«È sempre la mia Lady». Billie Holiday

«La mamma e il babbo erano ancora due ragazzi quando si sposarono. Lui aveva diciott’anni, lei sedici, io tre». Questo è il celebre, scioccante, inizio di Lady sings the blues (La signora canta il blues, Feltrinelli 1979), l’autobiografia di Billie Holiday.

In realtà, al momento della nascita di Eleonora, questo il vero nome della celebre cantante, la madre Sarah, detta “Sadie”, non aveva tredici anni, ma diciannove; e l’autobiografia è stata compilata da William Dufty, un ghost writer, sulla base di una serie di conversazioni avute con Billie Holiday; Dufty in alcuni casi ha accentuato alcuni dettagli, dando una connotazione ancora più drammatica a una realtà di per sé quasi insostenibile nella sua brutale evidenza; l’editore che per primo pubblicò l’autobiografia, Doubleday, cambiò il titolo che Billie aveva scelto, Bitter crop (Raccolto amaro), che si riferisce alla celebre canzone di denuncia della violenza razzista negli Stati Uniti: Strange fruit.

Copertina dell’edizione italiana dell’autobiografia
di Billie Holiday
La signora canta il blues, (Feltrinelli 1979)

«Gli alberi del Sud danno uno strano frutto, / sangue sulle foglie, sangue sulle radici, / un corpo nero dondola nella brezza del Sud / strano frutto appeso agli alberi di pioppo».

Eleonora Fagan — il cognome è quello materno — nasce il 7 aprile 1915 a Filadelfia; il padre, Clarence Halliday, appena diciassettenne, in quel periodo si arrangia con lavoretti saltuari; la madre lavora come cameriera presso una famiglia di bianchi, che la scaccia appena si rende conto che è incinta; lei allora si reca presso l’ospedale più vicino e si offre di fare le pulizie e di servire le pazienti ricoverate in cambio dell’assistenza per sé e per il nascituro. Il padre, nel frattempo, tenta la carriera di musicista come trombettista, ma viene chiamato alle armi e mandato in Europa a combattere nella Grande guerra e si ritrova con i polmoni rovinati dall’iprite. Fine della carriera di trombettista: si ricicla come suonatore di banjo e chitarra e rivela un certo talento, tanto da entrare a far parte prima dei McKinney Cotton Pickers e successivamente, nel 1928, della celebre orchestra diretta da Fletcher Henderson, con la quale resterà cinque anni.

Clarence non si prende cura della famiglia praticamente mai; Sarah va in cerca di lavoro al Nord e la piccola Eleonora viene affidata ai nonni, che abitano in una misera casa assieme a una cugina più grande e ai figli di lei; con loro c’è anche la mamma del nonno, che era stata schiava in una grande piantagione della Virginia e aveva avuto sedici figli dal suo padrone, di cui uno solo sopravvissuto alla nascita di Eleonora. La bimba frequenta come può le scuole elementari, non proseguendo oltre gli studi, e nel frattempo, per pochi centesimi, pulisce le scale nelle case delle famiglie bianche del vicinato e fa commissioni per la titolare e le ragazze di un bordello della zona; è lì che conosce il jazz, tramite un grammofono — oggetto inarrivabile per le modeste risorse dei Fagan — e i dischi di Louis Armstrong e Bessie Smith. In ogni caso, è lei che insegna più tardi alla madre, analfabeta, a leggere e a scrivere quando le due donne si riuniscono. La madre sposa uno scaricatore del porto di Baltimora che si dimostra un padre affettuoso e attento, ma muore precocemente lasciando Sadie ed Eleonora nuovamente sole.

In questo ambiente degradato, il 24 dicembre 1926 la bambina subisce un tentativo di violenza da parte di un vicino: questi, di nome Wilbur Rich, viene condannato a cinque anni di prigione, lei a essere mandata in un istituto religioso fino al compimento della maggiore età; fortunatamente, la madre si rivolge a un avvocato e riesce a farla liberare.

