L’Antonia di Paolo Cognetti

Antonia Pozzi è ricordata soprattutto per le poesie, il cui valore fu scoperto solo dopo la sua morte da Eugenio Montale. Su questa rivista ne ha già scritto in un bellissimo articolo Valeria Pilone e molte pagine sono state dedicate alla sua produzione poetica, ma questo libro, che mi è stato regalato da una carissima amica, si differenzia da tutti gli altri perché è scritto da un uomo, Paolo Cognetti, che conosce molto bene l’animo femminile; è un milanese globetrotter come fu Antonia Pozzi nella sua breve vita e come lei sente nella montagna una maestra, un rifugio, una cura e una terapia dell’anima. Allieva di Banfi, laureata con una tesi su Flaubert, contornata da compagni di università come Remo Cantoni ed Enzo Paci, futuri filosofi, il futuro poeta Vittorio Sereni, Alberto Mondadori, futuro editore, Paolo Treves futuro deputato e Piero Treves futuro giornalista, Antonia è una signorina milanese di famiglia borghese, intellettualmente molto stimolata, un’anima che anela alla libertà ma è imbrigliata nelle convenzioni di una società che le sta stretta. Nella montagna e nella natura cercherà la sua anima, che trasparirà non solo nelle poesie ma anche nelle sue fotografie.

Antonia Pozzi al rifugio Principe di Piemonte

Conosciamo Antonia attraverso le lettere, le pagine di diario, le fotografie bellissime e le poesie che scrive nei diversi periodi e luoghi della vita. La seguiamo nelle sue riflessioni, nelle sue malinconie, nei suoi entusiasmi, nei suoi tentativi di rinascere più volte, nella sua voglia fortissima e determinata di diventare poeta. Alla fine del libro non sarà difficile rileggere le sue parole con un velo di commozione negli occhi, ci sembrerà di conoscerla e rimpiangeremo di non averla incontrata.

Foto di Antonia Pozzi, Grigna, settembre 1935

Della sua bella casa di Via Mascheroni non parla mai, è molto più legata alla campagna lombarda e al Ticino, ai suoi boschi e ai suoi fossi, alle risaie, agli argini e alle nebbie. Da lì viene il ramo materno della famiglia, in una ampia tenuta, la Zelata, oggi trasformata in un «borgo slow a due passi da Milano», e in una casa con una biblioteca di oltre 80mila volumi. Appartenendo alla buona borghesia lombarda, avrà l’occasione di villeggiare in Liguria, in Grecia, in Sicilia, di fare crociere nel Mediterraneo, ma di quell’ambiente non subirà il fascino. Preferirà la magia del rifugio e il pagliericcio agli alberghi e alla vita comoda. «E forse ci sono più stelle/ e segreti e insondabili vie/ tra noi, nel silenzio,/ che in tutto il cielo disteso/ al di là della nebbia.» (Rifugio, Breil, 9 agosto 1934). Ha dentro di sé altre passioni, prima fra tutte la montagna di Pasturo, paese in cui il padre, avvocato figlio di insegnanti che presto, dopo un matrimonio sotto più punti di vista fortunato, si schiererà con il fascismo, sceglierà di comprare una villa del Settecento. La montagna dell’Antonia (lasciatecela chiamare con l’articolo, come si usa fare a Milano) è prima di tutto la Grigna, il Grignone come la chiamano i lombardi, su cui arrampica «la ragazza dalle lunghe gambe nervose». Il suicidio è qualcosa che serpeggia nella sua famiglia: ne muoiono il nonno paterno e una sorella adolescente del padre e il pensiero della morte è una costante in moltissime sue poesie. Gli amori di Antonia, donna sensuale a dispetto di chi ce la vuole dipingere come una santa, sono sempre impossibili, dal primo, disperato, durato quattro anni, per il suo professore di latino e greco Antonio Maria Cervi, che ha il doppio dei suoi anni, chiama i suoi studenti “fratelli” e “sorelle” e verso cui il transfert amoroso sarà stato potentissimo, un amore contrastato dal padre; a quello per il filosofo Remo Cantoni, più giovane di lei e da lei tanto diverso, all’ultimo, l’amore proletario delle periferie, di cui Cognetti non svelerà subito l’identità e che scopriremo a poco a poco.

