Lady Montagu e il dragomanno. L’avvincente viaggio nello spazio e nel tempo del «favoloso innesto»

L’affascinante libro di Maria Teresa Giaveri, giornalista, traduttrice, docente universitaria esperta di letteratura francese e di lingue neolatine, racconta con grande sapienza la storia di un’idea che si sviluppa nel tempo e nello spazio, è quindi anche il resoconto di numerosi viaggi in terre lontane e vicine.

Maria Teresa Giaveri

Al centro è posta la questione geniale della vaccinazione antivaiolosa che parte da luoghi remoti e dalla pratica di semplici donne, dotate di buonsenso e capacità di osservazione.

Ma chi è Lady Montagu (1689-1762), raffigurata in vesti orientali dal pittore George Knapton?

Ritratto di Lady Montagu, George Knapton

Si chiamava Mary Pierrepoint ed era figlia del conte di Kingston; nell’estate del 1712 si era sposata per amore (ma ancor di più per intesa intellettuale) con Edward Wortley Montagu, della cui sorella Anne, morta precocemente, era stata carissima amica e confidente; quando inizia la storia ha già un bambino di tre anni. È una ventisettenne colta, intelligente, poliglotta, orfana di madre e allevata dalla nonna e dalle sorelle maggiori, animatrice di salotti; ha un aspetto grazioso ma il suo volto, deturpato dal vaiolo, viene rigorosamente ricoperto dalla pericolosa biacca per apparire liscio come prima. La terribile malattia aveva ucciso un decimo della popolazione europea, fra cui l’unico fratello di Mary, e in seguito avrebbe colpito re Luigi XV di Francia (1774); chi sopravviveva poteva restare non solo sfigurato dalle cicatrici e senza ciglia, ma anche fortemente debilitato e marchiato a vita. Non esistevano cure, se non metodi barbari che andavano dai bagni caldi all’esposizione al vento freddo, dai salassi ai clisteri. Per la Chiesa era un castigo divino e gli esseri umani non avevano rimedi se non la preghiera. In quel 1716, dunque, la coppia con un seguito di servitori, il medico dott. Maitland e una balia arriva a Rotterdam, fra le prime tappe di Edward che si sta dirigendo in Turchia dove lo attende la carriera diplomatica. Da Ratisbona partono per Vienna, descritta vivacemente da Mary nel suo interessantissimo e vasto carteggio: una città piacevole, ricca di opere d’arte, palazzi, giardini, dove si beve e si mangia bene. Rimane tuttavia stupita dalle incredibili impalcature che le nobildonne indossano sui capelli e dalla libertà di cui godono, tanto da esibire in pubblico amanti e cicisbei. Poi è la volta di «Praga, impoverita, Dresda invece linda e operosa», quindi Hannover dove Mary, a corte, può fare sfoggio delle sue conoscenze linguistiche. Dopo una nuova sosta a Vienna, la famiglia si sposta verso Belgrado e nel tragitto in carrozza i coniugi sono colpiti dalla misera popolazione vestita di rustiche pelli, dalla soldataglia che assomiglia a «zingari vagabondi o corpulenti mercanti», ma ancor più dai tanti scenari di guerra ricoperti di cadaveri e ossa: belle campagne devastate, deserte, incolte, boschi impenetrabili affollati di animali selvatici. Ignorano per fortuna che c’erano state alcune morti di peste, così tranquillizzano le persone care rimaste in Inghilterra, che temono per il loro viaggio avventuroso, prima avvolto dal freddo invernale e poi finalmente concluso nel tepore primaverile. Da Adrianopoli arrivano a Costantinopoli, «vasta come Londra», il sogno vagheggiato da viaggiatori e viaggiatrici europee, la mitica capitale dell’Oriente immortalata dai racconti delle Mille e una notte che Mary percorrerà in lungo e in largo, dopo aver dotato la carrozza di una grata per poter vedere liberamente, senza essere vista. In tal modo potrà sfatare nelle lunghe e approfondite lettere svariati pregiudizi e descrivere le tante novità, ignote in Europa, come i cammelli, le fontanelle direttamente in camera da letto, l’uso dei comodi sofà e la nascente mania per i tulipani.