Subisce un’ulteriore violenza, questa volta consumata, e la denuncia, ma non viene creduta ed è rinchiusa in riformatorio per due mesi. Poi raggiunge la madre a New York e inizia a prostituirsi in un bordello clandestino di Harlem; viene arrestata e condannata ad altri quattro mesi di riformatorio. Una volta rimessa in libertà, per non prostituirsi di nuovo, cerca lavoro come ballerina in un locale notturno: non è capace di muovere un passo, ma quando per caso la sentono cantare la assumono immediatamente e a quindici anni comincia la sua carriera. È in questo periodo che le colleghe iniziano a chiamarla “Lady” perché, contrariamente a tutte le altre ragazze, lei rifiuta di ricevere le mance dai clienti nella scollatura della camicetta o alzando le gonne.

Si sceglie un nome d’arte: la prima parte è un omaggio alla sua attrice cinematografica preferita, Billie Dove, la seconda rimanda, ovviamente, al cognome del padre. Nel 1931 l’orchestra di Fletcher Henderson si esibisce al Roseland Ballroom di New York: Billie ha così occasione di incontrarlo dopo molto tempo; di nascosto dalla madre, si fa dare da lui i soldi per pagare l’affitto.

Fotografia scattata nel 1935 da Timme Rosenkrantz sul retro dell’Apollo Theater di New York; da sinistra, in senso orario: Ben Webster (col sassofono), Billie Holiday, chitarrista sconosciuto, Johnny Russell e Ram Ramirez

La svolta per la carriera avviene nel 1933, quando è notata dal produttore John Hammond che le organizza una seduta di incisione con il proprio cognato, un musicista in quel momento sulla cresta dell’onda: Benny Goodman; poi, nel 1935, le procura un contratto col pianista Teddy Wilson per una serie di incisioni che incontrano notevole successo. Di lei Hammond dice: «Il suo canto ha quasi cambiato i miei gusti musicali e la mia vita musicale, perché è stata la prima ragazza che ho incontrato che ha cantato davvero come un genio del jazz improvvisato». Seguono importanti ingaggi con Count Basie, Artie Shaw e Lester Young.

Con Lester nasce una affettuosa amicizia che li lega per tutta la vita: lei conia per lui il soprannome di “Prez”, lui per lei quello di “Lady Day”; è lui — altri raccontano sia stata Sylvia Sime, un’ammiratrice a sua volta divenuta cantante — a suggerirle di presentarsi sul palcoscenico sempre con una o più gardenie bianche tra i capelli: questa trovata la trasforma in un’icona indimenticabile. Della loro simbiosi artistica Lester Young dirà molti anni dopo: «Penso che tu possa sentirlo su alcuni dei vecchi dischi, sai. Qualche volta mi sedevo e li ascoltavo io stesso, e sembravamo due della stessa voce… o la stessa mente, o qualcosa di simile».

Il clarinettista Artie Shaw la vuole a tutti i costi nella sua orchestra, e Billie diventa così una delle prime cantanti di colore a lavorare insieme a musicisti bianchi; nei locali nei quali si esibisce deve usare l’ingresso di servizio e rimanere chiusa in camerino fino all’entrata in scena. Con Artie il 10 luglio 1936 registra una delle sue rare composizioni, Billie’s blues; di questo musicista, non sempre apprezzato dalla critica, parla in termini estremamente positivi, descrivendolo come un gentiluomo generoso e antirazzista, pronto a difenderla contro ogni atteggiamento discriminatorio; non è un caso se il gruppo che la accompagna in quell’occasione è misto e vede la presenza del famoso trombettista bianco Bunny Berigan, accanto all’altrettanto famoso batterista di colore Cozy Cole.

