IL G8 DI GENOVA. LA GUERRA: IL 20 LUGLIO

Venerdì 20 luglio è la giornata delle piazze tematiche intorno alla zona rossa. I sindacati di base italiani sono in piazza Paolo Da Novi e in piazzale Kennedy, Rifondazione in piazza Dante, pacifisti cattolici e ambientalisti in piazza Manin, le femministe anziane anche loro a Manin mentre le giovani sfilano con i Disobbedienti. Il “corteo della disobbedienza civile”, che parte dallo stadio Carlini, è autorizzato fino a piazza Dante, dove si trovano le grate della zone rossa. Qui fanno un tentativo di sfondamento dell’area interdetta. Si aspettano una scenata, qualche spinta da parte dei reparti antisommossa, nulla di più, come è già accaduto in numerose altre manifestazioni. 

Durante la notte il prefetto Francesco Colucci modifica le autorizzazioni concesse. Le Tute Bianche ora sono autorizzate solo fino a piazza delle Americhe, davanti alla stazione di Brignole. 

Black bloc

Blocchi neri La mattina del 20 luglio, in piazza Paolo Da Novi e in piazza delle Americhe, compaiono i membri del blocco nero. Sono poche decine. Sfasciano il manto stradale per procurarsi pietre e altri oggetti contundenti, estraggono i pali delle insegne e rompono le vetrine della Banca Carige. La polizia è presente ma non interviene. Alcuni individui incappucciati parlano cordialmente con gli agenti in divisa. Marciano con tamburi e bandiere nere davanti allo Starhotel President che ospita i giornalisti delle testate internazionali più importanti. La polizia continua a non intervenire. Dalla caserma di Forte San Giuliano, dove è presente in visita ufficiale il deputato Filippo Ascierto (Alleanza Nazionale), escono insieme agenti in divisa e uomini vestiti da manifestanti a volto coperto, alcuni dei quali parlano tedesco. Vengono date alle fiamme varie automobili lungo via Tolemaide, ovvero il percorso dove nelle ore successive scorrerà il corteo dei Disobbedienti. (È bene ricordare che incendiare le automobili non rientra tra le pratiche del Black Block).

Da via Tolemaide il blocco nero attraversa il tunnel sotto la ferrovia che conduce a Marassi e dà fuoco al portone del carcere. I carabinieri presenti mettono in moto le camionette e se ne vanno. Con varie telefonate, la cittadinanza chiede alle forze dell’ordine come mai non stiano intervenendo. Una di queste è interessante:
«Pronto Polizia?»
«Sì pronto, io abito in piazza Paolo Da Novi e sto vedendo i ragazzi vestiti di nero che rompono la strada e le vetrine della banca Carige. Vorrei sapere cosa spettate a intervenire».
«Lo vuole sapere subito?»

A piazza Manin è in corso il presidio pacifista. I manifestanti scendono via Assarotti e un ragazzo si arrampica sulle grate della zona rossa. Un idrante risponde e le mani bianche tornano in piazza pacificamente. Ma qui arriva il blocco nero: dopo il carcere di Marassi, assalta la banca Carige di piazza Manin. Di nuovo, la polizia è presente ma non interviene. I pacifisti rispondono cacciando i neri e, con le mani alzate, urlano «No alla violenza». Solo a questo punto gli agenti reagiscono: lacrimogeni e manganellate si abbattono sui pacifisti dalle mani bianche. La radio della questura ordina agli agenti di fermare e arrestare più persone possibile. Signore con i capelli bianchi vengono prese per il collo e sbattute a terra, le mani bianche diventano rosse in fretta.

