L’espansione fenicia nel Mediterraneo

I Fenici erano un’antica popolazione semitica dell’Asia Anteriore che abitava all’incirca nell’odierno Libano. Sulle origini del popolo e della cultura vi sono delle divergenze, alcuni studi li riportano al II o III millennio a.C. altri, invece, all’inizio dell’Età del Ferro intorno al 1200 a.C.. Il nome con cui oggi li conosciamo è di origine greca ed era quello usato dai Greci quando parlavano delle genti provenienti da quelle terre: Phóiniches per il popolo e Phoinike per la regione, vocaboli che pare siano legati al colore rosso porpora, da ricondurre alla produzione più caratteristica di questo popolo: la tintura delle stoffe con la porpora, detta anche rosso di Tiro, un pigmento estratto dai murici. In realtà, la lunga storia e la loro presenza, anche permanente, in altre zone del Mediterraneo fanno sì che siano conosciuti come Punici, ovvero la traduzione in lingua latina del termine greco. L’uso delle due parole, storicamente, è giustificato dalla storia: con il termine Fenici si indicano quanti vivevano in Fenicia, i Punici sono legati a una delle loro colonie più famose, Cartagine, e alla storia che li lega alle popolazioni del Mediterraneo occidentale, prime fra tutte quella romana.

Il territorio fenicio

L’area occupata dai Fenici è la regione di Canaan, posta nella zona costiera siro-palestinese del Mediterraneo orientale, una striscia di terra lunga e stretta tra Tell Sukas a Nord e Gaza a Sud, delimitata dal mare e da una lunga catena montuosa, questa struttura geografica, in verità, pare non abbia facilitato la formazione di una coscienza unitaria, tanto che gli abitanti di quell’area mediterranea si definivano cittadini di Tiro, di Sidone, e via discorrendo, agli stranieri apparivano come un popolo unico, ma loro si sentivano membri di diverse comunità cittadine.

I Fenici, così come i Greci e altri popoli dell’antichità, si sono espansi oltre il loro territorio, fondando città in Nord Africa, in Spagna, in Sardegna e in Sicilia, tutte regioni con le quali avevano rapporti commerciali consolidati. La colonia più famosa è certamente Cartagine, nell’odierna Tunisia. 

Nel corso dei decenni sono state avanzate molte ipotesi circa le motivazioni che hanno spinto gli antichi abitanti della Fenicia a fondare città lontane dalla madrepatria, le prime ipotesi erano legate ai soli interessi commerciali di quel popolo, tuttavia si è verificato, in questi ultimi anni, che le intenzioni erano sì commerciali ma l’area fenicia fu anche colpita, durante l’Età del ferro, da importanti cambiamenti climatici; quindi, i fattori di spinta furono economici e climatici.

L’espansione fenicia (https://www.treccani.it/enciclopedia/fenici/#gallery)

Per ben comprendere la civiltà fenicia, la cultura e l’eredità, sono state fondamentali una serie di scoperte archeologiche. Le fonti letterarie, infatti, sono molto limitate: a metà del II millennio si datano gli archivi diplomatici della città mesopotamica di Mari che forniscono i primi documenti diretti sulla Fenicia, si trattava di uno scambio di lettere tra i sovrani di Biblo e Mari; gli archivi di Ugarit forniscono una serie di indizi sulla politica della città e degli Stati vicini, in cui l’influenza degli Ittiti risultò predominante. Sulla storia fenicia fa chiarezza la documentazione dell’archivio di Tell el-Armana, tra gli Stati menzionati emergono: Acco, Tiro, Sidone, Berito; nell’opera classica di Giuseppe Flavio, gli Annali di Tiro, le notizie sulla storia della città sono riportate in due periodi che comprendono X e VIII sec. a.C. e VI a.C. Le maggiori conoscenze che riguardavano l’occidente mediterraneo erano su Cartagine, si trattava di brevi dediche votive che ripetevano i nomi più importanti delle divinità, poco sulle credenze e sui riti, nulla sulle vicende storiche. Importante era e rimane la documentazione letteraria classica, soprattutto quella dello scontro che oppose i Cartaginesi prima ai Greci in Sicilia e, poi, ai Romani in tutto il Mediterraneo; si tratta pur sempre di una storiografia parziale, proveniente da nemici i quali ponevano il popolo cartaginesi in una luce negativa, evidenziandone la crudeltà, la perfidia. Dal punto di vista archeologico le conoscenze sulla distruzione di Cartagine sono molto ridotte, tuttavia gli scavi delle necropoli forniscono attestazioni delle arti: figurine di terracotta, amuleti, avori, scarabei, gioielli. Tra le testimonianze più interessanti è il tofet, (o tophet), un santuario in cui si sono trovati per lo più resti di bambini e bambine; nella storiografia antica è descritto come un luogo in cui si effettuavano i sacrifici infantili alle divinità: ne sono stati scoperti a Cartagine, Susa (Tunisia), Mozia (Sicilia), Sant’Antioco e Monte Sirai (Sardegna).

