Editoriale. Che tutti sappiano. Una nave carica di sogni

Carissime lettrici e carissimi lettori,
che il dio Conso, finita la raccolta dei frutti della terra, ci protegga e ci avvii verso nuova vita. Festeggiamolo, riferendoci ai tempi pagani, come accadeva proprio in questi giorni dedicati al riposo augusteo, delle Feriae Augusti, dell’imperatore che ne ha nominato il mese. A Ferragosto, nella Roma antica c’erano i festeggiamenti con le corse dei cavalli e degli altri animali, esentati per quei giorni, come gli umani, dai lavori dei campi. Forse, anche allora, per il troppo caldo, oltre che per le fatiche portate a termine nelle terre coltivate. Gli animali venivano preparati e adornati di fiori, quando nel ciclo dei giorni si celebrava la dea Diana, dedicando preghiere anche agli esiti positivi della caccia. Poi la festa è passata, dal VII secolo, alla tradizione cristiana che la dedica a Maria Assunta in Cielo e la fissa unicamente, come giorno, al 15 agosto (Diana si festeggiava il 13). Rimangono però, dell’antica memoria pagana, i passaggi delle terre, le compravendite e il rito dei contadini del saluto al loro proprietario terriero, con gli scambi e/o le consegne di doni. Un buon auspicio per il tempo che verrà, della semina e della futura produzione.

Quanti ricordi ci ritornano in mente in questa rovente metà agosto! Ma siamo obbligati a dire anche, come riallacciandoci a tradizioni antiche, quanti progetti e quante strade pronte ad essere percorse!

A una settimana dalla chiusura delle Olimpiadi di Tokyo 2020, e in attesa delle Paralimpiadi, per tanti versi valorose, ancora si parla di quello che è successo in quei quasi venti giorni di gloria della capitale del Sol Levante. Non interessa tanto ancora parlare delle gare e medaglie, con i pensieri proiettati verso Parigi, ma dei tanti uomini e delle tante donne che sul campo hanno mostrato la loro umanità, il grande messaggio che dovrebbe arrivare dallo sport.

È la storia bellissima e commovente del corridore keniota Abel Mutai e di Ivan Fernandez che lo ha aiutato a vincere. Mutai era a pochi metri dal traguardo, ma si era confuso con i segnali e si era improvvisamente fermato, pensando di aver concluso la gara. Fernandez prima lo istiga a continuare con la voce, ma il suo spagnolo è incomprensibile, perciò lo spinge al traguardo e con il suo gesto gli “regala” la vittoria: «Il mio sogno – ha risposto Ivan Fernandez a un reporter che gli chiedeva il perché di quella azione – è che un giorno potremo avere una sorta di vita comunitaria in cui spingiamo noi stessi e anche gli altri a vincere…Non l’ho lasciato vincere – spiega ancora e chiarisce – stava per vincere. La gara era sua…Quale sarebbe il merito della mia vittoria? – riflette ancora all’insistenza del cronista – Quale sarebbe l’onore di questa medaglia? Cosa ne penserebbe mia madre?». Una grande lezione di valori che si trasmettono in senso generazionale. I valori che bocciano (e non a caso vogliamo usare un termine in uso a scuola!) l’individualismo sfrenato, quello che si approfitta della debolezza dell’altra persona e ne porta un guadagno personale.

Un’altra storia bella che non si può dimenticare è saltata da un trampolino, come una stupenda farfalla, un termine a me molto caro, usato in queste Olimpiadi proprio per le partecipanti agli sport acquatici.

Hongchan Quan ha 14 anni e, come hanno detto, ha saputo «scrivere la storia» con i suoi 466,20 punti con i quali ha regalato non solo una grande medaglia, ancora un oro, alla Cina, ma ha coronato un sogno di aiuto e di amore filiale. Dietro il suo risultato ci sono abnegazione e sacrifici finalizzati al sostegno di sua madre che non gode di buona salute e per cui la famiglia non può permettersi i soldi per le cure: «Le cure di mamma costano tanto, quindi sento che anche io devo fare soldi, così posso mandarli a casa». Quan non era mai uscita dal suo paese natale e fino ad ora a Pechino, che dista proprio pochi chilometri dal luogo dove abita, non la conosceva nessuno. Ora il mondo intero ha parlato di Quan. 