Gli scudi dei Disobbedienti

Via Tolemaide Intanto il corteo della disobbedienza è partito dallo stadio Carlini. Percorre corso Europa, corso Gastaldi e via Tolemaide. Lungo la strada, si vedono numerose automobili carbonizzate. «Questa macchina non è stata data alle fiamme da questo corteo», ripete più volte il megafono dei Disobbedienti. Le ragazze e i ragazzi del Carlini sono preoccupati ma euforici: si aggiustano le armature di gommapiuma, montano le ruote sotto gli scudi che proteggeranno la testa del corteo, sanno che a breve inizieranno gli scontri davanti alla zona rossa o, meglio, le spinte, non succederà nulla di grave, molti di loro non hanno nemmeno le maschere antigas. L’entusiasmo è alle stelle, hanno vent’anni, la loro generazione confluisce a Genova dall’intera Europa, alzano il pugno sinistro come la Luna alza la marea, sfonderanno la zona rossa e gli otto padroni del mondo dovranno ascoltare la loro voce, la voce degli ultimi della Terra.

I carabinieri, partiti dalla Fiera del mare, hanno l’ordine di andare a Marassi a fermare gli anarchici, che nel frattempo sono già arrivati a Manin. La strada dalla Fiera al carcere è tutta dritta. I carabinieri, invece, girano a destra, imboccano via Tolemaide e iniziano a fronteggiare le Tute Bianche in un tratto di corteo ancora autorizzato, nel punto in cui la strada si restringe a formare un imbuto. Difficile confondere poche decine di incappucciati con decine di migliaia di giovani colorati.

Il corteo del Carlini è così disposto: in prima fila un cordone di parlamentari, avvocati e portavoce con i documenti e le autorizzazioni, poi i grandi scudi mobili di plexiglass che coprono la testa e i fianchi del corteo, quindi i ragazzi e le ragazze dei centri sociali con caschi di plastica e armature finte, infine una folla enorme.

Poliziotto picchia una ragazza

I carabinieri iniziano subito l’offensiva. «Ma cosa succede, perché ci attaccano qua?»: nessuno capisce perché la prima carica avvenga in questo punto. Le Tute Bianche si aspettavano qualche spinta, non un’aggressione di tale ferocia. I manganelli usati al contrario fanno molto male, i manici con l’impugnatura in rilievo rompono le teste, gli scudi di plexiglass si spaccano in fretta, il gas Cs soffoca e brucia. I carabinieri usano anche bastoni e spranghe di ferro, molto più dolorosi dei manganelli. Candelotti incandescenti vengono sparati da terra, dalla ferrovia e anche dall’elicottero, mentre i blindati in velocità vengono lanciati sulla folla per spaccare il corteo. Qualcuno prova a rispondere con lanci di bottiglie, ma è tutto inutile, come un bambino palestinese che prova a colpire un carro armato lontano con una pietra. Le cariche vanno avanti ore e ore. Gli occhi e la gola bruciano forte, il naso sanguina, la pelle si ustiona.

Particolare della fotografia di Tano D’Amico: una mano con una pistola si sporge da una camionetta dei carabinieri

Via Invrea, parallela di via Tolemaide, assiste a inseguimenti folli di blindati oltre i 70 chilometri orari e ragazzi disperati in fuga. Davanti a tanta brutalità, la tattica della testuggine, tipica delle Tute Bianche, non serve più a nulla. Gli scudi sono a terra, in frantumi. Dal megafono, la voce di Casarini invita alla calma: «Cerchiamo di ricompattare il corteo, non facciamoci prendere dal panico»; ma il panico ha già preso il sopravvento, l’aria è bianca e densa di gas, il corteo si allarga e si restringe in una pericolosissima fisarmonica umana, i feriti si contano a centinaia e i colpi non risparmiano nessuno dei fermati, le ambulanze non riescono a farsi strada tra la folla. Il fotografo Tano D’Amico ritrae una mano con una pistola uscire dal vetro di una camionetta rivolta verso una sfilata autorizzata. I manifestanti sono chiusi tra la ferrovia e i palazzi, dove le vie di fuga sono poche e quasi tutte chiuse dalle forze armate. 