Il tophet dell’antica Cartagine

Importanti sono gli scavi sulla scoperta della necropoli di Khaldé presso l’aeroporto di Beirut in Libano, avviata dalla Direzione delle Antichità libanese e dalle missioni straniere come quella americana a Sarepta. A Nord o più a Sud l’attività si è sviluppata con gli scavi danesi a Teli Suqas (antica Shukshu) in Siria; con gli scavi italiani in varie località costiere israeliane ad Akziv. Un rilevante sviluppo hanno avuto gli scavi a Cipro per opera del locale Dipartimento delle Antichità, in particolare spiccano le scoperte di Kition, una maestosa colonia fenicia databile al IX sec. a.C., alla fase iniziale dell’espansione oltremare, e Salamina, dove è tornata alla luce una necropoli dell’VIII-VII sec. a.C., con ricchi corredi funerari e un gruppo di avori tra i più pregiati di quel genere di produzione. Tutta la costa meridionale di Cipro risulta oggetto della presenza fenicia. Importanti scavi tunisini condotti nel 1952 dall’Istituto Nazionale di Archeologia e Arte a Kerkouan e a Capo Bon, situata su una scogliera che domina il mare, testimonia la perfetta pianificazione urbanistica di una città fenicio-punica. A Cartagine, gli scavi promossi dall’Unesco per salvare ciò che rimane dell’età punico-romana hanno messo in luce una serie di fortezze, evidenziando il sistema difensivo costruito dove il territorio africano si avvicinava più alla Sicilia. A una donna è attribuita, dalle fonti storiche, la fondazione di Cartagine: fuggendo da Tiro, dopo che il fratello Pigmalione ne uccise il marito che reggeva la città, Didone, con un gruppo di fedeli, raggiunse l’antica Tunisia dove acquistò da un principe locale un appezzamento di terreno. L’ampiezza di questo terreno doveva avere, secondo gli accordi tra i due, quella di una pelle di bue, così la donna pensò a un inganno tagliando la pelle in strisce sottilissime, da stendere sul vasto terreno, in tal modo Didone fondò Cartagine divenendo regina.

Moneta di Tiro (III secolo). Didone prega davanti al tempio

La più ampia presenza e conoscenza fenicia in Spagna si deve agli scavi degli ultimi anni. Gadir che significa “cittadella fortificata” (l’odierna Cadice), la città fenicia più antica nel Golfo di Cadice, venne fondata per volontà di Tiro nell’VIII sec. a.C., la datazione non trova conferma ma il centro è comunque imponente; Ibiza visse un periodo di prosperità economica dovuta all’intensa attività agricola, nelle necropoli sono state trovate una grande quantità di terrecotte figurate e oggetti delle arti minori. Un altro centro importante è Villaricos sulla costa meridionale, che raggiunse la sua massima espansione durante il V e il IV sec. a.C., nell’interno sono riemersi abitati e necropoli non fenici ma di genti locali influenzate dalla società fenicia.

Le città fenicie in Sardegna e in Sicilia

Una serie di missioni archeologiche, promosse dall’Università di Roma e poi dal Consiglio Nazionale di Ricerche, hanno arricchito le conoscenze sui Fenici a Pantelleria e a Malta; la scoperta del santuario di Tas Silg è una delle prove più illuminanti del sovrapporsi nello stesso luogo di più civiltà: preistorica, fenicia, greca e romana.

