L’evento della scrittura. Sull’autobiografia femminile

«Ma tu hai stupende / benedette le mani» canta Rainer Marie Rilke. Benedette per il poeta sono le mani della madre. E l’immagine appare con forza a Sara Durantini nel suo breve e curato volume L’evento della scrittura. Sull’autobiografia femminile in Colette, Marguerite Duras, Annie Ernaux . E a più riprese. Sono tante e diverse le mani, le madri, le mani di madri (non solo biologiche) che incontriamo in questo libro. Fil rouge che sottende la lettura, tra le tante possibili.
«La scrittura nasce dalle mani. Sono le mani che afferrano, fissano, prendono, scrivono e riscrivono» precisa Durantini. E sembra ricordarlo anche (e forse soprattutto) a sé stessa. Sì, perché in questo libro sulla genesi e la natura della scrittura di tre icone indiscusse della letteratura francese, l’abile “mano” dell’autrice pare eclissarsi dietro la forma di un saggio di letteratura comparata (che solo a volte tradisce la probabile origine di tesi di laurea). Ma inevitabilmente la stessa mano si riappropria con pudore di una penna più intima. Affiorano quindi ricordi personali tra aule e cortili di un antico ateneo di provincia, interpretati e filtrati, come insegnano le amate “gigantesse”. Faranno da raccordo a capitoli in apparenza più impegnati. Vocazione narrativa, quindi, quella di Durantini (non ancora del tutto concessa) che comporta la discesa, per ora “in sicurezza”, nelle profondità del vissuto. E non poteva essere altrimenti. L’autrice ha infatti scelto di tracciare i profili di tre scrittrici che proprio narrando di sé hanno indicato la via più autentica dell’autobiografia femminile. A tutte le donne.
E così per prima arriva Colette. Cronologicamente e nelle avide (e permeabili) letture adolescenziali della giovane Sara. E con Colette si incontrano mani forti, ruvide, possenti. Sono quelle di Sido, «la Madre ingombrante, la matrona possente». Colette le rievoca in costante contatto con i fiori e le piante del giardino (che nasconde spine taglienti e crudeli). Ma mai offerte a lei, la figlia. Mani che reprimono, sottraggono; mani negate, incapaci di donare. Eppure sarà proprio da quella mancanza che le sue mani scopriranno il gesto della scrittura «senza accorgersene e senza che nessuno se lo aspettasse». Scaveranno la carne, scaveranno la memoria per plasmare ciò che è mancato. Con un’avvertenza: «E voi credete, leggendomi, che io faccia il mio ritratto? Piano: è solo il mio modello». Così Colette, dal letto-zattera a Port-Royal.
E ancora. Altre mani si impongono alla memoria di Durantini: le sue, di giovane studente universitaria, mentre stringono la copertina rigida del primo libro letto di Marguerite Duras: L’amant. E quelle stesse mani, a primavera, avranno la forza di annotare: «A volte ho come l’impressione di mancare a me stessa». Saranno quelle pagine «lette di giorno, tra un corso e l’altro» a squarciare il velo e fare luce sulla sua di mancanza. E da qui il cammino rischioso, ma anche inevitabile, del recupero delle parole. Di alcune parole: quelle taciute e ritrovate negli spazi bianchi del “libro aperto”, ambito e proclamato da Duras. E ciò accade quando la scrittura «corre, ha fretta di afferrare le cose più che dirle… come se corresse sulla cresta, per andare veloce, per non perdere». Scrivere e riscrivere, sentenzia Duras. Un moto continuo che interviene sui ricordi, ricostruendo e riadattando il reale alla finzione e la finzione al reale. Senza avere mai paura. Nemmeno di scrivere «l’histoire de ma vie n’existe pas».
Di nuovo. Altre mani di donna porgeranno a Durantini un biglietto d’addio, che suona come un monito: «Ti lascio questo libro, ti restituirà a te stessa». Poche righe, asciutte, da parte di una cupa e accigliata docente universitaria, arrivata in Italia dal sud della Francia. Sarà lei ad avvicinare la studente alla lettura di Annie Ernaux, al tempo non ancora così nota e tradotta. La scoperta si rivelerà «folgorante» per l’autrice già dall’epigrafe con cui la scrittrice francese decide di aprire, con parole altrui, il suo L’événement: «che l’evento diventi scritto, che lo scritto diventi evento». E così sarà. Come in un romanzo, l’insegnante di Durantini sparirà all’improvviso per tornare dalla madre malata, e sarà proprio lei, mail dopo mail, suggerimento dopo suggerimento, a guidare “da lontano” l’autrice alla stesura del saggio. Benedette quindi anche le sue mani, che — direbbe il poeta — offrirono sostegno alla «rugiada» (e anche ai «giorni» della vita).
Ora che la lettura è terminata, emerge una riflessione. E riguarda la difficoltà di parlare di sé comune a molte scrittici, ma anche storiche, che hanno usato lo specchio di forti personalità di donne del passato per riflettere, a loro volta, sul proprio sé di autrici e di donne. Si tratta di quel parlare attraverso, transitando su un altro soggetto. Allora ci si chiede se anche questo di Durantini sia in fondo un tentativo, certamente inconsapevole (ma tutto femminile), di autolegittimazione.

In copertina: elaborazione tratta da August Macke, Woman Writing, 1910.

Sara Durantini
L’evento della scrittura. Sull’autobiografia femminile in Colette, Marguerite Duras, Annie Ernaux
Milano, 13Lab editore, 2021
pp. 144

***

Articolo di Mariachiara Mazzariol

Dopo una laurea in Conservazione dei beni culturali e un Master in Digital Humanities, si è occupata della catalogazione di importanti fondi librari, tra Firenze e Venezia. Ha pubblicato articoli e saggi sull’editoria veneziana di fine Ottocento (tra cui Ferdinando Ongania 1842-1911 editore in Venezia. Catalogo, Lineadacqua, 2011). Ama nell’ordine: camminare in natura, leggere e scrivere. Cura il blog MaryMcBooks.

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