Malalai Joya, la parlamentare afghana disobbediente

«Una donna può uscire di casa tre volte nella sua vita: quando nasce, quando si sposa e quando muore»: così “sentenzia” un vecchio proverbio afghano.

Un fiore per Kabul

Era il 1997, avevo 34 anni, e partecipai alla campagna Un fiore per Kabul, promossa da Emma Bonino che mirava a puntare i riflettori sulle drammatiche condizioni di vita delle afghane e a sollecitare l’attenzione dei governi, delle associazioni femminili e delle organizzazioni per i diritti umani.
Da quel lontano anno, non ho mai smesso di interessarmi di loro. Non le ho mai incontrate personalmente ma le ho seguite nelle pagine dei tanti libri che hanno scritto, nelle denunce che hanno fatto, nelle interviste che hanno rilasciato.
Le loro parole, il sacrificio della loro vita, la determinazione e il coraggio con cui hanno lottato mi sono entrate dentro per sempre, graffiandomi il cuore. Ed è per questo che oggi, alla luce di quello che sta accadendo, oltre che addolorata sono indignata.

Nessun governo, in questi ultimi decenni, ha voluto realmente aiutarle: tutti affaccendati a “sganciare” bombe e a sovvenzionare “I Signori della Guerra”, nonostante le grida di protesta di tante di loro.

La storia di Malalai Joya è emblematica.

«Sono nata in un Paese tragico, il cui nome è Afghanistan, costantemente devastato dal flagello della guerra»: così inizia a raccontare la sua storia Malalai Joya, nel suo libro Finché avrò voce. Una disobbediente che dopo essere stata eletta nel Parlamento afghano ha deciso di non chinare la testa alla legge del silenzio e denunciare crimini e misfatti dei “signori e criminali della guerra”.

Malalai Joya, Finché avrò voce, 2010

Malalai vede la luce il 25 aprile del 1978 nel piccolo villaggio di Ziken, tra le montagne dell’Afghanistan occidentale, durante l’invasione sovietica. È la secondogenita di dieci figli e la maggiore delle sei sorelle. La sua famiglia ha sempre vissuto nell’incubo della guerra. Nei suoi primi ricordi d’infanzia ci sono le continue perquisizioni nella propria casa alla ricerca di suo padre che combatteva contro i sovietici e che era stato costretto ad andare in esilio. Il padre era una persona colta che credeva nella democrazia e che fu costretto a interrompere gli studi di medicina all’università di Kabul a causa della sua attività politica. La madre invece non aveva mai avuto l’opportunità di frequentare una scuola. Nella sua famiglia le donne non erano sottoposte al potere e agli ordini dei maschi e non veniva imposto l’uso del velo. Nel 1982, insieme ad altre decine di migliaia di persone afghane, Malalai, con la madre e alcuni fratelli e sorelle, lasciò il suo Paese diretta in Iran, dove si sistemò in uno dei tanti campi profughi, in attesa che cessasse l’occupazione sovietica terminata poi nel 1989.

Quell’esilio iraniano durò per lei ben quattro anni, spostandosi in vari campi dove si sopravviveva come derelitti in luoghi desolati, in cui il caldo soffocava di giorno e il gelo faceva tremare di notte. Malalai aveva sette anni e non aveva ancora avuto la possibilità di frequentare una scuola.

Dall’Iran si spostò in Pakistan e la famiglia ebbe la fortuna di stabilirsi in una modesta casetta a Quetta e finalmente poté andare a scuola per la prima volta: era una scuola creata e gestita dalla Rawa (Associazione Rivoluzionaria delle Donne Afghane). Da Quetta la famiglia fu costretta a trasferirsi in altre città e poi in un altro campo profughi nelle vicinanze di Peshawar, sovraffollato da famiglie che condividevano un’accozzaglia di baracche e capanne di fango. Indelebili resteranno nella sua memoria le figure dei bambini denutriti in braccio a madri scheletriche. L’unica cosa positiva fu che poté ritornare a frequentare una scuola.

