successo di Schüssler Fiorenza, pubblicato nel 1984, è In Memory of Her. A Feminist Theological Reconstruction of Christian Origins (In memoria di lei. Una ricostruzione femminista delle origini cristiane), la prima completa ricostruzione storica del cristianesimo primitivo dal punto di vista delle donne. 

La studiosa analizza la presenza delle donne nelle comunità cristiane dei primi secoli e ricerca le cause della loro successiva emarginazione. La Chiesa gerarchicamente costituita ha travisato il messaggio evangelico che, ribaltando le strutture sociali patriarcali del mondo antico, promuove l’uguaglianza fra tutti gli esseri umani senza discriminazioni di sorta.  

«La teologia cristiana femminista e l’interpretazione biblica delle donne stanno entrambe riscoprendo che il vangelo cristiano non può essere proclamato se non vengono ricordate le discepole e quello che hanno fatto. Stanno ricuperando la cena di Betania come eredità cristiana delle donne al fine di correggere simboli e ritualizzazioni di un’Ultima Cena tutta maschile, che è un tradimento del vero discepolato e ministero cristiani… Finché i racconti e la storia delle donne agli inizi del cristianesimo non sono teologicamente concettualizzati come parte integrante della proclamazione del vangelo, le tradizioni e i testi biblici formulati e codificati da uomini rimarranno fonte di oppressione per le donne… Si tratta di rivendicare il passato cristiano come passato appartenente alle donne, non solo come un passato maschile al quale le donne partecipavano solo ai margini, oppure non facevano nulla. Le fonti del Nuovo Testamento forniscono sufficienti elementi per una storia delle origini cristiane del genere femminile, quando dicono che le donne sono sia seguaci di Gesù sia membri delle prime comunità cristiane con incarichi di responsabilità… I primi scrittori cristiani hanno trasmesso solo una piccola parte dei contributi delle donne al movimento cristiano primitivo. Molte informazioni sull’attività delle donne agli inizi del cristianesimo sono irrecuperabili perché tali notizie furono considerate insignificanti o una minaccia alla graduale patriarcalizzazione del movimento cristiano».  

La documentazione della ricercatrice è molto accurata: «La forma organizzativa prevalente, nelle chiese dell’Asia Minore, era probabilmente la chiesa domestica, e le donne facevano parte del gruppo dirigente di queste chiese domestiche. Paolo saluta Apfia come membro dirigente della chiesa domestica di Filemone. È presentata come comissionaria insieme a Paolo. Le donne sono considerate trasmettitrici fedeli e garanti della fede cristiana». 

Furono i Padri della Chiesa a giustificare filosoficamente e teologicamente la discriminazione delle donne, rifacendosi alla teoria aristotelica della “naturale” disuguaglianza esistente tra gli uomini maschi, le donne e gli schiavi. 

Nelle prime comunità cristiane, sotto l’egida salvifica dello Spirito Santo, non vi era alcuna distinzione di sesso. La comunità era organizzata secondo il principio della «eguaglianza amministrativa realizzata alternando l’autorità e scambiando l’autorità e la funzione direttiva tra i membri del gruppo, ognuno dei quali, in linea di principio, ha eguale accesso all’autorità, alla funzione direttiva e al potere». Anzi molte donne si distinsero per il loro carisma. Le cose cominciarono a cambiare nel II secolo quando le comunità si organizzarono secondo il modello patriarcale della società: in esse fu riconosciuto un capo a cui tutti dovevano obbedienza, il vescovo, eleggibile tra i soli capifamiglia, che amministrava i fondi della comunità e dettava la dottrina. Con l’istituzione dell’episcopato, che ufficializzava la maschilizzazione della struttura ecclesiale, le donne ricche, che pure avevano sovvenzionato e continuavano ad assistere economicamente le comunità, perdettero il diritto di gestire i loro stessi fondi. Si passò così «da un’autorità locale, fondata sui doni spirituali e sulle risorse economiche, a una dominazione patriarcale dei ministri locali delle associazioni cristiane».  