Piazza Alimonda Proprio da una di queste stradine laterali, via Caffa, il corteo viene attaccato inaspettatamente sul fianco dai carabinieri. L’attacco dura meno di un minuto, poi gli agenti arretrano, o meglio, fuggono precipitosamente, inseguiti dai manifestanti, pochi ma stremati dall’esasperazione e ormai furiosi. Il vicequestore Adriano Lauro lancia sassi contro i ragazzi, come da lui stesso ammesso in tribunale. Accompagnano il contingente due Land Rover, mezzi che, non essendo blindati, non sarebbero autorizzati per le operazioni di ordine pubblico. Una delle due jeep ha il vetro posteriore rotto e quello laterale aperto.

La trave e l’estintore

L’imboscata conduce in piazza Gaetano Alimonda, le cui vie d’uscita sono tutte chiuse dagli agenti. Se i manifestanti avessero avuto modo di ragionare e di osservare la scena dall’alto, probabilmente avrebbero capito che si trattava di una trappola, ma queste sono riflessioni che si possono fare soltanto a posteriori, non in un contesto di esasperazione al limite della guerra civile. Arrivata in piazza, una delle jeep se ne va, l’altra (quella con il vetro rotto) si ferma contro un cassonetto della spazzatura. I manifestanti vi si avvicinano. I lampeggianti blu e le luci rosse posteriori sono accese. Qualcuno tenta di infilare una trave di legno nel finestrino laterale aperto, qualcun altro tira un estintore sul lunotto posteriore ma basta lo scarpone di uno dei militari a far cadere l’oggetto a terra.

Dal vetro posteriore rotto compare una pistola. Una mano infila due colpi in canna. L’arma è tenuta in orizzontale, con sicurezza e precisione. Un ragazzo, canottiera bianca e passamontagna blu scuro, felpa legata in vita e costume da bagno sotto i pantaloni, vede la pistola. Anche un ragazzo con una felpa grigia la vede: quest’ultimo si china e scappa, il primo no. Vede la pistola puntata e l’estintore a terra. Si china guardando l’arma. Solleva l’estintore all’altezza del volto. È a circa 4 metri dal Defender, difficile che un arnese così pesante possa volare per una simile traiettoria. Il carabiniere nella vettura esplode due colpi (che, in un primo momento, l’autista del Defender dichiarerà di non aver mai sentito). Uno colpisce lo zigomo sinistro del ragazzo con il passamontagna. Secondo le telecamere dei giornalisti sono le ore 17,27, le 17,25 nella ricostruzione della questura.

Carlo Giuliani

Sono presenti sul Defender l’autista Filippo Cavataio, il ventenne di leva Mario Placanica, poi accusato degli spari secondo la versione ufficiale proposta dalla questura, e qualcun altro. Lo sparo paralizza il lato sinistro del corpo della vittima, che cade in avanti e rotola sul fianco. L’autista mette subito la retromarcia e passa sul corpo del ragazzo, poi ingrana la prima e lo schiaccia una seconda volta (sono passati meno di 6 secondi dagli spari, eppure, secondo la testimonianza dell’autista, la vettura era in panne). Si sente chiaramente un ragazzo urlare contro gli agenti: «No, porca troia, merde!». Dal foro sotto l’occhio zampilla sangue copiosamente, segno che l’attività cardiaca è ancora presente. Un altro manifestante tenta di tappare quel buco mortale, ma la polizia interviene a impedirlo: spara lacrimogeni nella piazza e circonda il ragazzo agonizzante. Qualcuno degli agenti lo prende a calci e gli spegne una sigaretta sul petto. Il vicequestore Adriano Lauro, quello che poco prima lanciava pietre alla volta dei manifestanti, ora insegue un ragazzo urlando «Bastardo, l’hai ucciso tu l’hai ucciso, bastardo, tu l’hai ucciso col tuo sasso, pezzo di merda!».