Nel 1992 ritornò nel suo Paese, aveva quattordici anni e ricorda come tutto era in preda all’anarchia più totale. Spesso le giovani venivano rapite, violentate e poi uccise da bande che terrorizzavano tutti. Di notte gruppi armati di mujaheddin facevano irruzione nelle abitazioni private, rubando e distruggendo tutto. Quella situazione era intollerabile e così la famiglia decise di ritornare in Pakistan.

Così scrive Malalai:
«La guerra contro i Russi aveva costretto quasi cinque milioni di afgani nei campi profughi e ora la guerra tra le varie fazioni di mujaheddin ce li tratteneva […] la maggior parte degli occidentali sono stati spinti a credere che, nel mio Paese, l’intolleranza, la brutalità e la spietata oppressione delle donne sia iniziata con il regime dei talebani. In realtà non è affatto così: è una bugia, è polvere gettata negli occhi del mondo dai signori della guerra che dominano il governo di Hamid Karzai, che per giunta gode dell’appoggio degli Stati Uniti. Alcune delle peggiori atrocità del nostro recente passato sono state commesse negli anni della guerra civile proprio dagli uomini che ora sono al potere. Come sempre, donne e bambini furono le prime e più infelici vittime. In nome dell’Islam, le donne furono private dei diritti più elementari, molti signori della guerra chiusero le scuole destinate alle ragazze e arrivarono al punto di vietare persino il rumore dei passi delle donne».
E da lì le donne furono costrette a indossare il burqa per paura di essere stuprate, rapite e perfino uccise. Molte giovani furono costrette, con minacce, a sposare i comandanti jihadisti Queste atrocità, denuncia Malalai, erano considerate “questioni interne”.

Nel campo profughi pakistano, grazie ad una ONG, inizia a insegnare ai bambini. Veniva pagata cinquecento rupie al mese, l’equivalente di circa 17 dollari americani. Da lì, finalmente, le arriva la proposta dell’Opawc (Organizzazione per la promozione delle abilità delle donne afghane) di andare ad insegnare a Herat, nelle scuole femminili clandestine. Ritornare nella sua patria era un suo grande desiderio anche se era consapevole dei grandi pericoli a cui sarebbe stata esposta.

Malalai continuava giorno dopo giorno a disobbedire ai talebani. Indossava il burqa, sotto il quale nascondeva libri e quaderni e andava a fare lezioni in cantine, soffitte, locali angusti messi a disposizione da gente che come lei disobbediva ogni giorno e che credeva nel valore della cultura e dell’istruzione.

Finalmente nel 2001 il regime dei talebani crollò, ma dopo l’11 settembre gli afgani capirono che non avrebbero avuto il tempo di vivere in pace e che si «profilava un’altra guerra. Iniziarono a piovere bombe dal cielo: la morte di molte persone che esattamente come molti innocenti erano morti l’undici settembre, l’invasione americana dell’Afghanistan causò non avevano alcuna colpa […] morti che in linguaggio tecnico vengono definite danni collaterali».
 Nel primo anno molti afgani guardavano con simpatie le truppe americane e quelle dei loro alleati, ma pian piano tutto cambiò perché il popolo si rese conto che spalleggiavano la nascita di un regime corrotto e che dietro la sigla Isaf (International Security Assistance Force) si nascondeva l’ennesima occupazione del loro Paese. Il governo americano spalleggiò l’ascesa al potere dei signori della guerra, consegnando milioni di dollari in armi e contanti a coloro che avevano saccheggiato il Paese durante la guerra civile.

Malalai dichiarò che all’epoca i media occidentali cercarono di spacciare questi spietati personaggi per combattenti della Resistenza contro i talebani e liberatori dell’Afghanistan, mentre il popolo riteneva che non fossero affatto migliori dei talebani.
Nacque così il regime dei “Signori della guerra”, affiancato da alcuni tecnocrati filo-americani e Karzai fu nominato presidente.
Malalai nel frattempo continuava a spendersi per il suo popolo, a cercare di far costruire scuole, ambulatori e orfanotrofi e ad aiutare le donne. Tentava soprattutto di arginare i suicidi delle giovani donne, vittime di stupro o costrette a matrimoni forzati.
In mezzo a queste grandi difficoltà matura la sua decisione: entrare fattivamente in politica.