Foto di Antonia Pozzi, Angelus della sera, Pasturo, estate 1938

Le tappe dell’esistenza tormentata di Antonia sono scandite dalle poesie e dalle fotografie, una montagna di fotografie, tutte bellissime. Ci piace ricordare alcuni versi di suoi testi, mai pubblicati in vita. Questi, che ci fanno percepire la fisicità delle sensazioni di una corsa in montagna: «Ho gridato di gioia, nel tramonto/ Cercavo i ciclamini tra i rovai:/ ero salita ai piedi di una roccia/ gonfia e rugosa, rotta di cespugli/…Ho gridato di gioia, nel discendere/ Ho adorato la forza irta e selvaggia/ che fa le mie ginocchia avide al balzo/…». (Canto selvaggio,17 luglio 1929). O questa, sensualissima: «Guardami. Sono nuda. Dall’inquieto/ languore della mia capigliatura/alla tensione snella del mio piede,/ io sono tutta una magrezza acerba/inguainata in un color avorio…Oggi, m’inarco nuda, nel nitore/del bagno bianco e m’inarcherò nuda/ domani sopra a un letto, se qualcuno/ mi prenderà…». (Canto della mia nudità, Palermo, 20 luglio 1929). E ancora più sensuale questa, dedicata a una guida alpina, ma che ognuna di noi dedicherebbe al compagno di vita e di cammino: «Afferrami alla vita/ uomo. La cengia è stretta/ E l’abisso è un risucchio spaventoso/ che ci vuole assorbire/…Afferrami alla vita. Oh come dolci/ i tuoi occhi esitanti/ i tuoi occhi di puro vetro azzurro». (Vertigine, Pasturo, 22 agosto 1929). E ancora questa, dedicata al suo “secondo amore”, quel Remo Cantoni che le farà provare «un po’ di giovinezza, finalmente»: «Ti do me stessa,/ le mie notti insonni,/ i lunghi sorsi/di cielo e stelle – bevuti/ sulle montagne,/ la brezza dei mari percorsi/verso albe remote… E tu accogli la mia meraviglia/di creatura,/ il mio tremito di stelo/ vivo nel cerchio/ degli orizzonti,/ piegato al vento/ limpido-della bellezza:/ e tu lascia che io guardi questi occhi/ che Dio ti ha dati/ così densi di cielo-/ profondi come secoli di luce/ inabissati al di là/ delle vette». (Bellezza, Milano 1934).

Le fantasie dell’Antonia, Tognin per la sua amica di escursioni Lucia, sono per la prole, sognata e mai avuta, e per la morte. Adora visitare i cimiteri di montagna, come quello di Antagnod, in Val d’Ayas su cui sono imprese queste parole: «Sans te plaindre du temps/ qui coule/ comm l’onde/ use bien de celui que tu tiens/dans ta main/ tu n’as qu’un jour à toi/ et peut-être demain/ la mort te forcera/ d’abandoner le monde». (Non lamentarti del tempo/ che scivola via/ come l’onda/ usa bene quello che hai/ nella mano/ non possiedi che un giorno per te/ e domani forse/ la morte ti costringerà/ a lasciare il mondo). Solo in una lettera a Remo Cantoni c’è una fantasia che riguarda il suo sogno di abitare stabilmente in montagna: «Stamattina un uomo del paese, un vecchio, s’è fermato al cancello: ha voluto che portassi alla mamma un pezzo del ramo d’ulivo che aveva preso in chiesa. Mi ha tanto commosso. Qui non c’è che gente taciturna, rozza: ma io penso che se un giorno resterò sola e verrò a vivere qui, il saluto di questi vecchi baffuti, di queste donne sdentate, il sorriso dei bambini sudici che mi vengono nelle gambe, mi consolerà molto…». Un sogno che ritornerà con l’ultimo amore della sua vita, il sogno di una vita frugale, con il pane, il vino e i calzini da rammendare, insieme in una baita e un “topolino” tutto loro. Il ritratto dell’Antonia che ce ne fa Cognetti è quello di una ragazza che non ha mai potuto realizzare le sue passioni fino in fondo, ingabbiata dall’inesperienza e da un’educazione borghese che non ammetteva trasgressioni, intrappolata in amori difficili, nei quali la sua intransigenza finisce per essere spesso la causa della loro fine. Una ragazza troppo avanti per i tempi in cui è vissuta, in cui persino l’amore per un uomo di solo due anni più giovane poteva sembrare qualcosa di proibito e poteva farla sentire già vecchia.

Cognetti, l’autore che ha raggiunto grande fama con il Premio Strega per il romanzo Le otto montagne, è forse lo scrittore più affine alla vicenda esistenziale e poetica di Antonia Pozzi. Le sue opere precedenti al successo di pubblico hanno spesso indagato e descritto l’animo femminile e il sogno della baita di Antonia è anche il suo. Chi scrive ha provato la sua sensibilità e la sua empatia ascoltandolo durante le due edizioni del Festival della Montagna di Estoul, Il richiamo della foresta. Leggere questo libro guidati da lui è un dono inaspettato. Vi porterà non solo a Pasturo, ma nelle Dolomiti di Madonna di Campiglio, dove Antonia avrà per guida Comici, uno straordinario alpinista che ha aperto tante vie, il Cervino frequentato prima che nascesse la Cervinia di oggi, e in Val d’Ayas, la valle in cui Cognetti ha scelto di vivere, aprendo un rifugio che vuole essere soprattutto la sede di eventi culturali sulla montagna.

