Sulla strada delle libertà

Concorso Sulle vie della parità, VIII edizione 2020/21

Sezione B, Narrazioni. La memoria delle donne. Le donne nella memoria

Incipit 1 di Maria Pia Veladiano

«Ah certo che puoi vivere anche così. Senza sapere davvero da dove arriva la libertà che hai. Libera di uscire da sola, con tutte le attenzioni, sicuro, attenta a dove metti la bicicletta, oppure tra un po’ l’automobile, se la strada da percorrere a piedi da sola è illuminata, se è una zona sicura, altrimenti trovi chi ti accompagna o cambi parcheggio, in effetti non siamo ancora libere del tutto. Vi abbiamo lasciato un po’ di lavoro da fare. Comunque puoi diventare quello che vuoi, giudice, astronauta, militare e chissà se è una conquista, rettrice all’università. Poi lo fanno in pochissime, perché rinunciate, al primo figlio, perché non ci sono i nidi, perché non vi danno il part-time. Perché sognate le cose sbagliate. Ma i diritti ci sono, sulla carta, la Carta costituzionale, ve li abbiamo conquistati uno a uno. Siete nate con i diritti e pensate che ci saranno sempre.
Come l’aria. L’acqua. La libertà di parola. Ma non è così. È un attimo e ve li tolgono. Bisogna sapere, bisogna sapere quanto vale quello che abbiamo».
«Dunque. Ma non è che avresti dei fatti da raccontare?» chiede Adele.
«Fatti?»
«Sì. Così sembra un po’ una predica. Se racconti qualcosa che hai visto è più facile farsi leggere. Mi piacerebbe una storia. Se ti ricordi».
«Oh! Sicuro. Alla fine sono tutte storie, le nostre vite. Ascolta allora».