«Sapevo che la cosiddetta guerra di liberazione capeggiata dagli Stati Uniti aveva causato molte vittime innocenti e come molti afgani non mi fidavo degli invasori stranieri. Al pari di altri connazionali, che credevano nella democrazia, avevo infatti la sensazione che gli Stati Uniti stessero ripetendo gli stessi errori del passato fidandosi dei fondamentalisti islamici e che ancora una volta l’Afghanistan e la sua gente fossero vittime di una partita giocata dagli USA e dai loro alleati. Tutti sapevano che elezioni veramente democratiche non potevano avvenire all’ombra dei fucili e sapevano anche che la maggior parte dei delegati sarebbero stati signori della guerra o fantocci in mano agli americani.

Qualcuno doveva dunque entrare in questa assemblea di persone corrotte e smascherarle. All’epoca avevo solo 25 anni, ma conoscevo la sofferenza del mio popolo e soprattutto delle donne. Sentivo che la nostra gente aveva bisogno di qualcuno che facesse udire la loro voce. Fu questo a spingermi a occuparmi di politica. Ero fermamente decisa a fare tutto il possibile per metter fine allo strapotere dei signori della guerra e dei fondamentalisti e sapevo che la maggioranza degli afgani condivideva il mio obiettivo. La mia missione sarebbe dunque stata smascherare la Loya Jirga dall’interno. Essendo tanto giovane, avevo ben poche possibilità di essere eletta, tuttavia volli provarci. Allora non mi rendevo conto di come questa decisione avrebbe cambiato la mia vita per sempre».

Fece il suo primo discorso da candidata con tutta la passione per la giustizia che aveva nel cuore e, quando i funzionari delle Nazioni Unite che coordinavano le operazioni di voto scrutinarono le schede, annunciarono che la più votata era stata proprio lei ed era stata eletta. Molte donne le offrirono dei fiori, alcune piangevano per l’emozione: tutte credevano e avevano riposto speranza e fiducia in lei.
Si recò a Kabul mentre Cnn e Bbc avevano i riflettori puntati su quei fatti: 502 delegati, tra cui 114 donne: la “vetrina” (questa la definizione) del nuovo Afghanistan a uso e consumo delle potenze occidentali. In realtà era presente per la maggior parte il vecchio Afghanistan.

«Rimasi scioccata e spaventata quando vidi signori della guerra e altri noti criminali seduti nella prima fila di questa importante assemblea. Da quando ero al mondo non avevo smesso di sentir parlare dei loro misfatti e io stessa ero stata testimone di alcune atrocità da loro commesse. Nel campo profughi in cui sono cresciuta, le storie dei loro crimini erano sulla bocca di tutti e l’orfanotrofio che dirigevo era pieno di bambini che avevano perso i genitori a causa di questi delinquenti e dei loro scagnozzi […] Erano lì presenti perché nominati direttamente da Karzai […]  la sala era piena di quegli stessi uomini che, nei decenni precedenti, avevano distrutto l’Afghanistan, combattuto una sanguinosa guerra civile e ucciso decine di migliaia di innocenti mentre si scannavano per il potere. Ed ecco, che di fronte alle telecamere dell’Occidente, avevano indossato la maschera della democrazia».

Malalai cercherà per giorni, invano, di prendere la parola in quell’Assemblea e quando ci riuscì le concessero tre minuti. Ma non li potè utilizzare tutti, le spensero il microfono. Questo il suo primo e ultimo intervento:
«Il mio nome è Malalai Joya e vengo dalla provincia di Farah. Con il permesso degli illustri partecipanti e in nome di Dio e dei martiri del cammino della libertà, vorrei parlare per pochi minuti. Unitamente ai miei compatrioti, mi chiedo perché permettiate che la legittimità e la legalità di questa Loya Jirga sia messa in discussione dalla presenza di questi criminali che hanno ridotto il nostro Paese in questo stato. Perché permettete loro di essere qui? Sono loro i responsabili della nostra attuale situazione!».

L’intervento di Malalai Joya alla Grande Assemblea,
17 dicembre 2003
(https://www.youtube.com/watch?v=wDeTdE4Le18)

A queste prime parole molti applausi ma anche sguardi fissi e duri come pietre dalle prime file.