Malgrado la continua azione di difesa da parte di Artie Shaw, nel novembre 1938 Billie subisce un episodio di discriminazione che segna un punto di rottura: al Lincoln Hotel di New York le viene chiesto di usare l’ascensore di servizio invece dell’ascensore per passeggeri, per soddisfare una richiesta dei clienti bianchi dell’albergo in tal senso. Lei stessa ricorderà: «Non mi è mai stato permesso di visitare il bar o la sala da pranzo come hanno fatto gli altri membri della band, […] mi hanno fatto entrare e uscire dalla cucina». A quel punto lascia definitivamente l’orchestra.

Fotografia di Gjon Mili scattata al Cafe Society di New York nel 1947
(dal sito, ricchissimo e documentato, https://eatdrinkfilms.com/2020/12/14/billie-holiday-a-gallery/)

Nel 1939, con enorme coraggio, Holiday aggiunge al suo repertorio una canzone dal titolo Strange fruit, rielaborazione di una poesia che ha per tema un linciaggio scritta da un insegnante ebreo del Bronx, Abel Meerepol, sotto lo pseudonimo di Lewis Allan; la canzone è eseguita in alcune riunioni del sindacato degli insegnanti e ascoltata per caso da Barney Josephson, proprietario di un night del Greenwich Village, il Café Society, che la propone alla cantante. Billie la inserisce nel suo repertorio, anche perché le immagini suscitate dal testo le ricordano la recente morte del padre, a sua volta vittima di una discriminazione razziale che ne ha impedito il tempestivo ricovero in ospedale; le reazioni del pubblico a questo brano sono decisamente contrastanti, al punto che Billie può eseguirlo solo su esplicita autorizzazione della direzione dei club e dei teatri nei quali si esibisce. Strange fruit attira l’attenzione di un funzionario del Fbn (Federal Bureau of Narcotics), Harry J. Anslinger, un suprematista bianco che si accanirà contro Billie Holiday fino alla sua morte: Anslinger le ordina di non eseguire più in pubblico la canzone e al rifiuto di lei inizia a farla pedinare costantemente per coglierla in flagrante in possesso di stupefacenti.

Anche i dirigenti dell’etichetta per la quale incide all’epoca, la Columbia, ritengono l’argomento troppo delicato e le concedono di registrare il brano, con una deroga al contratto che la lega in esclusiva, per l’etichetta Commodore di Milt Graber: è il 20 aprile 1939.

Fotografia pubblicitaria scattata nel maggio 1945
da autore non noto

Nei primi anni Quaranta si sovrappongono un matrimonio tormentato — con Jimmy Monroe — e la morte della madre; per fortuna la carriera procede bene: del 1941 è la registrazione di God bless the child, che vende oltre un milione di copie, mentre nel 1942 incide, accompagnata dall’orchestra di Paul Whiteman e col trasparente pseudonimo di Lady Day (usato per aggirare problemi contrattuali) la celebre Trav’lin light. Del 1945 è Don’t explain,che lei scrive dopo aver beccato suo marito Jimmy col colletto della camicia sporco di rossetto. Data al 1947 la partecipazione al film New Orleans diretto da Arthur Lubin (in Italia La città del jazz), al fianco di Louis Armstrong e Woody Herman. Il suo nuovo impresario, Norman Granz, le procura scritture con musicisti importanti: da Coleman Hawkins a Oscar Peterson fino a Mal Waldron, il pianista che la accompagna negli ultimi anni in tutti i concerti. Lei, nel frattempo, divorzia da Jimmy Monroe.

Billie Holiday e Coleman Hawkins in una fotografia di autore non noto scattata presumibilmente negli anni Cinquanta

Billie già da tempo è dipendente dall’eroina: guadagna più di mille dollari la settimana, che spende in gran parte per rifornirsi tramite il suo nuovo compagno, il trombettista Joe Guy, il quale con tutta probabilità si mantiene facendo una squallida cresta sulla dipendenza di lei. Nel momento di massima popolarità, Holiday viene arrestata, il 16 maggio 1947, nel suo appartamento di New York. Al processo, l’avvocato difensore non si presenta, lei si dichiara colpevole e chiede di essere mandata in ospedale per disintossicarsi; malgrado perfino il Procuratore distrettuale prenda le sue difese, il giudice la condanna e Billie viene inviata al campo di prigionia federale di Alderson, West Virginia, dal quale è rilasciata per buona condotta, anticipatamente, il 16 marzo 1948.