«Adele, mia cara, prendi una sedia e mettiti comoda» dice la nonna con un lieve sorriso stampato sul volto.
Le labbra leggermente screpolate dal pungente freddo invernale, tra le mani regge una tazza di una bevanda bollente con chissà quali effetti benefici per la pelle o per la riduzione della ritenzione idrica. Gli occhi azzurri, cristallini come l’acqua del mare, sprizzano vita e meritata serenità, nonostante l’età avanzata. Una guerriera che oramai, dopo numerose battaglie, ha abbassato le armi e si è stesa su un letto di camelie bianche. La voglia, però, di sguainare la spada della giustizia non si è placata minimamente.
«Sai, tesoro, un tempo, quando avevo poco più della tua età, c’è stato un periodo in cui un ragazzo mi faceva la corte. Era così insistente…», una grassa risata esce dalla sua bocca. «Ma era anche così bello! Adele, devi sapere che un tempo non esistevano tutti questi aggeggi tecnologici, non potevamo mica comunicare come fate voi oggi, sempre con la testa china sul telefonino, poi vi lamentate se vi viene il torcicollo o, ancora peggio, la scoliosi».
«Dai, nonna, non divagare, c’era questo ragaz…». «C’era questo ragazzo bello da morire, alto, occhi verdi e foltissimi capelli neri, scuri come la pece, insomma un sogno. I suoi pettorali e le sue braccia erano possenti, davvero uno spettacolo. All’epoca avevo da poco compiuto diciotto anni, mentre lui ne aveva già ventitré, ma poco importava, quando c’è l’amore il resto non conta. Non volevo dargliela vinta subito, sai come sono fatti gli uomini, devi farli sudare un po’, metterli alla prova. Tiri la corda per vedere se rimane, e se lo fa è quello giusto per te. Sì, insomma ci stavamo frequentando già da parecchie settimane, facevo scappare un bacio ogni tanto, ma niente di più. Mi aveva portata al mare, era la prima volta che ci andavo. Mi ricordo che ero rimasta senza fiato, davvero! Abituata com’ero all’aria di campagna, vedere per la prima volta le limpide onde che si infrangevano sugli scogli a riva aveva portato tanta gioia e sorpresa nel mio cuore. È stato proprio in quel giorno che capii che mi ero innamorata di quel ragazzo».
Nella stanza cala un silenzio inaspettato, Adele vede una lacrima scendere dagli occhi della nonna, solcando così le guance ricoperte da lievi rughe, segno del trascorrere del tempo. Un tenue sorriso si fa spazio tra le labbra della nonna, la mente piena di ricordi, di immagini e volti. «Adele, tu ti sei mai innamorata?». La domanda irrompe improvvisamente in quel momento di quiete.
Una semplice domanda in grado di penetrare nel cuore della giovane mettendola in difficoltà. «Non lo so, nonna, penso di sì, c’è questa ragazza, questa mia amica che mi piace ma non sap…» «Amica?» «Sì, è un problema?», chiede la nipote con aria preoccupata, quasi titubante. «Certo che no, l’amore non è mai un problema» dice la nonna con una incredibile spontaneità. «Lei come ti fa sentire?»
Adele prova un certo disagio, non si aspettava tanto interesse, ma d’altro canto le fa piacere che la nonna non abbia detto nulla contro il suo orientamento sessuale. Vuole aprirsi con la nonna, raccontarle quello che sente quando è in compagnia di quella ragazza, di quando per la prima volta le loro labbra si sono sfiorate in un bacio timido, incerto, ma pieno di emozione. Vuole sfogarsi con lei, dirle tutto il dolore che sta provando, il fatto di non poter uscire allo scoperto per paura del giudizio dei suoi genitori, il coraggio che ha dovuto raccogliere per tenere per la prima volta in pubblico la mano a quella ragazza, ma le parole sembrano non voler uscire dalla sua bocca.
Le labbra, ricoperte da un rossetto rosa pastello, sembrano serrate, gli occhi lucidi color ambra sono lo specchio di quell’anima innamorata ma tormentata ormai da anni. E dopo alcuni secondi, che sembrano per entrambe interminabili ore: «Questo silenzio mi basta come risposta» afferma la nonna. Entrambe scoppiano in un pianto liberatorio, nella stanza volano una varietà di emozioni, e le anime delle due donne si uniscono, trasformando la distanza in un caloroso abbraccio.
«Ti preparo un tè caldo, ti va?» chiede la nonna. «Certo!» risponde Adele ancora con gli occhi bagnati dalle lacrime. «Nonna, alla fine come finisce la storia?» continua la giovane. «Giusto, la storia. Ti parlavo di quando capii di essermi innamorata di lui. L’amore pervase il mio cuore, piantando le radici come una pianta fa nel terreno. Quando le nostre labbra si incontravano, fuoco ardente comandava i nostri animi, le nostre volontà. Facemmo molte esperienze insieme. Mai un briciolo di noia provai, mai una goccia di stanchezza o di monotonia. Ricordo i numerosi viaggi con lui… Sei mai stata a Capri? È semplicemente spettacolare, il mare, le persone, i paesaggi, il cibo, devi andarci. Visitammo anche Firenze, Roma, la Sicilia e la Campania, ma alla fine decidemmo di trasferirci a Milano, la città della moda. Avevamo in mente di sposarci, i soldi a lui non mancavano, e io avevo intenzione di trovare un lavoro, fare carriera. Mia madre, la tua bisnonna, era un’abile sarta e da lei ho ereditato la passione per il cucito, per i vestiti e il mondo della moda in generale. Il mio sogno era quello di diventare una grande stilista».