Alle donne fu vietato di essere elette all’episcopato, poiché il comando esercitato da una donna era considerato contrario alle leggi di natura. I vescovi rivendicarono a sé anche il dono della profezia «per rafforzare l’autorità dell’episcopo locale; poi si pensò, in determinati casi, che l’episcopo possedesse il dono della profezia e infine l’autorità dell’episcopo giunse a sostituire quella del profeta. Nei secoli successivi solo la gerarchia ufficiale poteva sostenere di parlare “con la voce stessa di Dio”». 

Noli me tangere, Giotto, Cappella degli Scrovegni, Padova, 1303-1305 ca.

La norvegese Kari Elisabeth Børresen (1932-2016), professoressa emerita alla facoltà di Teologia dell’Università di Oslo, nel triennio 1977-1979 Visiting Professor presso la Pontificia Università Gregoriana, poi alla Divinity School della Harvard University, nel 1992 consegue il titolo di “Dottore honoris causa” in Teologia all’Università di Uppsala e, nel 2011, presso l’Università d’Islanda. Nel 1993 introduce la nozione di matristica per individuare le teologhe, per lo più sconosciute, che nei secoli del Basso Medioevo hanno trasformato la dottrina del cristianesimo classico. 

L’illustre ricercatrice scandinava dà un magistrale contributo al pensiero teologico anche nel campo della mariologia. Da femminista, poi, Børresen cerca di portare alla luce le radici del forte androcentrismo che connota la teologia cattolica tradizionale e di cui il pensiero mariologico è stato e continua a essere uno dei cardini principali.  

Professoressa emerita all’Università Cattolica di Nijmegen, l’olandese Catharina Halkes (1920-2011) è tra le fondatrici del pensiero femminista cattolico, prima titolare di una cattedra di cristianesimo e femminismo in un ateneo cattolico in Europa, nel 1983. Tre anni dopo, in seguito alle sue radicali prese di posizione nei confronti delle gerarchie vaticane, le viene ritirata l’autorizzazione all’insegnamento, mettendo così fine alla sua prestigiosa carriera accademica. 

Una delle pioniere della teologia femminista contemporanea è Rosemary Radford Ruether (1936), autrice di molte opere sull’argomento, tra cui spicca Sexism and God-Talk. Toward a Feminist Theology (Sessismo e discorsi su Dio. Verso una teologia femminista), del 1983, il primo studio di teologia sistematica femminista. È tra le sostenitrici dell’ordinazione delle donne.  

Tramite l’assunzione critica della categoria di genere, il Coordinamento teologhe italiane, che raccoglie circa 130 socie, auspica e sollecita l’ingresso a pieno titolo della ricerca teologica delle donne nel dibattito italiano, un problema ormai indilazionabile. La Chiesa cattolica è sorda alle istanze veicolate dai movimenti femministi.  

Cettina Militello, laureata in filosofia e in teologia, è una delle prime laiche impegnate nel lavoro teologico; si dedica soprattutto a ecclesiologia, mariologia, ecumenismo, questione femminile, rapporto tra architettura e liturgia. È presidente della Società italiana per la ricerca teologica (Sirt) e membro del direttivo della Pontificia accademia mariologica internazionale. 

Originaria di La Spezia, dove nasce il 16 agosto 1964, dopo la maturità classica Maria Domenica (Mary) Meloneentra nelle Suore Francescane Angeline, prendendo i voti nel 1991. Nel 1992 si laurea in pedagogia, dedicandosi poi allo studio della teologia all’Antonianum. Dal 2001 al 2008 preside dell’Istituto superiore di Scienze religiose “Redemptor Hominis”, nel 2011 è nominata professoressa straordinaria per la cattedra di Teologia trinitaria e pneumatologia; viene eletta decana di Teologia da un collegio maschile. Nel 2014 è la prima rettora di un ateneo pontificio in Italia.  