La condanna però le fa perdere automaticamente la Cabaret Card, un documento indispensabile ai musicisti per esibirsi ovunque si vendano alcoolici nella città di New York: potrà cantare soltanto in sale da concerto e teatri. Il suo rientro sulle scene è organizzato alla Carnegie Hall: i 2700 posti disponibili sono tutti venduti in anticipo e il concerto è un trionfo; qualcuno, dal pubblico, le fa recapitare una scatola di gardenie bianche, il suo vecchio marchio. Billie, senza riflettere, se ne fissa alcune a un lato della testa, ma si ferisce con uno spillone; termina lo spettacolo sanguinante e sviene durante gli applausi.

Billie Holiday, New York, 1949 (fotografia di Herman Leonard)

La sua concorrente più agguerrita in quegli anni è la cantante Sarah Vaughan, la cui fama crescente tormenta e ingelosisce Billie; all’amico clarinettista di origini italiane Tony Scott (nome d’arte di Anthony Joseph Sciacca, figlio di trapanesi emigrati negli Stati Uniti), un giorno chiede se reputa Vaughan superiore a lei; questa è la risposta: «Quando Sarah canta My man is gone, sappiamo che lui è sceso a comperare le sigarette. Quando la canti tu, è chiaro che se ne è andato per sempre». L’insicurezza della cantante è il culmine di una sofferenza che solo grazie al lavoro, alle continue registrazioni, ai tour, ai concerti e — purtroppo — all’uso di alcol e droghe non esplode.

Il 22 gennaio 1949 è nuovamente arrestata a San Francisco, nella sua stanza all’Hotel Mark Twain: dietro questo arresto c’è sempre l’ombra di Harry J. Anslinger, il suo nemico giurato. Intanto l’uso di droghe, il consumo di alcol, le relazioni con uomini violenti o infedeli causano il deterioramento della sua salute: anche la voce diventa meno vivace e più ruvida.

Billie Holiday all’esterno dell’Apollo Theater di New York nel 1952 (fotografia di autore non noto)

Il 10 novembre 1956 Billie si presenta di nuovo alla Carnegie Hall per due concerti davanti a una platea gremita ed entusiasta, concerti che vengono registrati e saranno poi parzialmente pubblicati, nel 1961, nell’album The essential Billie Holiday. Il critico Nat Hentoff così scrive nelle note di copertina: «Per tutta la notte, Billie era in una forma superiore a quella che era stata in genere negli ultimi anni della sua vita. Non solo c’era la certezza del fraseggio e dell’intonazione, ma c’era anche un calore estroverso, un entusiasmo palpabile di raggiungere e toccare il pubblico. E c’era spirito beffardo. Un sorriso era spesso appena evidente sulle sue labbra e sui suoi occhi come se, per una volta, potesse accettare il fatto che c’erano persone che l’hanno amata».

Dopo aver effettuato nel 1954 il primo tour europeo, nel 1958 viene per la prima e unica volta in Italia, a Milano: purtroppo gli organizzatori, del tutto ignari di chi sia e di quale sia il tipo di musica che interpreta, la fanno esibire in un teatro a quel tempo riservato solo all’avanspettacolo, lo Smeraldo. Il pubblico, non abituato al jazz, la fischia da subito e lei è costretta ad abbandonare il palco dopo cinque canzoni; un gruppo di appassionati e intenditori, con la mediazione dello stesso Mal Waldron, riesce a organizzare in fretta e furia uno spettacolo nel minuscolo Teatro Gerolamo di Piazza Beccaria e qui le viene tributata una vera ovazione.

Del febbraio 1958 sono le registrazioni del suo canto del cigno artistico: sontuosamente accompagnata dall’orchestra di Ray Ellis, registra le tracce che comporranno lo splendido disco Lady in satin.

