Una donna al Quirinale. L’opinione di Alice

Il 31 maggio 2021 in un’intervista a Repubblica Emma Bonino ha dichiarato che ci vorrebbe una donna al Quirinale, ma non lei perché era pronta 30 anni fa, ora sente che non è più il tempo, noi crediamo invece che lo sia, visto che allora l’Italia non era pronta per una donna; non che adesso lo sia davvero, ma ci sono le condizioni perché lo diventi: la pandemia ha imposto un cambio di rotta e uno sguardo femminile così autorevole come il suo al Quirinale potrebbe trasformarci in un Paese per donne, ma soprattutto trasmettere quel coraggio e quell’ostinazione che ha sempre caratterizzato la sua politica a tutte quelle che vorrebbero, ma non possono o non vogliono.

Coraggio e ostinazione sono le parole giuste per delineare il percorso di Emma Bonino, una delle nostre proposte per l’elezione a Presidente della Repubblica in questo semestre bianco pieno di incertezze, ma forse anche proprio per questo pronto ad accogliere cambiamenti importanti e significativi.

Emma Bonino

Emma Bonino nasce a Bra il 9 marzo 1948, consegue la maturità classica nel liceo cittadino e si trasferisce poi a Milano per frequentare l’Università Bocconi conseguendo nel 1972 la laurea in Lingua e Letteratura moderna con una tesi su Malcolm X, mostrando già uno spiccato interesse per quella che diventerà una costante del suo impegno: la lotta per il riconoscimento dei diritti umani, politici e civili. In particolare, si appassiona e combatte tenacemente la battaglia per i diritti delle donne fondando nel 1973 a Milano, insieme ad Adele Faccio, Luigi De Marchi, Maria Adelaide Aglietta, il Centro di informazione sulla sterilizzazione e sull’aborto, il cui scopo è quello di fornire informazione ed assistenza su contraccezione ed aborto. Oltre alle cause che coinvolgono soprattutto il mondo femminile, Bonino entra in politica candidandosi come capolista alla Camera per il Partito Radicale nel 1976 e ottenendo il seggio all’età di 28 anni.

Emma Bonino e Maria Adelaide Aglietta

Da quel momento la sua presenza in Parlamento è pressoché ininterrotta e affiancata dalla promozione di importanti iniziative, tra cui spiccano: il riconoscimento dei diritti civili nei Paesi dell’Est Europa; la fondazione delle associazioni Food and Disarmement International (1981) contro la fame nel mondo di cui diventa anche segretaria, e Non c’è pace senza giustizia (1993) per l’istituzione di un Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia e per i crimini contro l’umanità. All’inizio degli anni Novanta presenta una mozione alla Camera, poi approvata, che impegna il Governo italiano a impedire la proliferazione delle armi convenzionali e, in particolare, le mine antiuomo che saranno «le armi più vigliacche» contro cui combatterà sempre.

La nomina a Commissaria europea per gli aiuti umanitari nel 1995 è un’importante tappa della sua carriera politica perché le permette di ricoprire un incarico con funzioni politiche esecutive. Molte sono le missioni da lei organizzate, rilevante fra queste è il viaggio a Tuzla, nella ex-Jugoslavia, dove si stanno ammassando profughe/i, principalmente donne e bambine/i, provenienti soprattutto da Srebrenica; questa situazione è così significativa per cui denuncia il rischio di un genocidio che poco dopo si verificherà. È solo l’inizio di un impegno costante e continuo per le persone in fuga che interessa successivamente anche il continente africano, in particolare lo Zaire, la Guinea Bissau, la Somalia, il Sudan, la Sierra Leone, luoghi in cui gli endemici conflitti locali rendono fondamentale il riconoscimento del diritto delle popolazioni bisognose all’assistenza umanitaria. Non è tutto però perché Bonino svolge in questo contesto e in altre situazioni un determinante ruolo di mediazione: in Guinea-Bissau, nel 1999, Nino Vieria, alla guida dell’esecutivo, e il Generale Mené, che presiede la “giunta” ribelle, accettano la proposta di un incontro in sua presenza; durante vari contenziosi che coinvolgono l’Ue e Stati non comunitari, il suo contributo è fondamentale per la loro risoluzione; quando incombe sull’Europa il pericolo dell’epidemia di “mucca pazza” le viene affidata la gestione della crisi mediante l’attribuzione di competenze speciali in materia di sicurezza alimentare. Da non dimenticare, poi, il ruolo svolto in Medioriente in qualità di membro della Commissione Esteri dell’Ue ai fini della pacificazione di un’area così altamente conflittuale con un’attenzione particolare per la situazione irachena.