Gabriella Lettini, torinese, classe 1968, una pastora valdese, colleziona titoli accademici di prestigio. Ha pubblicato Omosessualità (1999); vanta inoltre vari contributi su sincretismo, teologie e culture, teologie della liberazione, teologia femminista, donne e teologia.  

Nelle università pontificie lievita il numero delle donne, sia come studenti che come docenti, anche se molte devono fare un altro lavoro per mantenersi. Aumenta la presenza femminile nella Commissione teologica internazionale. Nel 2008 papa Benedetto XVI nomina 25 donne, 6 come esperte e 19 come uditrici, per il Sinodo dei Vescovi sulla Bibbia, che si celebra in ottobre a Roma. È la più alta partecipazione femminile nella storia di questa istituzione ecclesiale. Le sei esperte, per la maggior parte docenti di Sacra Scrittura, sono due italiane (Bruna Costacurta e Germana Strola), una nordamericana, una spagnola, una francese e una nigeriana. Qualche anno dopo, papa Francesco nomina Bruna Costacurta e la spagnola suor Nuria Calduch Benages nuovi membri della Pontificia Commissione biblica. Le donne, e non solo le teologhe, cercano di ritagliarsi il proprio spazio all’interno della Chiesa, dove la misoginia va lentamente scomparendo. Catechesi, struttura ecclesiale, liturgia restano, tuttavia, e non si sa fino a quando, all’insegna di una concezione patriarcale e androcentrica.  

Donna orante, particolare di una pittura murale paleocristiana della metà del III secolo nelle catacombe di Priscilla, Roma

Con la lettera apostolica in forma di “motu proprio” Spiritus Domini del 10 gennaio 2021 Papa Francesco ammette ufficialmente le donne a leggere le letture (ma non il Vangelo) durante la Messa, e anche a servire come ministranti e a distribuire la comunione, cose peraltro già largamente praticate da anni. Ma lo stesso pontefice, conformandosi alla lettera apostolica Ordinatio sacerdotalis di Giovanni Paolo II che nel 1994 esclude in maniera “definitiva” le donne dal ministero sacerdotale, ribadisce il suo “no” all’ordinazione di preti-donne nella Chiesa cattolica, poiché, a suo dire, la Chiesa è donna e sposa di Gesù. Eppure, nella Chiesa dei primi secoli ci sono state le donne diaconesse, come risulta da una Lettera di san Paolo ai Romani. I sostenitori dell’ordinazione femminile sottolineano il ruolo attivo di figure femminili come Febe, Giunia (considerata apostola di Paolo) e altre collaboratrici dell’apostolo delle genti. Paolo nella Lettera ai Romani menziona esplicitamente una diaconessa: «Vi raccomando Febe, nostra sorella, diaconessa della Chiesa di Cencrea. Ricevetela nel Signore, come si conviene ai credenti, e assistetela in qualunque cosa abbia bisogno; anch’essa ha protetto molti, e anche me stesso… Salutate la carissima Perside, che ha lavorato per il Signore». Pare certo che alle origini del cristianesimo ci fossero donne regolarmente ordinate al sacerdozio. Esistono documenti che attestano l’ordinazione di diaconesse, se non presbitere nelle catacombe, donne che presiedono l’eucarestia e spezzano il pane. La prima chiesa fondata in Europa da Paolo di Tarso nasce nella casa di una donna, Lidia. Nei primi due secoli dopo Cristo nelle chiese domestiche a Roma molti capi sono donne. Nel III secolo in Siria le diaconesse aiutano il vescovo nel battezzare le donne. Nel canone XV del Concilio di Calcedonia del 451, leggiamo: «Non si ordini diacono una donna prima dei quarant’anni, e non senza accurato esame. Se per caso, dopo aver ricevuto l’imposizione delle mani e avere esercitato per un certo tempo il ministero, osasse contrarre matrimonio, disprezzando con ciò la grazia di Dio, sia scomunicata insieme a colui che si è unito a lei». 

Ma poi la Chiesa seppellisce tutto sottoterra. Abbiamo una lettera di papa Gelasio I dell’anno 494 che condanna la partecipazione femminile alla celebrazione dell’eucaristia proprio perché gli sono giunte voci di donne che servono all’altare come fanno gli uomini. 