Trenta anni fa ventimila albanesi sbarcavano a Brindisi dalla nave Vlora. Quell’avvenimento è ricordato soprattutto grazie a una fotografia che meglio di qualsiasi parola riuscì a dare l’idea della vastità di quel dramma. A scattare l’immagine per immortalarla e consegnarla alla Storia un ragazzino di appena 16 anni, Lorenzo Turi, che allora lavorava nello studio del padre Luca.  Il giovane Lorenzo, arrampicato su un muro del porto, fotografa migliaia di uomini e donne assiepati/e sul molo, altrettante persone ancora a bordo della nave, aggrappate alle corde o ai pennoni: «Quella è una foto che scattai alle 14.30, dopo qualche ora che la nave aveva attraccato – ricorda Turi – …c’erano la banchina piena e la nave ancora stracolma di persone, come se non fosse sceso nessuno». Un segno indelebile per Lorenzo, seppure da quel giorno sono passati trenta anni e continua a fare fotografie. «Quel giorno non si può dimenticare – ricorda ancora Turi – perché è una cosa unica, irripetibile. Non era mai accaduto e probabilmente mai accadrà a nessuno di trovarsi di fronte una nave che era stata trasformata in una sorta di barriera umana. Per ore dalla Vlora sono venuti fuori uomini, donne, bambini di tutte le età sporchi, stanchi, affamati e che avevano bisogno di tutto». Su questo avvenimento, si può leggere l’articolo di Erica Leuci Storia di uno sbarco di aquile.

Il 6 agosto, una data carica di Storia del mondo, (è arrivata e se ne è andata quasi nello stesso giorno: 3 agosto 1932 – 6 agosto 2021) abbiamo perso la brillante intelligenza di Laura Lepetit, la creatrice della Tartaruga, una casa editrice tutta al femminile con titoli di grande valore. La a casa editrice era nata nel 1975 dopo che Lepetit aveva scoperto, con grande stupore, che il libro Le tre ghinee di Virginia Woolf non era mai stato tradotto in Italia. Pubblicherà così solo libri scritti da donne e in tal modo «riesce a conservare un patrimonio di genere», attraverso quel mosaico di romanzi, scritti autobiografici e saggi editi da La Tartaruga. Nello stesso 1975 nasce anche la La Libreria delle donne di Milano alla quale Laura e la sua casa editrice saranno sempre molto legate. Ma di Laura Lepetit si può scrivere davvero tanto e lei stessa ha spiegato raccontandosi: «Nella mia famiglia nessuno era editore. I miei sono originari di Trento e di Ferrara, mio padre era ingegnere. In casa mi ricordo che mia madre leggeva i libri della Medusa. Poi c’era il nonno, suo padre, che scriveva dei libri di favole». Si trasferisce a Milano da adolescente e dopo il liceo si laurea in Lettere moderne all’Università Cattolica di Milano. A ventiquattro anni si sposa con un industriale, come lavoro fa qualche supplenza: «poche. Non era facile lavorare, ed essere moglie e madre nello stesso tempo». Comincia forte l’interesse per i libri, frequenta, con l’amica Anna Maria Gandini, la libreria Milano Libri, in via Verdi: «Quel libraio riusciva a comunicare il piacere del libro. Da lui c’era sempre un’atmosfera molto bella. Un anno dopo ci disse che la libreria andava male e che avrebbe dovuto cederla. Così la prendemmo noi, io e Anna Maria. È stato qualcosa di improvviso. Lei fino ad allora si era occupata di vini. Io ero stata mamma e moglie. Ma ci sembrò una cosa naturale. Mettemmo insieme un gruppo di amici e la acquistammo».

Ma un grande dolore a causa di una perdita enorme per tutte e tutti noi si aggiunge da poche ore a quelle di un anno decisamente carico di grandi assenze. Ci ha lasciati/e tutte e tutti un po’ più soli la morte, inaspettata, di Gino Strada (classe 1948), il chirurgo delle vittime della guerra, il fondatore, insieme alla moglie Teresa, di Emergency che aveva creato nel 1994 (presente ovunque ci fosse un conflitto e feriti) dopo la sua grande esperienza nella medicina d’urgenzae  con il lavoro svolto nella Croce Rossa italiana. Strada non guardava, come lui sempre diceva, al colore della divisa di chi doveva aiutare, Era sempre dalla parte delle vittime, costantemente contro ogni guerra, sempre per lui ingiusta. “La guerra non si può umanizzare, si può solo abolire”, citava Gino Strada con convinzione questa frase di Albert Einstein e noi per questa sua inflessibile coerenza ci sentiamo orfani.