Questo tentativo di depistaggio, durante il quale Lauro guarda non l’inseguito ma la telecamera del TG2, nasconde un fatto strano: nella foto immediatamente successiva agli spari, a qualche metro del ragazzo che giace a terra, vi è una pietra, nella foto seguente un carabiniere è accovacciato sul corpo del ragazzo e la pietra è accanto alla sua testa imbevuta di sangue. L’autopsia attribuirà il decesso del giovane non al foro da proiettile né all’investimento bensì a una «ferita lacerocontusa di forma stellare con frattura cranica frontale», ma il passamontagna non presenta lesioni, il che porterebbe a pensare che un carabiniere gli avesse alzato il passamontagna per spaccargli la fronte con il sasso e poi calato nuovamente il passamontagna per attribuire l’omicidio ai manifestanti. Quando viene permesso all’ambulanza di accedere alla piazza, ormai il giovane non risponde più all’elettrocardiogramma. 

Le voci sono ancora confuse quando la Digos si presenta in tarda serata a casa della famiglia Giuliani-Gaggio.
«Il signor Giuliano Giuliani?»
«Sì, sono io»
«Deve seguirci in questura. Chiami anche sua moglie»
«Posso sapere di cosa si tratta?»
«Non siamo autorizzati a dare spiegazioni anticipate».

Targa in piazza Alimonda

Nel frattempo le generalità della vittima sono state rese note da Bruno Vespa in televisione, insieme a diverse bugie sul suo conto. Si chiamava Carlo Giuliani, era genovese, aveva 23 anni e un’indole decisamente pacifica, non era solito andare alle manifestazioni né partecipare agli scontri, ma queste informazioni verranno per sempre taciute. Carlo quella mattina stava andando al mare, ma si è ritrovato in un contesto di follia e arbitraria violenza in divisa: ha assistito alle cariche di piazza Manin, poi è sceso a Marassi e ha attraversato il tunnel sotto la ferrovia che conduce in via Tolemaide, ed è nel tunnel che ha raccolto il rotolo di scotch che porterà infilato al braccio nel pomeriggio. Davanti alla ferocia dei carabinieri in via Tolemaide, Carlo ha rinunciato ad andare al mare e ha iniziato ad aiutare i manifestanti, una foto lo ritrae all’incrocio tra va Tolemaide e corso Torino intento a trascinare un cassonetto della rumenta per costruire una barricata. Rimane nel corteo fino all’imboscata che lo ucciderà. 

La versione ufficiale attribuisce gli spari a Mario Placanica. Il 20 luglio stesso Placanica dichiara di non aver sparato, in seguito cambierà versione più volte, ammettendo di aver sparato in aria e poi di aver colpito la vittima. Ma se Placanica, come dice, rivolge il volto ai manifestanti per sparare, perché è ferito al collo e alla nuca? In tal caso, chi lo avrebbe colpito? E chi è il terzo uomo sul Defender? Difficile che un ventenne di leva sappia usare le armi da fuoco con tanta precisione da colpire un ragazzo in movimento nell’unico punto non coperto dal passamontagna. Chi è che spara? 

Carlo Giuliani

Ora il movimento ha un morto da piangere. Un episodio di tale gravità non accadeva in Italia dal 1977. Panico, brividi, lacrime, sgomento accompagnano la ritirata dei Disobbedienti verso lo stadio Carlini. Parlando al telefono, elementi dei carabinieri e della polizia festeggiano l’omicidio con frasi da stadio come «Oggi uno a zero per noi!». Mentre i Disobbedienti tornano indietro, vengono attaccati nuovamente su corso Castaldi. Le colonne del portico sono talmente insanguinate da sembrare verniciate di rosso.

Alla notizia di un morto, il commento di Silvio Berlusconi è: «Poteva starsene a casa». Risponderà Francesco Guccini nella canzone intitolata appunto Piazza Alimonda

«Uscir di casa a vent’anni è quasi un obbligo, quasi un dovere,
piacere d’incontri a grappoli ideali identici essere e avere,
la grande folla chiama canti e colori grida ed avanza,
sfida il sole implacabile quasi incredibile passo di danza…».

***

Articolo di Andrea Zennaro

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è 4sep3jni.jpeg

Andrea Zennaro, laureato in Filosofia politica e appassionato di Storia, è attualmente fotografo e artista di strada. Scrive per passione e pubblica con frequenza su testate giornalistiche online legate al mondo femminista e anticapitalista.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...