Il clero unisex è da tempo una realtà nella Chiesa della Riforma, molto più avanzata e progressista della Chiesa romana, anche perché il sacerdote non è visto come mediatore tra Dio e gli esseri umani, rappresentante di Cristo, Sposo della Chiesa (appunto non c’è il sacramento dell’ordine), ma come un ministro del culto che predica il Vangelo e i princìpi cristiani. In Italia sono poche le pastore che predicano dal pulpito e celebrano l’eucarestia (la Santa cena, equivalente della Messa), ovviamente non nella Chiesa cattolica ma in altre confessioni. La pioniera, nel 1967, è la siciliana Gianna Sciclone, prima donna consacrata Pastora della Chiesa Valdese Italiana, giunta al traguardo del mezzo secolo di ministero pastorale. Oggi sono una cinquantina, tra valdesi, metodiste, luterane, battiste e anglicane, le pastore nostrane che appartengono alle Chiese protestanti eredi di Martin Lutero. Il 22 maggio 2010 è ordinata sacerdote, o meglio sacerdotessa, la signora siciliana Maria Vittoria Longhitano, classe 1974, felicemente sposata due anni prima. È la prima donna ordinata nella Chiesa episcopale italiana detta anche Veterocattolica, che si richiama al cristianesimo dei primi secoli. Seguono nel 2013 la cinquantacinquenne americana Dana English e la cinquantatreenne inglese Mary Styes, le uniche pretesse della confessione anglicana a Roma e in Italia, entrambe con marito e figli. Il 26 febbraio 1987 la chiesa anglicana vota a favore dell’ordinazione delle donne al sacerdozio. La prima ordinazione femminile si ha nel 1992, e nel gennaio 2015 il primo vescovo donna.  

In più, le reverende anglicane sono stanche di portare abiti talari di tipo maschile ma, pur sempre conservando il collarino inamidato bianco, rivendicano da qualche anno abiti decisamente più eleganti e femminili, rosa, panna, azzurro, a fiori, convinte che mettere in mostra la femminilità non sia in contraddizione con l’autorevolezza del ministero che esercitano.  

Eva Brunne, vescova luterana di Stoccolma dal 2009, lesbica, è sposata con la pastora luterana Gunilla Linden ragazza-madre

Ai giorni nostri oltre la metà delle confessioni protestanti statunitensi prevedono l’ordinazione delle donne. Non è più una novità nemmeno l’episcopato femminile. Nel 1918 Alma Bridwell White, leader di una confessione metodista, è la prima donna ordinata vescova negli Stati Uniti. La maggioranza delle province anglicane oggi consente l’episcopato femminile. La prima donna con mitria e pastorale ad assumere la carica vescovile nella comunione anglicana è Barbara Harris, ordinata vescovo suffragante nella diocesi episcopale del Massachusetts nel 1988. È lesbica militante ed è felicemente sposata con una pretessa-madre Eva Brunne, nominata nel 2009 vescova della chiesa luterana di Stoccolma.  

A partire dal 2014, le vescove sono presenti nella Chiesa episcopale degli Stati Uniti d’America, nella Chiesa anglicana di Canada, Australia, Nuova Zelanda, Polinesia, nella Chiesa d’Irlanda, nella Chiesa anglicana dell’Africa meridionale, nella Chiesa dell’India del Sud, nella Chiesa del Galles e nella Chiesa episcopale di Cuba. Anche la Chiesa d’Inghilterra ha le sue vescove: la prima è Libby Lane, 48 anni, consacrata il 26 gennaio 2015, alla guida della diocesi di Stockport alla periferia di Manchester. Lei e Sarah Mullally, vescova di Crediton, sono le prime consacrate e ordinate nella cattedrale di Canterbury. Donne ascese alla cattedra vescovile sono presenti nella Chiesa episcopale degli Stati Uniti d’America, all’interno della comunità metodista, della Chiesa evangelica e del Luteranesimo, nella Chiesa di Danimarca, Svezia e Norvegia. La Chiesa di Danimarca è stata la prima confessione luterana a ordinare le donne, già nel 1948. Una pastora è moglie e madre, consuma il matrimonio, allatta e cresce i figli e nello stesso tempo celebra messa e fa lezione di teologia in un’aula universitaria. Se la storia finora è stata perennemente declinata al maschile, le Chiese riformate hanno aperto le porte alle donne, anche se il loro sesso non è quello dei primi dodici apostoli scelti dal Signore, ma lo stesso delle donne che comunque seguivano Gesù ed erano ai piedi della Croce quando egli spirò.  

