Alla scoperta della posidonia, preziosa pianta marina

Ogni estate, e ancor più quest’anno, la voglia di sole, di mare, di vacanze vince sulle preoccupazioni, sulle incertezze, sulla sfiducia; salute, lavoro, problemi economici, famiglia, quanto insomma assilla buona parte delle persone ottiene una giusta tregua e prevale il desiderio di gustarsi il meritato riposo, di fare nuove esperienze, di incontrare gente, di viaggiare, ora che è di nuovo possibile.

Quando tuttavia si parla di mare, anche rimanendo nel nostro Mediterraneo, non mancano le amare riflessioni e la consapevolezza di quanto si dovrebbe/potrebbe fare per la sua salvaguardia. È del 23 giugno la bella notizia che nel Piano nazionale di riforme sono stati inseriti finanziamenti pari a 1 miliardo e 200 milioni di euro per la salvaguardia della biodiversità grazie a interventi di ripristino delle risorse marine, di riqualificazione delle rive del Po, di riforestazione e piantumazione.

Senza ritornare sull’annoso problema della plastica e delle microplastiche da cui è praticamente impossibile sfuggire, ci ritroviamo a “combattere” contro l’inciviltà di chi sale con le moto o i quad sulle dune, di chi lascia rifiuti su spiagge incontaminate, di chi sfreccia incurante con le moto d’acqua, di chi pesca di frodo o va a prelevare ricci fuori stagione o peggio i vietatissimi datteri, per non parlare di tutto ciò che il mare stesso porta a riva, ma questa è un’altra storia: la colpa non è della marea o delle onde, come sempre è degli umani, i sapiens come ama dire Mario Tozzi, che pensano di essere padroni del mondo, terre e acque comprese. Ci sono per fortuna tante attività utili e positive, gestite da persone di buona volontà, che ci riconciliano con la nostra specie: chi protegge i nidi della caretta caretta, chi crea recinti per difendere la nidificazione di alcuni uccelli, chi salva le dune con opportuni sbarramenti di canne o passaggi pedonali non invasivi, chi organizza un’attenta raccolta differenziata sulle spiagge e nelle pinete e parcheggi adiacenti, chi va a caccia di rifiuti da suddividere accuratamente per il corretto smaltimento, chi vieta insediamenti lungo costa, chi impedisce a individui incoscienti di sottrarre finissima sabbia come ricordo delle vacanze.

Eppure esiste un elemento in natura che non mette i/le bagnanti d’accordo: si tratta della posidonia oceanica, che per diffusa ignoranza viene ritenuta “sporcizia” da eliminare. Quando la si trova in una località marina, per lo più turisti e turiste si ritraggono, se ne vanno deluse, dicendo: «Peccato! Oggi la spiaggia è sporca! Tutta colpa della mareggiata». Facciamo invece un po’ di chiarezza e diamo a questa pianta straordinaria i suoi meriti. Sì, perché la posidonia non è un’alga, ma una pianta marina essenziale per l’ecosistema, che con la sua presenza indica la salute delle acque. Il suo nome è significativo: rimanda al dio greco Poseidone, mentre l’aggettivo ricorda che aveva in passato una diffusione assai maggiore.

La posidonia che conosciamo, già descritta da Linneo con il nome di zostera, ha foglie lunghe, sottili, e si trova nel mar Mediterraneo e lungo le coste dell’Australia meridionale. Per vivere e crescere, ha bisogno di acque pulite e di una temperatura mai sotto i 9-10°. Dà un contributo essenziale alla creazione di ossigeno e secondo molti studi, fra cui quelli del Wwf, la sua presenza, anche in forma ormai essiccata su una spiaggia, è indice di alta qualità ambientale: trovarne in abbondanza è molto meglio dell’appartenenza alle “bandiere blu” assegnate dalla Fee o alle “vele”, annualmente attribuite da Legambiente e Tci.

Ma come è fatta, se si riproduce sott’acqua e quindi raramente ci càpita di vederla mentre è viva? Intanto le sue radici e i suoi rizomi trovano l’humus favorevole in basso, in un miscuglio di radici morte, detto “matte”; partono poi le scaglie da cui si diramano le foglie, lunghe fino a un metro; il fiore produce un frutto galleggiante, l'”oliva di mare”, anch’esso importantissimo perché, quando marcisce, libera il seme che ricade sul fondo, originando una nuova pianta.

La posidonia

Nel Mediterraneo l’area occupata oggi dalla posidonia è circa il 3%, un’estensione di 38.000 kmq. simile a quella della Svizzera; in un quadrato di un metro di lato si calcola che vivano circa 700 piante. Veramente curioso che nel 2006 sia stata individuata presso le isole Baleari, in una ampia prateria di 700 kmq., una pianta lunga 8 chilometri, un vero record, visto che dovrebbe avere un’età approssimativa di 100.000 anni, probabilmente la creatura vivente più grande e più vecchia al mondo.