Emma Bonino e Aung San Suu Kyi

Cuba, Tibet, Birmania, Thailandia e Cambogia sono le mete di nuove missioni che si svolgono nella seconda metà degli anni Novanta e che consentono a Bonino di promuovere i diritti civili e le libertà. Tra gli incontri più significativi del periodo vi è quello semiclandestino con Aung San Suu Kyi, leader dell’opposizione birmana a cui dedicherà il premio “Principe delle Asturie” ricevuto dal principe Felipe di Borbone nel 1998 e condiviso con un gruppo di donne attive come lei nel campo dei diritti umani. Questo gesto di alto valore simbolico denota un modo di fare politica lontano dal protagonismo e dal personalismo che si fonda sulla collaborazione e sulla condivisione, su una sorellanza che si rafforza negli anni successivi e coinvolge Bonino in campagne contro le mutilazioni genitali femminili, per i diritti delle donne nei Paesi islamici e nella lotta alla prostituzione infantile. Tale attività le permette di dedicarsi al filo rosso che lega tutta la sua vita politica e il suo impegno civile: la rivendicazione dei diritti femminili che dall’ambito nazionale si estende a quello mondiale e si intreccia con la battaglia per la difesa delle giovani democrazie nei Paesi islamici a dimostrazione di come il cammino verso la democrazia sia profondamente legato con il riconoscimento dei diritti delle donne. Molto interessante a riguardo è la sua partecipazione, nel giugno del 2002, alla conferenza internazionale dal titolo Donne in marcia per l’Afghanistan, a cui segue la ratifica della Carta afghana dei diritti femminili, e che è in sintonia con quanto iniziato nel 1997 e cioè una campagna a favore della presenza femminile all’interno del nuovo Governo afghano culminata il 1° dicembre 2001 in una giornata di digiuno globale a favore dell’iniziativa che alla fine avrebbe contribuito all’ingresso di due donne nell’esecutivo. Quest’interesse per la rivendicazione dei diritti civili e politici nei Paesi arabi ha permesso ad Emma Bonino di approfondire la conoscenza della cultura e della lingua locale diventandone un’autorevole esperta.

Gli incarichi e gli impegni internazionali non l’hanno però mai allontanata dalla politica italiana per cui ha ricoperto incarichi prestigiosi come quello di Ministra per il Commercio Internazionale e per le Politiche Europee nel 2006 e quello di Vicepresidente del Senato nel 2008. Sono questi gli anni in cui promuove una campagna per l’equiparazione e l’innalzamento dell’età minima pensionabile delle donne in un’ottica di parità che si realizzerà con la Riforma Fornero del 2012. In vista della scadenza del mandato di Giorgio Napolitano, nel 2010, il nome di Bonino viene preso in considerazione per la carica di Presidente della Repubblica ma, nonostante alcuni sondaggi favorevoli, il sogno non si realizza. Nel 2013 però entra in carica come Ministra degli Affari Esteri, seconda donna a ricoprire quest’incarico.

Emma Bonino, Ministra degli Esteri,
con il Presidente Giorgio Napolitano

Nel 2017 si impegna poi in una nuova iniziativa con la formazione del gruppo +Europa e viene rieletta al Senato nel 2018 dove continua ad essere una voce significativa della nostra politica.

Un’altra sfida, nel 2015, l’ha coinvolta come donna: la diagnosi di un tumore polmonare che ha combattuto con coraggio senza mai abbandonare la politica e l’impegno offrendo la propria testimonianza e il proprio esempio anche nella lotta alla malattia.

Perché scegliere lei come Presidente della Repubblica?

L’esperienza politica in campo nazionale e internazionale, l’autorevolezza acquisita con il lavoro e la partecipazione costante e continua, l’impegno civile e personale totale, il coraggio e l’ostinazione emergono in modo evidente dalla sua ricchissima biografia, ma ci sono, a mio giudizio, altre tre ragioni per chiedere a lei, per scegliere lei anche se ha dichiarato che il suo tempo è passato.

Il primo è il suo sguardo, il suo modo di fare politica, di combattere battaglie senza rinunciare alla specificità femminile, senza trasformarsi, così come purtroppo accade ad alcune donne che entrano in politica o ricoprono ruoli dirigenziali.

Il secondo è che la sua presenza come più alta carica istituzionale imprimerebbe un’accelerazione importante a favore della partecipazione femminile e della promozione di politiche veramente paritarie nel nostro Paese.

Il terzo, che forse è quello di cui abbiamo più bisogno, è la spinta che darebbe a tutte noi a svegliarsi perché, come ha affermato in un’intervista del 2019, molte danno per scontati i diritti senza comprendere che il cammino verso la parità è un processo e in quanto tale può andare avanti, ma anche tornare indietro. Nessuna come lei potrebbe ricordarcelo meglio, nessuna come lei ci rimprovererebbe, arrabbiandosi, perché a volte ci mancano il coraggio e la determinazione per ricoprire quegli incarichi che rivendichiamo.

In copertina: Quirinale, il cortile d’onore.

***

Articolo di Alice Vergnaghi

Docente di Lettere presso il Liceo Artistico Callisto Piazza di Lodi. Si occupata di storia di genere fin dagli studi universitari presso l’Università degli Studi di Pavia. Ha pubblicato il volume La condizione femminile e minorile nel Lodigiano durante il XX secolo e vari articoli su riviste specializzate.

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