Nonostante la Chiesa cattolica consideri nulle le loro ordinazioni, nel mondo sono già decine le donne che prendono gli ordini sacri “fuori legge”. Il primo vero atto di rottura, riguardo alle donne prete, avviene nel 2002 sul fiume Danubio, non lontano da Passau, al confine tra Austria e Germania, dove su un battello un vescovo scismatico argentino, Romulo Braschi, ordina sacerdoti sette donne, le prime del movimento denominato Roman Catholic Womenpriests, che conta oggi una cinquantina di “pretesse”, soprattutto negli Stati Uniti e nel Canada, e quattro vescove. Il 10 luglio 2002 il Vaticano reagisce con la scomunica e continua categoricamente a sbarrare la strada al sacerdozio femminile. Prosegue, intanto, sotterranea la guerra tra gli “eretici” e gli “ortodossi” del cattolicesimo, gli uni pro e gli altri contro le donne in abito talare. 

C’è una teologia musulmana femminista portata avanti da alcune pensatrici in diverse parti del mondo per un discorso di equità fra uomo e donna all’interno della cornice dei valori musulmani. Spesso le donne sono state e sono ridotte al silenzio. Ed ecco che le teologhe musulmane si scatenano nel gender jihad, vale a dire nella lotta per la giustizia di genere perché per secoli la «giustizia e la piena dignità umana concesse da Dio sono state ignorate o abusate». A dichiararlo è la teologa, musulmana d’America, Amina Wadud, classe 1952, che aggiunge: «La storia di un’interpretazione e una codificazione dell’Islam androcentriche e quasi esclusivamente maschili non ha quasi per nulla riconosciuto l’importanza del contributo delle donne». Le teologhe islamiche, caratterizzate da un forte impegno sociale, partono dal Corano per la loro riflessione, ma da intrepide combattenti allargano la loro sfera di indagine alla condizione delle donne in generale. Asma Barlas, che insegna all’Ithaca College, negli Stati Uniti, ritiene che le/i musulmane/i possano e debbano «leggere il Corano come un testo liberatorio e contrario al patriarcato senza che questa lettura sia vincolata al genere del lettore». 

Ghazala Anwar rivendica il diritto degli omosessuali nell’Islam, un tabù, questo dell’omosessualità, che le costa la cattedra in Pakistan e la costringe a optare per un ateneo in Nuova Zelanda.  

Azizah Y. Al-Hibri (1943) tratta ampiamente su Islam e democrazia, i diritti delle donne musulmane e i diritti umani nell’Islam.  

Barlas (1950) nel suo libro Le donne credenti nell’Islam: Interpretazioni patriarcali non lette del Corano denuncia il patriarcato che ancora regna sovrano nell’interpretazione del testo coranico.  

Infine, la marocchina Asma Lamrabet (1961) è convinta che le teologhe abbiano sufficientemente i mezzi per interpretare i testi sacri islamici.  

***

Articolo di Florindo Di Monaco

Florindo foto 200x200

Docente di Lettere nei licei, poeta, storico, conferenziere, incentra tutta la sua opera sulla Donna, esplorando l’universo femminile nei suoi molteplici aspetti con saggi e raccolte di poesie. Tra i suoi ultimi lavori, il libro La storia è donna e le collane audiovisive di Storia universale dell’arte al femminile e di Storia universale della musica al femminile.

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