Le scoperte italiane indiscutibilmente più significative sono quelle avvenute nelle nostre due isole maggiori: la Sicilia e la Sardegna. Secondo alcuni studi fino a pochi anni fa si pensava che la presenza fenicia nel Mediterraneo, e quindi in Sicilia, si potesse situare tra la fine del XII sec. a.C. e il secolo seguente, sulla scorta di vari dati e considerazioni; l’archeologo Vincenzo Tusa sosteneva che il punto di partenza degli studi fenici, quello più valido e che si accosta alla realtà, è il passo di Tucidide (Hist.,VI, 2): «Abitarono poi anche i Fenici tutte le coste della Sicilia, avendo occupato i promontori sul mare e le isolette vicine, a causa del commercio con i Siculi. Ma quando poi gli Elleni in gran numero vi giunsero per mare, lasciata la maggior parte (dell’isola) abitarono a Mozia, Solunto e Panormo, vicino agli Elimi, avendole confederate, fidando nell’alleanza degli Elimi e perché, da quel punto, Cartagine dista dalla Sicilia di una brevissima navigazione». A metà dell’VIII sec. a.C. le prime colonie greche in Sicilia rappresentavano il punto di riferimento dei Fenici nel Mediterraneo. Tucidide, inoltre, dice che il loro allontanamento dalla Sicilia orientale non fu una “cacciata” come sostenevano alcuni studi, ma un’azione volontaria d’accordo con i nuovi arrivati, cioè i Greci.

In un primo momento pare che il popolo fenicio non avesse costituito dei centri abitati regolari e funzionanti, ma degli scali lungo la traversata: agenzie commerciali, uffici di corrispondenza per l’acquisto e la collocazione delle merci. Posti di questo tipo si trovavano in tutto il Mediterraneo, si pensa che la sede ideale in Sicilia sia stata l’isoletta di Ortigia, presso Siracusa.

Ortigia

In considerazione di questi fatti, è possibile condividere il senso del termine “precolonizzazione” per la presenza fenicia nel Mediterraneo prima della fondazione delle città stabili nella seconda metà dell’VIII sec. a.C.. La più importante fu Mozia, un piccola isola estesa 45 ettari, posta quasi al centro del cosiddetto “Stagnone di Marsala”, che era l’antica Lilibeo, nome di origine punica.

A venti chilometri da Palermo verso est, su un colle denominato Monte Catalfano si trovano i resti di Solunto (Soloeis in greco, Solus o Soluntum in latino, Kfr in punico), che risulterebbe funzionale alla difesa del capoluogo, collocata al centro di un’area dalle grandi potenzialità agrarie come la Conca d’Oro. Altro centro fenicio in Sicilia è la stessa Palermo, l’antico nome era Panormos (tutto porto) usato dai Greci, non si sa quale fosse il nome punico, ma relativamente poche sono le conoscenze archeologiche della città antica perché giace sotto l’altra. Secondo la ricostruzione topografica di G. Columba, la città antica era compresa entro i limiti di quello che oggi è considerato il centro storico, i cosiddetti “quattro mandamenti”, cioè tra il mare a Nord con al centro l’insenatura, o “cala”, che costituiva il porto della città punica, piazza Indipendenza a Sud e i due corsi d’acqua del Papireto e del Kemonia rispettivamente a Ovest ed Est. Un’importante testimonianza è la grande necropoli punico-romana che si estende per un lungo tratto a Sud di piazza Indipendenza, dove sono state ritrovate centinaia di tombe di cui molte di grande interesse. Attribuita alla presenza fenicia è la Cannita che si trova a dieci chilometri a Est di Palermo, qui sono stati rinvenuti, assieme ad altre testimonianze fenicie arcaiche, due sarcofagi databili al VI-V sec. a.C., scoperti alla fine del Seicento e conservati al Museo Archeologico Antonino Salinas di Palermo.