«Sono loro che hanno trascinato la nostra patria centro delle guerre nazionali e internazionali! Sono gli elementi più misogini della nostra società ad averci ridotto così e hanno intenzione di ripetere quanto già hanno fatto. Credo che sia un errore mettere alla prova coloro che già hanno dato prova delle loro capacità».

I signori della guerra iniziarono ad alzarsi gridando e agitando i pugni verso di lei. Ma lei proseguì senza paura.

«Costoro dovrebbero essere processati nei tribunali internazionali. Anche se questi criminali potessero essere perdonati dal nostro popolo – il derelitto popolo afgano – la nostra storia non li perdonerà mai».

A quel punto le staccarono il microfono, non poteva più parlare. La sua disobbedienza era stata punita: le avevano tolto la voce. Nell’aula si era scatenato un putiferio, tentarono di aggredirla fisicamente e fu espulsa. Uscì scortata dai corpi di alcuni suoi sostenitori e da alcuni osservatori dell’Onu. Caricata su una macchina delle Nazioni Unite, Malalai non era per nulla spaventata, era soddisfatta di avere smascherato la vera natura dell’assemblea e comprendeva che le sue parole erano state delle potenti armi per restituire verità al suo popolo per troppo tempo ridotto al silenzio. E le sue parole avevano scatenato una reazione così violenta proprio perché pronunciate da una giovane donna. Una donna che doveva invece stare zitta.
Da quel giorno fu costretta a dormire ogni sera in alloggi diversi e a muoversi sempre scortata dai funzionari delle Nazioni Unite. Era sempre minacciata: volevano violentarla e ucciderla, questi erano i messaggi che le arrivavano costantemente. Le proposero una scorta composta da soldati americani, ma lei si rifiutò: le sue guardie del corpo dovevano solo essere afgane.

Nel dicembre del 2003 circa trecento donne manifestarono a Farah per sostenerla e chiedere la sua reintegrazione: fu quella in assoluto la prima protesta femminile avvenuta in quella città.
Il New York Times pubblicò un articolo dal titolo Una giovane afghana osa denunciare l’indenunciabile e tutta la stampa internazionale le puntò i riflettori. Fu così che il governo provvisorio afgano ritenne preferibile reinserirla, ma non le fu mai più ridata la parola.

Quando riuscì a ritornare a casa restò stupita e commossa dalle manifestazioni di affetto e di sostegno della sua gente, lei continuò a denunciare lo spreco di denaro che si faceva nella Loya Jirga per organizzare sontuosi banchetti e cene di gala, invece di utilizzarlo per la costruzione di scuole e orfanotrofi. La sua popolarità nel Paese crebbe e i suoi connazionali la ringraziavano per aver avuto il coraggio di dire la verità.

Malalai continuava a tentare di cambiare le regole, sempre braccata da chi voleva eliminarla definitivamente. In un comizio così dichiarò: «Sfortunatamente, con l’appoggio dei loro padroni stranieri alla Loya Jirga, molti criminali e signori della guerra hanno ottenuto posizioni di grande potere, pertanto la nostra lotta per una vera democrazia sarà difficile […] dobbiamo continuare a lottare per ottenere che questi signori della guerra siano cacciati dalle loro posizioni di potere e giudicati per i crimini commessi contro il nostro popolo […] voglio ringraziare di cuore tutti voi per il vostro incredibile sostegno e vi prometto che non scenderò a compromessi con coloro che hanno rovinato il nostro Paese».

Riprese le sue attività dando supporto a tutti ma in particolar modo alle donne che si rivolgevano a lei dopo aver subito uno stupro. Essere stuprata significa infatti disonorare tutta la famiglia che a volte arriva a uccidere la disgraziata. Spesso è la stessa vittima che si toglie la vita. Malalai le spronava a denunciare, a resistere e a non crollare psicologicamente. Altre volte convinceva i padri a far continuare gli studi alle figlie, spiegando loro l’importanza dell’istruzione per una svolta democratica del Paese.