The letters and works of Lady Mary Wortley Montagu, 1886

Proprio in questo momento di splendore dà alla luce la figlia prediletta, Mary, mentre continua a osservare con acutezza tutto quanto la circonda. Non può dunque ignorare l’harem e l’hammam, due ambienti affascinanti ed esotici per eccellenza di cui da secoli si favoleggiava e a cui lei avrà il privilegio di poter accedere, facendo osservazioni preziose sulla condizione femminile.

Finalmente, nell’aprile del 1717, una missiva verso la patria lontana contiene la notizia che ci interessa da vicino: come è stato debellato il vaiolo in quelle terre, grazie a delle donne esperte, anziane, che alla fine dell’estate iniziano la pratica dell’inoculazione, graffiando la pelle con un guscio di noce e inserendo nei taglietti con un ago la materia vaiolosa di origine umana. Dopo l’operazione, la zona viene disinfettata; possono seguire due o tre giorni di malessere e febbre, ma poi il risultato è garantito. Praticamente facevano quanto poi, negli ambulatori pediatrici, è stato messo in atto nel XIX e XX secolo durante l’infanzia delle successive generazioni: sull’avambraccio sinistro rimangono evidenti, anche dopo tanti anni, due “bolli” un po’ rilevati, che destano stupore nella gioventù di oggi, ignara della pratica e del virus letale, ufficialmente debellato solo dal 1980. Lady Montagu fu talmente colpita e convinta dall’inoculazione, che fece in ogni modo per vaccinare il piccolo Edward: era il 18 marzo 1718; tutto andò per il meglio, anche se il bambino era assai recalcitrante. Intanto il «favoloso innesto» sarà apprezzato, approvato e diffuso dal medico di fiducia, il dott. Maitland, che, al ritorno in patria, se ne farà promotore.

Questo interesse per la pratica da parte dell’ambasciatrice dimostra quanto fosse priva di pregiudizi, pronta ad accogliere il nuovo, ad entrare nelle altre culture senza ostentazione né superbia; si era impegnata a imparare il turco, a conoscere gli usi locali che guardava sempre con viva curiosità, a rispettare le tradizioni altrui, fino a lodarne e apprezzarne molteplici aspetti, primo fra tutti la mescolanza incredibile di popoli, di lingue, di etnie, di religioni. Lei stessa conosceva bene, oltre alla propria lingua, al latino e al greco, anche il francese e l’italiano, ma qui si trovava circondata da gente di ogni provenienza; in casa sua si parlavano (fra servitori, valletti, balie, cameriere…) almeno dieci diversi idiomi; la Turchia di allora era una specie di Babele, come racconta ad un’amica.