Le medaglie, come si è visto nelle Olimpiadi appena concluse, premiano la fatica e scaldano il cuore. Due sensazioni emotive importanti che devono aver gratificato anche Alessandra Buonanno che con la sua vittoria della medaglia Durac ha segnato il primo posto di una donna italiana (e seconda nella storia del premio) a riceverla. La Medaglia Dirac, uno dei principali premi scientifici internazionali, è stato assegnata per la prima volta ad una ricercatrice italiana. Buonanno, che attualmente dirige l’Istituto Max Planck per la Fisica gravitazionale di Potsdam, in Germania, è stata insignita dell’importante riconoscimento, preso insieme al suo gruppo (altri tre fisici) grazie allo studio sulle onde gravitazionali, per avere stabilito le proprietà delle onde gravitazionali prodotte quando due stelle o due buchi neri ruotano uno attorno all’altro per poi fondersi, in piena conferma delle teorie di Albert Einstein.

Una lezione, seppure inconsapevole, di femminismo, ci arriva ancora dal mondo animale e in particolare dai macachi, anzi meglio, dalle femmine dei macachi che hanno concretamente mandato in frantumi il soffitto di cristallo, come viene definito tra noi umani. É successo in Giappone (proprio nel paese delle Olimpiadi!), tra il gruppo dei primati dell’isola Kyushu. Sembra, e questo avvenimento è sotto attenta osservazione degli studiosi e delle studiose di etologia e di evoluzionismo, che Yakei, questo è il nome dell’esemplare femmina di nove anni, secondo quanto riferiscono i guardiani della riserva di Takasakiyama a Oita, sia  stata osservata in una rara scalata al predominio mentre sfidava il cosiddetto maschio alfa mettendosi con rapida decisione alla guida di un gruppo di ben 677 scimmie, forse, potrebbe essere, secondo una prima considerazione, solo «per approfittare di un vuoto di potere»(Elisabetta Palagi associata di etologia all’Università di Pisa). Tutto da verificare, dunque, ma è accaduto.

Un pensiero forte oggi va a Genova e al Ponte Morandi che esattamente tre anni fa (14 agosto 2018), cedette al peso della disattenzione umana uccidendo 43 persone e costringendo 566 cittadini/e a lasciare le loro case. É’ dalla sera del 4 agosto del 2020, anche in questo caso un anniversario, che il viadotto è di nuovo attivo, in un atto di generosità, voluto e creato dalla genialità di Renzo Piano, cittadino di Genova e del mondo. 

Sulla pagina di un’amica ho trovato una lettera. E’ un pianto dirotto per l’ingiustizia che mani ostili compiono, per chissà quale interesse contro la Natura, la Madre Terra che dovremmo invece rispettare e mi riporta alla mente la storia personale, seppure combattuta anche per tutte e tutti noi, e tragica di Karapiru (il suo nome significa Falco), che ha lottato affinché la sua terra, Maranăo, nel Brasile nord-orientale e il suo popolo, gli Arwa’, fossero salvati dallo sfruttamento di chi aveva scoperto lì la più grande miniera di ferro del mondo e aveva depredato tutto, tagliando alberi, uccidendo, distruggendo ogni cosa. Il 16 luglio Karapiru, fuggito per dieci anni, nascondendosi fino a riuscire a salvarsi, è morto a causa del Covid-19. Noi lo piangiamo e lo celebriamo con questa lettera che ci riguarda più da vicino:

CHE TUTTI SAPPIANO

Sta bruciando l’Aspromonte. Non sterpaglie o erba secca, l’Aspromonte selvaggio e quasi intatto, quello dei boschi antichi, degli alberi millenari e dall’altissimo pregio.
Bruciano la foresta di Acatti e la Valle Infernale, di recente divenuta patrimonio UNESCO.
Brucia lo Zomaro e i boschi di Roccaforte, nuovi focolai si segnalano nell’area grecanica.
La conclusione di questo inferno è ancora lontana dall’essere raggiunta.
Mani criminali continuano ad appiccare fuochi e la lotta sembra impari.
Non stiamo parlando di qualche boschetto, buono per farci una passeggiatina e pubblicare un paio di foto su Instagram, ma sono i boschi della zona a tutela integrale, dall’altissimo valore naturalistico per noi, per la Calabria, l’Italia e per tutto il mondo.
È come se bruciassero i Bronzi di Riace e noi li potessimo vedere mentre il metallo si scioglie e cola sulle basi di marmo… anzi peggio, perché questo fuoco causerà gravi danni alle nostre vite nel prossimo e medio futuro.
Chi brucia un bosco brucia un pezzo del presente e del futuro di tutti e molti non si stanno rendendo conto del danno ENORME, che stiamo subendo ed abbiamo subito.
Se non l’avessimo capito, la situazione è gravissima e quindi è bene che tutti sappiano che sta bruciando IL PARCO NAZIONALE DELL’ASPROMONTE.
Che siate maledetti, voi che bruciate e voi che non avete fatto ciò che sarebbe servito a fermarli. Criminali e complici dei criminali.
Che tutti sappiano che il disastro non si è ancora compiuto.
Che tutti sappiano che si sarebbe potuto evitare il peggio.
Che tutti sappiano che chiederemo il conto di questo disastro.
Che tutti sappiano che i boschi più belli dell’Aspromonte sono quasi in cenere.
Che tutti sappiano che l’Aspromonte è in guerra e che non finirà quando il fuoco sarà spento.
Che tutti sappiano che non abbiamo più lacrime.
Che tutti sappiano.