Malalai nella provincia di Farah parla alle studenti

I suoi nemici erano sempre più preoccupati della sua popolarità e iniziarono a denigrarla, spargendo notizie false sulla sua reputazione. Invano. Dicevano anche che aveva detto tutto ciò per potere avere asilo in Occidente. Subì anche degli attentati, che fortunatamente non la uccisero.

Quando nel 2005 alle donne fu concesso il diritto di voto, Malalai si candidò per un seggio in Parlamento, pur conoscendo i rischi cui andava incontro. Si candidò senza l’appoggio di alcun partito, da indipendente. La sua campagna elettorale fu supportata interamente da gente comune, volontaria, che aveva fiducia in lei. Continuava a dire:

«Gli afgani che hanno la mia stessa età e quelli ancor più giovani hanno conosciuto soltanto la guerra: non sappiamo cosa sia la pace, non l’abbiamo mai vissuta, eppure siamo pronti a combattere per un futuro migliore».

La regista Eva Mulvad girò sulla sua storia un documentario dal titolo Nemici della felicità.

Locandina del film di Eva Mulvad

Malalai fu eletta diventando il membro più giovane del Parlamento. Ma la prima volta che prese la parola il suo microfono venne subito spento e così continuò per ben due anni. Malalai continuava a ripetere che quella era una democrazia di facciata a uso e consumo del governo americano. Le sue interviste erano regolarmente censurate dai canali televisivi. Veniva costantemente insultata e attaccata e si rendeva conto che in realtà nessuno aveva serie intenzioni di discutere e risolvere i problemi del suo Paese. Spesso usciva disgustata dall’aula. La sua attività si svolgeva all’esterno e sfruttando la sua posizione di parlamentare denunciava abusi e corruzione dilagante. Le tolsero la scorta e alcuni afgani si offrirono per proteggerla gratuitamente. Lei continuava a insistere sulla necessità di processare i criminali di guerra, invece nel 2007 fu approvata una legge che concedeva loro una totale amnistia. Le sue veementi proteste le causarono l’espulsione dal Parlamento.

Per la seconda volta Malalai, la disobbediente, veniva punita con l’espulsione. Le proteste non furono solo di genti afghane, ma varcarono i confini nazionali: per il suo reintegro ci furono cortei a Roma, a New York, a Barcellona, a Melbourne, in tante città del mondo. Ma fu tutto vano.

Malalai in Australia. 8 marzo 2007

«Questo sostegno da parte di persone di altri Paesi è molto importante perché non mi fa sentire sola […] ma è sconcertante che quasi tutti i leader dei paesi della NATO non abbiano rilasciato dichiarazioni pubbliche sul mio caso, sebbene non smettano di affermare che le loro truppe sono nel mio Paese per contribuire alla creazione della democrazia».

Quando iniziò a viaggiare, invitata soprattutto dai media stranieri, andò in Germania e dichiarò:

«Fu il mio primo viaggio all’estero a farmi prendere coscienza della comune umanità che unisce tutti coloro che lavorano per un mondo migliore. Questi occidentali erano esseri umani quanto noi afgani. Siamo tutti di carne e ossa, tutti nasciamo e moriamo e tutti abbiamo speranze e sogni per le nostre famiglie e i nostri amici. Occidentali e afgani hanno donne e giovani che sperano in un futuro migliore; tutto questo ci unisce indipendentemente dalla diversità delle nostre esistenze».

Malalai era in Germania ma con il pensiero era nella sua Nazione, osservava che i tedeschi avevano l’acqua corrente, l’elettricità e che invece i suoi connazionali non avevano nulla e che dovevano lottare ogni giorno per sopravvivere.

