Il nome delle nostre paure

Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei riguardi delle donne, Onu, 1981

Gli Stati partecipi prendono ogni misura propria a eliminare la discriminazione nei riguardi delle donne … per quel che riguarda l’educazione e per assicurare … l’eliminazione di ogni concetto stereotipato dei ruoli dell’uomo e della donna … in particolar modo rivedendo i libri e i programmi scolastici e adattando i metodi pedagogici.

Quanti anni sono passati!
Oggi la costruzione delle identità è assai più complessa e più ricca di allora, eppure in molti punti è ancora influenzata dalle antiche modalità di costruzione dei ruoli di genere, che vengono trasmesse per inerzia dalle agenzie di socializzazione: famiglia in testa e poi scuola, mass media, pubblicità, gruppi dei pari…
L’abitudine ad associare caratteristiche standardizzate di personalità alle femmine e ai maschi si osserva già a partire dai quattro/cinque anni. Le teorie dell’apprendimento evidenziano che la tipizzazione si verifica sulla base del rinforzo ricevuto: il comportamento ritenuto adatto al proprio sesso, socialmente e culturalmente riconosciuto, viene premiato, enfatizzato, incoraggiato. Al contrario i comportamenti considerati non idonei sono repressi, sminuiti, ridicolizzati o addirittura puniti.

Questo modello si replica lungo il corso della vita in maniera pressoché identica con tutte le figure di attaccamento e in tutti i gruppi di riferimento. Il meglio che ci possa accadere in quanto esseri umani sarebbe invece fare scelte che siano frutto dei nostri desideri e non di condizionamenti, pregiudizi e gabbie predefinite, immissioni forzate negli schemi: questo dovremmo volere per i nostri figli e per le nostre figlie, questo dovrebbe insegnare la scuola.

Il mio timore è che forze ben organizzate cerchino di forzare nella direzione opposta, anche a costo di falsare, distorcere, manipolare la realtà.
Per quanto possa sembrare anacronistico è in corso una rumorosa crociata che scatena una vera e propria fobia collettiva, rinfocolata dall’attuale dibattito sul ddl Zan: ha l’obiettivo di segnalare la pericolosità dell’educazione “al gender”, una specie di mostro esotico da esibire come segnale di adunata. La scuola è il bersaglio preferito della propaganda di movimenti fondamentalisti collegati a gruppi dell’estrema destra, che giocano sulle paure e sulle ansie oltre che sulla disinformazione dei genitori.

Com’è possibile che un artificio retorico caricaturale e infondato sia diventato strumento di mobilitazione? Purtroppo, sappiamo dalla storia che non è la prima volta che accade. Per far esistere una cosa basta nominarla ossessivamente, tanto più se da pulpiti autorevoli, tanto più se con toni apocalittici, tanto più se rivolti a un uditorio non attrezzato.

«La creazione del mostro “ideologia del gender” sembra nascondere un problema più ampio: è il nome delle nostre paure, dei nostri limiti mentali, di quegli schemi introiettati che invece di aiutarci a trovare una conformazione e una identità plastica e relazionale diventano una prigione in cui catturare noi stessi, gli altri e imprigionare le nostre migliori possibilità». Non sono parole di un’eretica ma della monaca benedettina e docente di teologia Benedetta Zorzi.
Episodi di ostilità e in alcuni casi di vera e propria diffamazione si sono moltiplicati negli ultimi anni contro i soggetti singoli e collettivi che sviluppano progetti per la valorizzazione delle differenze, la promozione dei valori della cittadinanza plurale, l’educazione sentimentale, la prevenzione delle violenze legate al genere e all’orientamento sessuale, il contrasto a ogni forma di discriminazione.

Anche quando non sono fanaticamente schierati, ancora molti nostri connazionali ritengono che contenuti e metodi della formazione siano neutri rispetto alle differenze, e che basti non nominarle per contrastare le disuguaglianze.è spesso presente una forma di negazione dell’aspetto sessuato della persona, ma non ci si rende conto che l’imbarazzo o il silenzio sono anch’essi un’implicita ma potente trasmissione di messaggi, che consegnano alla clandestinità emozioni, desideri, pulsioni, interrogativi. Anche quando ragazze e ragazzi non fanno domande non significa che non ne abbiano.
Un’efficace lotta alla discriminazione consiste nel continuo interrogare l’apparente naturalezza delle strutture, sfidandole dove si radicano e si nascondono: a partire dalla storia e dal linguaggio possiamo addestrarci a riconoscerle nel senso comune, nelle pratiche quotidiane anche banali e abitudinarie.

Rileggere i curricula scolastici in una nuova prospettiva significa

  • renderne evidente l’attuale struttura come stratificazione non delle esperienze di tutta l’umanità, ma di una parte di essa;
  • fare proposte di conoscenza non acquiescenti rispetto a un patrimonio già dato, che sia solo da recepire;
  • sviluppare le capacità critiche, offrire il senso della storicità delle conoscenze, della loro non univocità;
  • rendere la scuola ambiente che si rinnova attraverso la comprensione, gli sguardi e i bisogni di chi vi si avvicina, perché saperi vitali transitino sia attraverso l’entusiasmo di chi insegna sia attraverso i vissuti di chi apprende.

Gli e le studenti, quando ciò accade, si appassionano: hanno capito che molto può cambiare. Lo sperimentano nelle letture, lo vivono nelle relazioni, nelle condivisioni, nei confronti. Che la scuola abbia capacità di ascolto e di risposta ai loro dubbi e alle loro domande e aiuti a collocarle in un contesto più vasto, insomma che le nozioni abbiano a che fare con la vita, è per loro una piacevole novità.

La maggior parte dei Paesi europei tiene ufficialmente conto di queste acquisizioni nel curriculum scolastico. In Italia si è iniziato ma lo sforzo generoso e diffuso è ancora difficile, osteggiato, volontaristico.
Al grande pubblico non è ancora chiaro che quando facciamo percorso critico sugli stereotipi di genere nella scuola non stiamo attuando chissà quali stravolgimenti: stiamo solo rendendo percettibili le regole invisibili che condizionano ognuno/a di noi. Stiamo rendendo evidente ciò che il potere patriarcale ha sempre occultato: il fatto che da sempre la società educa al genere, ma chiamando ‘educazione’ e basta la socializzazione proposta mira a farla passare per naturale e universale, esattamente come fa per la grammatica inventando un neutro che in italiano non esiste.

Non porre a tema — attraverso una critica educativa — le culture degli stereotipi sessuali di fatto li legittima e li perpetua. L’indifferenza è colpa.

***

Articolo di Graziella Priulla

Già docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi nella Facoltà di Scienze Politiche di Catania, lavora alla formazione docenti, nello sforzo di introdurre l’identità di genere nelle istituzioni formative. Ha pubblicato numerosi volumi tra cui: C’è differenza. Identità di genere e linguaggi, Parole tossiche, cronache di ordinario sessismo, Viaggio nel paese degli stereotipi.

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