La donna Cannita

La presenza dei Fenici in Sardegna è stata ancora più incisiva; determinanti sono stati gli scavi e le ricognizioni degli ultimi anni. Gli insediamenti di Sulcis (attuale Sant’Antioco) e Tharros (attuale Capo San Marco) risalgono attorno all’VIII sec. a.C., e al VII a.C. risalgono Cagliari, Nora e Bithia. Successivamente, l’occupazione si estese al Nord dell’isola, dove il centro principale era Olbia, mentre la penetrazione militare è documentata a Monte Sirai, quella religiosa ad Antas. Inoltre le ricognizioni hanno mostrato una linea di fortezze che tagliava trasversalmente l’isola; la popolazione fenicia, nel periodo di massima espansione di Cartagine (IV sec. a.C.), riuscì a controllare tutta l’isola. Se i Greci ne fermarono l’espansione verso il continente italiano, i Fenici a loro volta chiusero la via della Sardegna e dell’Occidente mediterraneo, dando vita al sistema più vasto di colonizzazione della storia antica.

La scrittura cuneiforme dell’alfabeto fenicio


Gli antichi attribuivano ai Fenici l’invenzione dell’alfabeto che, però, comprendeva soltanto le consonanti, non esistevano segni per le vocali che pure ne costituivano la lingua. L’introduzione delle vocali fu dei Greci, in stretti rapporti commerciali con i Fenici e per questo costretti a imparare l’uso dell’alfabeto scritto per comunicare; i Greci usarono i segni delle consonanti fenicie che essi non possedevano o che non ritenevano necessario esprimere.

La religione fenicia è un altro aspetto che conosciamo dalle poche testimonianze dirette e dalle più numerose testimonianze indirette, tenendo presente l’atteggiamento degli scrittori che la descrivono. La fede si è espressa nei numerosi culti poliadi delle grandi città fino alle colonie del Mediterraneo. Ciascuna città provvedeva in modo autonomo al proprio culto, aveva le proprie feste, le propri tradizioni, le proprie divinità, che potevano essere comuni ad altre metropoli, ma non si dava ovunque la stessa importanza. I santuari erano all’aperto, costituiti da stele o pilastri circondati da recinti sacri, in cui ritenevano che ci fosse la divinità. Vi erano anche i templi chiusi, specialmente nelle città più importanti come Ugarit. Il dio El, il supremo padre degli dei, era garante di tutte le istituzioni fondate. L’insieme delle divinità, cioè il Pantheon di ciascuna città o tradizione mitologica, è definito “l’assemblea degli dei santi di Biblo” che esercitavano un’azione benefica nei confronti dell’essere umano, della natura, della società. Nel Pantheon di Biblo, Sidone e nella stessa Cartagine occupavano un posto di preminenza alcune divinità femminili: Astarte, Baalat, Tanit; rappresentavano la prosperità, l’amore e la guerra, però non è possibile stabilire una relazione tra il ruolo ad esse attribuito e la posizione sociale della donna, perché non vi sono dati sufficienti.

Nel campo delle arti la loro produzione stilistica fu caratterizzata dall’eclettismo con una predominante influenza di stili egizi, siriani ed egei, l’attività principale era un artigianato di piccole statuette talvolta ricoperte d’oro, ebbero i migliori risultati negli oggetti di lusso destinati all’esportazione.

Nell’architettura le testimonianze monumentali sono esigue, i maggiori santuari sono attestati in Oriente, a Cipro (Kition), Sidone (Amrith); in Occidente gli spazi sacri ripropongono gli stili orientali in uno spazio aperto di pianta a sviluppo attitudinale caratterizzato da colonne. Con l’età ellenistica la cultura punica si permea dei modelli greci con tempietti di stile dorico combinato con elementi orientali, la lavorazione artistica dell’avorio era tra le più richieste, soprattutto nelle corti dei sovrani e dei prìncipi delle civiltà mediterranee e orientali.

In copertina: Il Tempio degli Obelischi a Biblo.

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Articolo di Giovanna Martorana

PXFiheft

Vive a Palermo e lavora nell’ambito dell’arte contemporanea, collaborando con alcuni spazi espositivi della sua città e promuovendo progetti culturali. Le sue passioni sono la lettura, l’archeologia e il podismo. 

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