Associazione Guide Ufficiali Del Parco Nazionale Dell’Aspromonte.
(da Monica Guasti)

E da parte mia grazie a Miriam Meghnagi.

Ecco gli articoli di questo numero. Continua la sfida lanciata sulla rivista riguardo alla Donna che ci piacerebbe vedere come Presidente della Repubblica. Una donna al Quirinale. L’opinione di Alice ci descrive un’altra candidata, illustrando le ragioni della scelta. Donne ai vertici, il seguito di un articolo comparso nel numero scorso, è una carrellata di figure femminili che nella storia hanno occupato professioni tradizionalmente riservate agli uomini e posti di rilievo nelle istituzioni. La figura femminile di Calendaria è Milena Jesenská, nata il 10 di agosto, traduttrice, scrittrice, giornalista ceca, combattente nella Resistenza, deportata a Ravensbrück e proclamata Giusta fra le Nazioni nel 1994. Nota per essere “l’amica di Kafka”, la sua storia vi appassionerà. A un’altra donna, Kathleen Mary Kenyon, pioniera dell’archeologia, è dedicato un articolo che evidenzia l’importanza dei suoi studi e delle sue scoperte, soprattutto quelle di Gerico, in Israele. Con Elsa Morante, una voce del Novecento, festeggiamo un altro compleanno d’agosto, quello della prima vincitrice del Premio Strega, la cui opera fondamentale per la letteratura italiana è analizzata attraverso le parole di un critico letterario eccellente come Cesare Garboli. Per Le Mille incontriamo oggi la figura della prima italiana a ricevere il Premio Nobel per la letteratura, Grazia Deledda, nell’articolo Il primato di Grazia.

Ricordando Giorgio Strehler a 100 anni dalla nascita è il racconto delle opere del grande regista attraverso gli occhi di chi ebbe la fortuna di assistere ai suoi spettacoli fin da liceale.

La quinta puntata del racconto de Il G8 di Genova. La portata storica dà un quadro delle dichiarazioni dei politici di allora dopo «la più grande violazione dei diritti umani mai perpetrata in uno Stato occidentale dopo la seconda guerra mondiale», come ha sostenuto Amnesty International e contiene spunti interessanti sulle conseguenze della mancanza del reato di tortura in Italia fino al 2017, più volte stigmatizzata dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo.

Se crolla la Russia è l’articolo sul numero di luglio di Limes. L’eterna, così sembrava, lotta tra e l’America e la Russia, che strizza l’occhio alla Cina, non sembra finire e il punto di fuoco è l’Ucraina con il nome evocante muri e territori contesi. 

Nella sezione Tesi vaganti troviamo Una strada tutta per lei: Virginia Woolf e la flâneuse di inizio Novecento, omaggio alle protagoniste femminili dei romanzi di Virginia Woolf che trovano la loro libertà nelle mura domestiche, le attraversano e le sfondano, uscendo in strada, fino a diventare gioiosamente flâneuse.

Per Juvenilia presentiamo il lavoro interessantissimo e originale Giuseppina Fisco a’ pilucchera, realizzato dal gruppo di studenti pluriclasse del Liceo Matteo Raeli di Noto, cittadina in provincia di Siracusa, che ha vinto il Primo Premio del Concorso “Sulle vie della parità” nella Sezione Percorsi di vita e di lavoro. Sorellanza.

Ritorno a DF: Nuovissimo testamento di Giulio Cavalli è il libro recensito questa settimana, un romanzo distopico che ci fa riflettere sulle conseguenze della mancanza di empatia della nostra società.

Questa settimana non può mancare il racconto delle Olimpiadi che hanno visto l’Italia piazzarsi benissimo nel medagliere, ma che hanno evidenziato anche lo sforzo economico e il buco di 20 miliardi del Giappone nell’organizzazione.

Il pane di Matera e la città da cui proviene, nella sezione Pane e olio, chiudono questo numero e ci sono descritti attraverso la lettera, commovente ma anche fortemente politica, di una delle tante migranti verso l’America.

Buona lettura a tutte e tutti.

***

Articolo di Giusi Sammartino

Laureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpretiSiamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

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