Una parte interessantissima che l’autore ha saputo valorizzare riguarda l’Antonia letterata, che dà consigli, per imparare a scrivere, al suo ultimo amore, Dino Formaggio, che sarebbe in seguito diventato partigiano e filosofo, insegnante stimatissimo alle università di Pavia, Padova e alla Statale di Milano: «Scrivere: io non so, non ho visto nulla di tuo, non posso dire niente, ma questo mi sembra di poterti dire: non aver paura di te stesso, non lasciarti paralizzare dall’autocritica, scrivi — scrivi — scrivi. Che in principio tutti debbano attraversare un lungo — a volte molto lungo — periodo di convenzionalità, di retoricità, ecc. è un fatto, ma è anche un fatto che questa convenzionalità, e retoricità, non si superano se non con la pratica, con l’esercizio quotidiano, assiduo della penna. Criticarsi, distruggere, ricostruire in teoria non serve un bel nulla. La massa inerte, spessa, grigia, delle parole già dette, delle frasi già fatte, va traforata pazientemente, lentissimamente, assimilata ed eliminata successivamente, come una dose di calcare indigesto, vinta poco a poco con la costanza e con l’astuzia, perché alla fine se ne liberi, se ne svincoli un principio, una forma di personalità…». L’incontro con l’uomo delle periferie segnerà profondamente la vita dell’Antonia e la spingerà a comprendere le ragioni degli ultimi e l’abisso che c’è tra la sua vita e quella di chi, come Formaggio, ha dovuto farsi da solo. Ci sono pagine memorabili delle lettere a tale riguardo e fotografie bellissime di questo periodo della sua vita, ritratti di bambini, vecchi, donne, le lavandaie dei Navigli, i pastori di pecore all’Idroscalo, le fabbriche.

Dell’amore per la montagna traboccano moltissime poesie dell’Antonia, che le lettrici e i lettori potranno scoprire e inquadrare nei diversi periodi della sua vita, accompagnati da Paolo Cognetti. Da segnalare Acqua alpina e Nevai, tra le tante.

Le amicizie femminili dell’Antonia sono la Cia (Lucia Bozzi) che però sceglierà la via della clausura e morirà ultracentenaria col nome di suor Marcellina, e l’Elvira, Elvira Gandini, la ragazza del Cervino. Come conferma Cognetti, delle donne non si sa mai niente, la loro vita non lascia traccia, del resto anche l’adorato primo amore dell’Antonia, il grande seduttore intellettuale Cervi, per separarsi dal quale l’Antonia imporrà a sé stessa un sacrificio terribile, «per il bene» (di chi?) sosterrà che «le donne non valgono niente». Il giudizio del professor Banfi sulle sue poesie sarà molto severo e la spingerà a riprovare a scrivere quando sarà diventata «una donna vera». L’amata nonna Nena è un’altra figura importante mentre la madre Lina sarà forse l’unica ad interpretare il suicidio della figlia come una scelta definitiva di libertà. Mi piace chiudere con una poesia dedicata alle tante figure femminili che accompagnano la vita dell’Antonia, una grande poeta, quella «che ha deciso di andarsene per prima (e che) è quella che resisterà alla polvere del tempo», come scrive Cognetti. Grazie a lui e al suo lavoro, è stato la miglior guida per farci scoprire l’Antonia, i suoi tormenti, le sue passioni e l’immenso amore per la montagna.

Sorelle, a voi non dispiace
«Sorelle, a voi non dispiace
ch’io segua anche stasera
la vostra via?
Così dolce è passare
senza parole
per le buie strade del mondo
per le bianche strade dei vostri pensieri
così dolce è sentirsi
una piccola ombra
in riva alla luce
così dolce serrarsi
contro il cuore il silenzio
come la vita più fonda
solo ascoltando le vostre anime andare
solo rubando
con gli occhi fissi
l’anima delle cose
Sorelle, se a voi non dispiace
io seguirò ogni sera
la vostra via
pensando a un cielo notturno
per cui due bianche stelle conducano
una stellina cieca
verso il grembo del mare».

Milano, 6 dicembre 1930

Paolo Cognetti
L’Antonia. Poesie lettere e fotografie di Antonia Pozzi scelte e raccontate da Paolo Cognetti
Ponte alle Grazie, Milano, 2021
pp. 224

***

Articolo di Sara Marsico

Abilitata all’esercizio della professione forense dal 1990, è docente di discipline giuridiche ed economiche. Si è perfezionata per l’insegnamento delle relazioni e del diritto internazionale in modalità CLIL. È stata Presidente del Comitato Pertini per la difesa della Costituzione e dell’Osservatorio contro le mafie nel sud Milano. I suoi interessi sono la Costituzione , la storia delle mafie, il linguaggio sessuato, i diritti delle donne. È appassionata di corsa e montagna. 

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