Ma le meraviglie non sono ancora finite, secondo l’interessante articolo che ho trovato sul Corriere della Sera il 21 aprile 2021 e accuratamente conservato fino ad ora (infografica di Sabina Castagnaviz). Fra i suoi fogliami trovano rifugio varie specie di pesci, come il dentice, la triglia, il tordo, la donzella, ma è anche il luogo preferito per la grande e bellissima (e superprotetta) nàcchera (pinna nobilis), mollusco che può raggiungere un metro di lunghezza (in copertina), da cui si ricava quell’altra ricchezza del mare che è il bisso.

Apro una breve parentesi per ricordare che il bisso, o seta del mare, conosciuto fino dall’antichità, è ormai lavorato da pochissime esperte; si pesca immergendosi in apnea, in luoghi tenuti segreti, e si toglie dall’esterno del mollusco, senza danneggiarlo. Si tratta di un ciuffetto di filamenti contorti di colore giallo-marroncino; quando si è ottenuta una quantità idonea, la si fila dando vita a un filo lucido, prezioso, utilizzato solo per piccoli ricami. La maestra del bisso più nota è la signora Chiara Vigo, che vive nell’isola di Sant’Antioco, nel sud della Sardegna, da cui non potrete acquistare nulla: i suoi manufatti nascono per essere donati, non venduti. Anche la sua arte non ha prezzo e si può tramandare solo fra donne, di generazione in generazione.

Il laboratorio di Chiara Vigo

Ma torniamo all’utilità della posidonia, tutelata dalla Convenzione per la conservazione della vita selvatica e dei suoi biotopi di Berna (esecutiva dal 1° giugno 1982). Partendo dal mare, per arrivare sulla spiaggia, ogni elemento si rivela prezioso. Intanto ogni metro quadro di piante libera fino a 20 litri di ossigeno al giorno e rafforza il fondale grazie alle radici, che possono trovarsi anche a 40 metri sotto il livello dell’acqua, sia su sabbia sia su sassi e scogli. Le lunghe, fitte foglie creano una barriera che attenua la forza delle onde, inoltre i cumuli presenti sulle spiagge (banquette) possono essere una duplice risorsa: da un lato proteggono la costa dall’erosione quindi non vanno rimossi; se in certe circostanze si preferisce eliminarli parzialmente, magari per motivi di balneazione e di turismo, diventano compost, oppure cemento ecocompatibile, o ancora si possono pressare e lavorare per produrre stuoie e suppellettili.

Poseidonia secca sulle spiagge della Gallura

Un tempo il materiale si usava anche come isolante, lettiera per animali e protezione negli imballaggi di oggetti delicati, tanto che era detto “alga dei vetrai”. Sono note da secoli le sue proprietà antisettiche per curare infiammazioni cutanee e se ne studiano le capacità antifungine e antiossidanti, da utilizzare ad esempio nella conservazione di alimenti. Un’ulteriore risorsa è costituita dagli accumuli di palline marroni, dette “uova di feltro” che possiamo trovare sulla riva; si tratta dell’egagropilo, un vero e proprio filtro naturale che, secondo recenti studi dell’Università di Barcellona, sarebbe in grado di filtrare e quindi di bloccare le microplastiche disperse in mare. Un solo kg potrebbe fermare ben 1500 detriti di plastica.

Le uova di feltro

Molti sono i progetti in corso, anche in vari centri italiani, in relazione a questa pianta utilissima che dobbiamo amare e difendere dal riscaldamento globale e dall’inquinamento; si sta scoprendo ad esempio che è “resistente” e, dopo le prove di laboratorio e i miglioramenti genetici, potrebbe essere reimpiantata in mare più forte e capace di rigenerarsi in una nuova forma. Altre ricerche portano alla reintroduzione della posidonia in aree dove è scomparsa, ma anche a studi relativi alla flora e a moderne tecniche di piantumazione in generale.

Che conclusioni possiamo trarre? Quando arriviamo su una spiaggia in apparenza poco accogliente perché ricoperta di quelle che spesso vengono definite alghe, dobbiamo invece rallegrarci, pensando alla fortuna di essere in una località dove il mare è davvero pulito e ci attende per un bagno ristoratore.

***

Articolo di Laura Candiani

Ex insegnante di Materie letterarie, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume Le Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate al suo territorio: una sul capoluogo, l’altra intitolata La Valdinievole. Tracce, storie e percorsi di donne.

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