È venuto il momento di introdurre l’altro personaggio chiave della vicenda: il primo dragomanno dell’ambasciata, una figura fondamentale nella diplomazia turca, spesso affidata a italiani, come è il caso di Emanuel Timoni, laureato in medicina, di origini genovesi, accompagnatore, interprete, profondo conoscitore dell’ambiente locale e collegamento con la società turca ad ogni livello. Già da tempo aveva cercato di diffondere in Europa la pratica dell’inoculazione, scrivendo fin dal 1713 una lettera poi pubblicata sulla prestigiosa rivista della Royal Society inglese in cui spiegava nei dettagli il metodo e i risultati, verificati dalla sua esperienza professionale. Purtroppo la comunicazione non raggiunse gli obiettivi e per molto tempo si criticarono e ridicolizzarono certi metodi “primitivi”, mentre nella sola Università di Padova si cominciò a prendere sul serio l’inoculazione, assai prima di Edward Jenner (1749-1823) che impresse una svolta essenziale utilizzando il virus di origine animale. E proprio nel prestigioso ateneo padovano aveva studiato il dragomanno, secondo una lunga tradizione familiare, aggiungendo una laurea honoris causa a Oxford. Interessante anche un’altra figura di medico, introdotta nel capitolo 7, quella del veneto Jacopo Pilarino, già laureato in legge appena diciottenne. Un vero giramondo, attivo a Creta, poi in Valacchia, quindi in Russia e a Smirne; il prototipo dell’intellettuale settecentesco, curioso, colto, affascinante e affascinato lui stesso dalle novità. A Venezia pubblica una dissertazione sull’arte medica, in cui ancora non prende le difese del metodo, ma da fonti certe si sa che in privato ne era diventato paladino. Entrambi i medici tuttavia muoiono precocemente, senza riuscire nell’intento di sollecitare l’auspicato interesse scientifico. Intanto Lady Mary continua la sua fitta frequentazione di aristocratiche locali, forse con lo scopo di favorire la missione diplomatica del marito, i cui meriti non verranno adeguatamente riconosciuti. Velata sul volto e con una lunga veste che la copre indugia fra mercati, viuzze, splendidi palazzi mentre si appresta a ritornare in Europa; la famiglia con la servitù si imbarca nel giugno 1718 e fa varie soste, fra cui quella determinante in Italia, dove Mary arriva per la prima volta; Genova le appare incantevole e la sua Strada Nova «il più bell’insieme di edifici del mondo». Finalmente in Inghilterra, dove a breve una nuova epidemia di vaiolo miete vittime, Mary fa vaccinare la figlioletta e il metodo riprende il suo viaggio per il mondo, grazie anche a un prete americano (Cotton Mather), mentre la principessa del Galles decide di usare l’inoculazione sulla prole, non prima però di aver fatto fare una prova su dei condannati a morte. L’evento viene riportato nel libro attraverso il resoconto frizzante che ne fece Voltaire nelle sue Lettere filosofiche, in cui ironizzava sui giudizi che i più sapienti scienziati europei davano dei “folli” inglesi e di una pratica legata forse alle donne circasse, molto attente a preservare la propria bellezza.

Ritroviamo Lady Montagu dopo quasi venti anni, regina dei salotti, arguta, stimata per i suoi pareri, innamorata di un bell’italiano, giovane e fascinoso: Francesco Algarotti, che ha pubblicato un curioso libello dal titolo Newtonianismo per le dame Ovvero Dialoghi sopra la luce e i colori, trattato scientifico in lingua italiana che avrà un bel successo in tutta Europa e porterà l’autore nelle principali corti. Dal 1740 Mary si trasferisce a Venezia, sperando di avere vicino l’amato, che invece è preso dai suoi continui viaggi e da inquiete relazioni anche con uomini. A breve la storia si spenge inesorabilmente. Dopo ulteriori trasferimenti in varie città continentali, Mary ritorna a Venezia per abitarvi ben 15 anni, inviando dettagliate lettere alla figlia, al marito, alle amicizie inglesi, in cui ribadisce le sue posizioni libere e anticonvenzionali. È proprio questo il periodo in cui la pratica dell’inoculazione prenderà nuovo vigore e il nostro Parini ne canterà le lodi nella celebre ode L’innesto del vaiuolo, in cui ricorda il prezioso ruolo svolto proprio dalla nobildonna.

Negli ultimi capitoli l’autrice alterna le complesse vicende familiari di Mary Montagu, dopo il rientro in patria nel 1761, alla diffusione della vaccinazione, sempre più affinata ed efficace, mentre l’Età dei lumi vince su tanti pregiudizi e sulla superstizione «del ver nemica», come scrive Parini.

Il libro ha il grande merito di averci fatto conoscere una bellissima figura femminile in anticipo sui tempi, attraverso una scrittura piacevole, arricchita da citazioni e documenti che tuttavia non appesantiscono il testo, dotato di una ampia bibliografia ragionata; in parallelo ci fa seguire l’affermazione del «favoloso innesto» in modo avvincente, proprio come una avventura a lieto fine, in nome del progresso e della salute degli esseri umani.

Maria Teresa Giaveri
Lady Montagu e il dragomanno
Neri Pozza, Vicenza, 2021
pp. 160

In copertina: Jean Baptiste Vanmou, Lady Mary Wortley Montagu e suo figlio Edward, 1717.

***

Articolo di Laura Candiani

Ex insegnante di Materie letterarie, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume Le Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate al suo territorio: una sul capoluogo, l’altra intitolata La Valdinievole. Tracce, storie e percorsi di donne.

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