All’inizio del 1959 la cirrosi epatica di cui soffre si aggrava; tenta di smettere di bere, ma dura poco; tra il 3 e l’11 marzo torna in uno studio di registrazione, ancora con un gruppo diretto da Ray Ellis, ma il risultato è più emozionante che artisticamente valido; l’ultima canzone che registra è Baby, won’t you please come home?; il disco uscirà postumo, col titolo The last recording.

La morte, il 15 marzo di quell’anno, del suo grande amico Lester Young aggrava la situazione. Il 31 maggio viene trovata esanime sul pavimento del suo appartamento newyorchese: è immediatamente ricoverata al Metropolitan Hospital Center, ma contestualmente arrestata per gli stupefacenti trovati nella sua stanza.

Per ordine di Anslinger viene piantonata durante tutta la degenza e le sono proibite le visite; sempre per ordine del funzionario, è tolta dalla lista dei pazienti critici e ammanettata al letto, tutto ciò nonostante le manifestazioni di protesta che vengono organizzate all’esterno dell’ospedale. Il 17 luglio, a quarantaquattro anni, Billie inizia il suo ultimo viaggio, consegnando Anslinger a una perenne esecrazione e lasciandoci in eredità un patrimonio artistico di spessore emozionante; la sua Strange fruit, nel frattempo, è diventata l’inno della protesta per i diritti civili, in un’epoca nella quale le persone nere non hanno ancora diritto al voto né a un giusto processo. Quando muore, sul suo conto corrente sono rimasti settanta centesimi.

Gli omaggi alla sua figura sono innumerevoli: ci piace ricordare la bella interpretazione di lei da parte di Diana Ross nel film Lady sings the blues diretto da Sidney J. Furie nel 1972 (in Italia La signora del blues), per la quale Ross ricevette anche una nomination all’Oscar, e la canzone Lady Day che il cantante Lou Reed volle inserire, per ricordarla degnamente, nel suo album Berlin del 1973.

Lester Young e Billie Holiday in una fotografia di cui
non sono noti data e autore

In conclusione, vorrei ricordare la grande storia d’amore, del tutto platonica, tra Billie e Lester “Prez” Young, il grande sassofonista che fu l’unico uomo a volerle veramente bene e a restarle vicino per lunghi periodi. Lester era, probabilmente, omossessuale. E con questo? L’unico vero maschio in tutta questa drammatica vicenda è lui: non il padre, non il marito né gli amanti, tantomeno chi si è accanito con ottusa crudeltà contro questa donna tanto fragile quanto geniale. Si erano conosciuti in uno studio di registrazione, lei aveva ventidue anni e lui ventisette. Lester Young era elegante, timido, ironico, immaginifico con le parole come con le note: buona parte dello slang tipico della scena jazz di quegli anni viene da lui. Mentre era a Parigi, pochi giorni prima della propria morte, gli chiesero di Billie Holiday e lui rispose semplicemente: «È sempre la mia Lady».

Billie Holiday con, in senso orario, Lester Young, Coleman Hawkins e Gerry Mulligan (fotogramma di una trasmissione televisiva
CBS del 1957)

In un celebre filmato registrato nel 1957 (visibile su Youtube al link https://youtu.be/TaPIyo51cr4), quando Lester Young attacca il suo assolo al sax tenore sul tema di Fine and mellow, subito dopo quello del collega e amico Ben Webster, Billie lo guarda con un’accorata espressione di tenera malinconia, che non può non emozionare chi quel video guarda ancora oggi.

In copertina: Billie Holiday guarda intensamente Lester Young (fotogramma di una trasmissione televisiva CBS del 1957).

***

Articolo di Roberto Del Piano

RobertoDelPiano

Bassista (elettrico) di estrazione jazz da sempre incapace di seguire le regole. Col passare degli anni questo tratto caratteriale tende progressivamente ad accentuarsi, chi vorrà avere a che fare con lui è bene sia avvertito.

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