Giustizia ambientale: in Africa come in America donne protagoniste delle lotte

“Dalla vulnerabilità al protagonismo” potrebbe essere lo slogan dell’interessante panel Environmental, justice, difesa della terra e movimenti delle donne. Riflessioni e prospettive interdisciplinari di ricerca, che ha avuto luogo giovedì 10 giugno in occasione dell’VIII Congresso della Società delle Storiche. Perché, ha commentato in chiusura una delle relatrici, l’americanista Benedetta Calandra, spesso le “eroine per caso” nascono da un disagio o una sofferenza sofferti nella vita privata.
Ne è esempio lampante la storia di Hazel M. Johnson, raccontata con dovizia di particolari dalla ricercatrice presso l’università Roma Tre, Alice Ciulla.
Nata a New Orleans nel 1935 e trasferitasi a Chicago nel quartiere Altgeld Gardens Homes con il marito da cui ebbe sette figli, Johnson divenne attivista ambientale quando lui morì di cancro all’età di 41 anni. Il quartiere in cui abitavano era stato costruito sul sito di una discarica di rifiuti tossici e l’inquinamento che ne derivava produceva un alto numero di malattie e malformazioni alla nascita. Grazie al suo instancabile attivismo, Hazel M. Johnson riuscì a conquistarsi un ruolo politico sia a livello locale che nazionale, confrontandosi con le istituzioni e conquistando il nome di “madre del movimento per la giustizia ambientale”.
E non è un caso che fosse nera, perché, come è stato sottolineato più volte nel corso del panel, la lotta ambientalista è diventata intersezionale, legandosi ad altre forme di protesta come quella antirazzista o per la giustizia sociale.

Comunità indigena (foto di Aino Tuominen da Pixabay)
Colombia: madre indigena (foto di Jeser Andrade Arango da Pixabay)

In America Latina, per esempio, l’ambientalismo è patrimonio delle popolazioni indigene, non solo perché abitano luoghi meno contaminati e quindi maggiormente meritevoli di tutela, ma anche perché si salda con la lotta per l’autodeterminazione e la richiesta di riconoscimento delle comunità indigene, come ha spiegato Francesca Casafina, ricercatrice presso l’università Roma Tre e Phd presso l’Universidad Nacional di Bogotà.
L’anno clou per il movimento ambientalista indigeno è stato il 1992, quando esplose la protesta contro le celebrazioni ufficiali per i 500 anni dalla scoperta dell’America. Lo specifico di genere, ancora da esplorare e approfondire, è rappresentato dal legame corpo-terra, con l’affermazione di una sovranità delle donne indigene su entrambi i fattori.

Perù, lago Titicaca: pastora (foto di Monica Volpin da Pixabay)
Oaxaca: donne indigene (foto di Rebeca Cruz Galvan da Pixabay)

Un forte richiamo all’attualità è venuto dall’intervento di Roberta Pellizzoli, programme manager-gender advisor, da 15 anni presente in Mozambico con interventi di cooperazione internazionale.
Pellizzoli, che attualmente si occupa di donne lavoratrici in aree rurali, ha lanciato una dura critica contro i programmi per lo sviluppo nei Paesi del cosiddetto Terzo Mondo, a suo dire caratterizzati da obiettivi progrediti sul piano teorico ma nei fatti sordi alle istanze provenienti dalle agricoltrici. Le loro richieste riguardano infatti la formazione e l’assistenza tecnica, ma senza essere esautorate di un ruolo di protagonismo che intendono esercitare fino in fondo.
Il Mozambico, pur essendo uno dei Paesi che hanno ricevuto negli ultimi 25 anni più fondi dalla cooperazione internazionale e pur avendo un contesto legislativo progressista, è a tutt’oggi un territorio molto vulnerabile ai cambiamenti climatici, con un’agricoltura fragile e una grave crisi economica in atto. Le Ong vengono percepite dalla popolazione locale come attori esterni. La partecipazione delle donne, così come quella dei giovani, potrebbe essere il vero volano del cambiamento, se solo ci fosse la volontà politica di renderle/i protagoniste/i.

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Articolo di Annamaria Vicini

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Giornalista pubblicista con lGiornalista pubblicista con laurea in Filosofia e master in Comunicazione, ha collaborato con alcune delle maggiori testate nazionali oltre che con organi di stampa a livello locale. È stata direttrice responsabile di un sito internet e autrice di un blog di successo. Ha pubblicato il romanzo Non fare il male (I Libri di Emil, 2012) e l’eBook Abbracciare il nuovo mondo. Le startup cooperative (2017).

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