Sulle vie delle donne

Il titolo del libro Sulle vie delle donne, scritto da Maria Grazia Battistoni e Anna Tonelli per Aras Edizioni, può indurre a un fraintendimento. Non ci troviamo davanti a uno studio sulle vie dedicate dal Comune di Fano alle donne, ma di fronte a un testo che spiega perché nella cittadina marchigiana le strade con nomi femminili sono poco numerose, una ricerca d’archivio sulle procedure adottate e sugli ostacoli che hanno impedito di dare visibilità alla memoria femminile. Si parla di Fano, ma potrebbe essere uno qualsiasi dei tanti Comuni italiani. L’arco temporale della ricerca è ampio, dal periodo post unitario ai giorni nostri, e ha un filo rosso che lo attraversa: i criteri per valutare la memorabilità non sono “neutri”, dipendono da scelte culturali e politiche stabilite e condotte dagli uomini, e questi criteri sono stati sfavorevoli al genere femminile.

La storia delle donne è una storia taciuta, dimenticata, allontanata dai momenti della visibilità e della celebrazione; da sempre ai margini del potere, della cultura, della scienza, dell’economia, le donne sono state rimosse anche dagli spazi urbani e questo fin dalle prime forme di regolamentazione odonomastica. A partire dall’Unità d’Italia gli odonimi acquistarono un valore nuovo rispetto al carattere spontaneo e descrittivo che per molto tempo avevano avuto, vennero utilizzati per scrivere e celebrare la versione ufficiale degli eventi risorgimentali. Eroi, comandanti, politici, strateghi, oltre a nomi e date di celebri battaglie, trovarono posto sulle targhe stradali e servirono a creare la memoria collettiva di quanto accaduto; «un programma politico-pedagogico ‒ scrivono Maria Grazia Battistoni e Anna Tonelli ‒ la cui funzione era quella di rendere popolari i miti risorgimentali, di promuovere il consenso ai valori fondativi del nuovo stato e un’adesione sempre più convinta alla tradizione sabauda e alla monarchia piemontese». Lo stradario di una città diventava un libro di storia a cielo aperto dal quale le donne furono subito escluse. Il loro contributo alle lotte risorgimentali e alla causa dell’Unità italiana venne sepolto sotto cumuli di retorica celebrativa, in base alla quale non si seppe e non si volle fare alcuno sforzo per allargare le prospettive storiche.

La misoginia odonomastica è proseguita nel Novecento e ha trovato humus propizio nel periodo fascista e nei suoi intenti autocelebrativi e propagandistici. Viale Regina Margherita è l’unica strada istituita nel ventennio citata dalle autrici, le quali hanno deciso di pubblicare le motivazioni di quella e delle altre scelte odonomastiche per dimostrare l’attenzione e la cura con cui si agiva; la stessa cura e attenzione non sono passate al secondo Novecento, dispiace ammetterlo, sostituite da maggiore superficialità e disattenzione negli intenti e nelle procedure di intitolazione.

Negli anni del dopoguerra, dopo la prima comprensibile volontà di rimuovere molti degli odonimi di stampo fascista, cominciarono a essere ricordati e celebrati gli eroi della Resistenza e i Padri della Repubblica. Appunto, eroi e Padri della Repubblica, intitolazioni rigorosamente al maschile, sorvolando sulla partecipazione e sul valore espresso dalle donne negli anni terribili del nazifascismo e nella fondazione del nuovo Stato repubblicano. Le intitolazioni femminili, via Angiola Bianchini e via Leda Antinori, appaiono eccezioni, perduranti conferme della concezione androcentrica della società e della cultura, a Fano come altrove.

Si è proseguito nello stesso modo nei decenni successivi, quando l’espansione urbana ha determinato la creazione di nuove strade e la necessità di nuove intitolazioni. Ancora una volta hanno trovato lo spazio della commemorazione gli eroi della guerra, le date e i nomi delle battaglie, ma anche i letterati, i personaggi del mondo dello spettacolo, gli sportivi; si è fatto ricorso ai nomi di aree geografiche, di fiumi e monti, di specie botaniche, che garantivano pace ed equilibri politici all’interno dei consigli comunali, sono stati utilizzati perfino i numeri romani, quasi ci si trovasse a New York e non a Fano, sulle rive dell’Hudson e non dell’Adriatico. Le intitolazioni femminili sono rimaste scelte sporadiche.

La targa di Angiola Bianchini. Foto di Linda Zennaro

Nella seconda metà del XX secolo, oltre a smarrire la cura nel motivare le scelte delle intitolazioni, i consigli comunali sembrano considerare l’odonomastica più un elenco di indirizzi che un gesto politico e culturale di condivisione e preservazione della memoria collettiva. Le amministrazioni pubbliche accolgono le norme sull’utilizzo delle targhe metalliche, quelle con le scritte nere su fondo bianco, in cui a malapena trova spazio il cognome della persona commemorata, a volte accompagnato dalla sola iniziale del nome, senza alcuna informazione cronologica o indicazione sulle attività e sui meriti della figura ricordata. Se questa semplificazione rende difficile riconoscere i personaggi maschili e comprenderne il valore, il compito risulta ancora più arduo per quelli femminili, la cui notorietà è sempre minore e poco diffusa. Sembra che l’intitolazione di vie e piazze abbia soprattutto lo scopo di agevolare l’orientamento e lo spostamento in città, con buona pace della salvaguardia e della trasmissione della memoria culturale e storica.

È amaro constatare una cosa.

Fano. Il censimento toponomastico di Toponomastica femminile (2021)
Per approfondimenti: https://www.toponomasticafemminile.com/sito/index.php/fano-pu

Nei molti decenni di storia della toponomastica e odonomastica fanesi analizzati da Maria Grazia Battistoni e Anna Tonelli, le Commissioni di toponomastica istituite dalle amministrazioni comunali hanno avuto solo componenti maschili. Nel 1988, anno in cui furono candidate al ruolo anche tre donne, nessuna di loro venne eletta. «Il Consiglio comunale, prevalentemente maschile, scelse ancora una volta solo uomini in qualità di esperti, di fatto non riconoscendo che le donne potessero essere all’altezza di un compito fino ad allora svolto da figure maschili». E le Commissioni toponomastiche di soli uomini non hanno posto alcuna attenzione alle tante assenze di nomi femminili tra le vie cittadine.

L’auspicio che si fanno le autrici, e che non può non essere condiviso, è che la presenza di donne all’interno della Commissione toponomastica, già a partire dal 2015 e confermata alla fine del 2020, possa consolidare il ricorso a procedure e azioni più attente e rispettose della storia e della memoria del genere femminile.

In copertina: targa di Leda Antinori, Fano.

Maria Grazia Battistoni e Anna Tonelli
Sulle vie delle donne. Alla ricerca della toponomastica femminile nella città di Fano
Aras Edizioni, Fano, 2021
pp. 212

***

Articolo di Barbara Belotti

Dopo aver insegnato per oltre trent’anni Storia dell’arte nella scuola superiore, si occupa ora di storia, cultura e didattica di genere e scrive sui temi della toponomastica femminile per diverse testate e pubblicazioni. Fa parte del Comitato scientifico della Rete per la parità e della Commissione Consultiva Toponomastica del Comune di Roma.

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