«Ed è quello che sei diventata», la interrompe Adele con un sincero sorriso. «Giusto, ma ho dovuto sacrificare tutto quanto, non è stato facile arrivare. Io e lui eravamo innamorati, felici. Vivevamo in un piccolo appartamento nel centro di Milano. La vita era frenetica, movimentata, e ogni giorno sentivo salire l’adrenalina a mille. Avevo trovato un posto di lavoro in un’agenzia non troppo lontano da casa; dovevo fare un periodo di prova prima di entrare, ma poco importava: volevo quel lavoro e lo avrei ottenuto a tutti i costi. Lui invece non era della mia stessa opinione. Quando ci trasferimmo lo vedevo così pimpante e orgoglioso. Ripeteva sempre che il suo compito era quello di mantenermi e garantirmi una vita migliore di quella che avevo avuto, e ne andava molto fiero. Io pensavo che fosse solo un periodo, una fase che gli uomini passano durante la loro vita per affermarsi come “veri uomini”, anche se, non c’è bisogno che te lo dica, quello di “vero uomo” è un falso concetto.
Era un venerdì sera quando lui tornò a casa, era molto nervoso perché aveva avuto problemi sul lavoro. Gli feci trovare in tavola il suo piatto preferito, un piatto enorme di patate e carne. Avevo impiegato l’intero pomeriggio per cucinare quello stupidissimo piatto, mettendoci tutto l’amore che provavo in quel momento, ma lui non sembrò apprezzare. Quando gli parlai del lavoro che avevo trovato, scoppiò a ridere. Una grassa risata, davvero. Non penso di aver mai sentito in vita mia qualcuno ridere in modo così sgangherato. Iniziò a blaterare su quanto incapace sarei stata se avessi provato a lavorare».
L’espressione di Adele rappresenta tutto lo stupore che prova. «Che pezzo di mer…» «Adele!» «Scusa nonna», risponde realmente dispiaciuta la ragazza.
«Insomma, continuò così per tutta la serata, diventando davvero insopportabile. Verso le ventitré circa, dopo che gli risposi bruscamente, affermando convinta le mie capacità e la mia volontà, lui mi prese per i polsi. Non lo aveva mai fatto prima. Inizialmente mi immobilizzai, non sapevo cosa fare, cosa dire, lo stupore misto alla paura aveva paralizzato il mio corpo, bloccando tutte le mie azioni. La sua era una stretta decisa, potente. Mi urlò in faccia».
Una lacrima torna a solcare la guancia della donna.
«Mi urlò che ero sua e che era ridicolo che volessi avere un lavoro, che volessi diventare qualcuno».
«E tu? Tu, nonna, cosa hai fatto?» chiede impaziente Adele tormentandosi un’unghia per il nervosismo.
«Cosa ho fatto?»
La mente della nonna era immersa nei ricordi, ma si prese una pausa. Iniziò a respirare più profondamente e dopo un istante di assoluto silenzio iniziò a sorridere. «Dopo aver realizzato quello che stava accadendo, quello che stavo vivendo, mi liberai dalla sua morsa, lui rimase di stucco. Aprii la porta di casa e semplicemente me ne andai, convinta che, oltre quella porta, avrei potuto realmente essere una Donna».

Il racconto è stato scritto da Ariana De Los Santos, Enrico Micelli, Laura Pillola, Martina Russo, della classe VL del Liceo delle Scienze umane Benini di Melegnano, che hanno lavorato sotto la guida della prof.a Valeria Pilone.

La giuria gli ha conferito il “Premio speciale per i lavori di gruppo” con la seguente motivazione:
«Il discorso rimane sul piano individuale, in quanto manca la dimensione politica dei diritti conquistati dalle donne. Tuttavia il gruppo di lavoro è riuscito a inventare una storia sufficientemente articolata, in cui trovano spazio argomenti oggi molto dibattuti nel mondo giovanile e anche quello della complicità con la generazione dei nonni e delle nonne».

***

Articolo di Loretta Junck

qvFhs-fC

Già docente di lettere nei licei, fa parte del “Comitato dei lettori” del Premio letterario Italo Calvino ed è referente di Toponomastica femminile per il Piemonte. Nel 2014 ha organizzato il III Convegno di Toponomastica femminile, curandone gli atti. Ha collaborato alla stesura di Le Mille. I primati delle donne e scritto per diverse testate (L’Indice dei libri del mese, Noi DonneDol’s ecc.).

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