I suoi viaggi le hanno permesso di capire che in tutti i Paesi ci sono persone che amano la libertà; ma soprattutto le hanno permesso di far conoscere la cultura afgana:

«Spero che le mie conferenze abbiano contribuito a modificare la pessima immagine della cultura afgana diffusa dai fondamentalisti nostrani e dalle potenze straniere, in particolar modo la descrizione delle donne afgane, una descrizione che ha ben poco di vero. Non siamo vittime passive, al contrario siamo capaci di lottare per i nostri diritti […] sono stata invitata da molti gruppi di femministe, di attivisti per i diritti umani, da movimenti pacifisti […] da questi viaggi il popolo afgano ha ricevuto sostegno morale ma anche materiale […] è questo l’aiuto di cui abbiamo bisogno da parte della NATO e degli altri Paesi europei, l’aiuto onesto e disinteressato che non abbiamo mai ricevuto da parte dei governi delle grandi potenze che hanno occupato l’Afghanistan per tanti anni o che in un modo o nell’altro hanno interferito nella sua politica […] oggi gli aiuti internazionali spariscono nelle tasche dei funzionari corrotti o vengono usati per programmi che di fatto diano legittimità alla guerra della NATO […] A Boston ho conosciuto la storia di due donne eccezionali: Susan Retik e Patty Quigley, che hanno perso il marito nell’attacco terroristico dell’undici settembre. Ebbene, queste due vedove, dedicano le loro energie alla raccolta di fondi in favore delle vedove di guerra afgane! Un esempio stupefacente che mi ha commosso profondamente».

Laura Bush in Afghanistan

Sempre nel 2008, Laura Bush, in qualità di First Lady, si recò in Afghanistan. Malalai riferisce che fu un breve viaggio che servì più che altro a dimostrare la sua totale ignoranza sulla realtà afgana. Nelle sue dichiarazioni alla stampa, difese l’operato di Karzai definendolo un presidente che godeva del sostegno del popolo.

Così scrive di quella visita Malalai:

«Naturalmente Laura Bush non capiva che in realtà la situazione era ancora peggiore di quando i talebani usavano la dinamite per far saltare in aria le statue di Budda e che il c.d. aiuto americano era una delle cause principali delle nostre disgrazie. Come molti politici occidentali, la First Lady non capiva che nel nostro Paese la devastazione non era stata causata soltanto dai talebani ma da anni di interferenze straniere. I talebani non sono il problema, ma il sintomo, uno dei sintomi della malattia, fatta di corruzione, violenza e feudalesimo, che ha colpito il mio Paese da quando Stati Uniti, Pakistan e Iran hanno iniziato a foraggiare di armi e denaro i signori della guerra e i gruppi di fondamentalisti e terroristi. Invece di fare piazza pulita di questi criminali, Karzai li ha accolti a braccia aperte. La gente odiava i signori della guerra e dunque ha cominciato ad odiare Karzai. Il presidente afferma di difendere i diritti delle donne – e la salvaguardia dei diritti delle donne era certamente uno degli obiettivi di Laura Bush – eppure a capo della corte suprema ha nominato un fondamentalista di stretta osservanza che ha riproposto gran parte delle norme misogine volute dai talebani. È per questo motivo che l’Afghanistan è come un uccello a cui è stata tagliata un’ala: le donne. E fino a quando durerà l’asservimento delle donne, la nostra società non sarà in grado di spiccare il volo».

Malalai in Germania (Hannover). Giugno 2017

È molto triste questa immagine, ci fa visualizzare le stesse donne come uccelli con le ali tarpate. Donne oppresse, libere solo di chiedere l’elemosina per strade ricoperte dal burqa, libere di prostituirsi per sfamare i propri figli, libere di suicidarsi per sfuggire a umiliazioni, vessazioni e disperazione.

Così Malalai dipinge la libertà delle sue connazionali e lancia anche una serie di accuse ai giornalisti occidentali che non verificano mai l’attendibilità delle “notizie-favole” preconfezionate per loro.

Malalai grida questa storia al mondo intero che si ostina a ignorarla, la grida da sempre.
Ancora oggi è braccata e costretta a nascondersi.
E mentre scrivo, si delinea un’altra terribile Storia.
Una Storia che non possiamo comprendere se non conosciamo il passato.
Una Storia che non ascolta la voce delle donne.
Una Storia che quasi nessuno ci ha voluto e ci vuole raccontare.

***

Articolo di Ester Rizzo

Laureata in Giurisprudenza e specializzata presso l’Istituto Superiore di Giornalismo di Palermo, è docente al CUSCA (Centro Universitario Socio Culturale Adulti) di Licata per il corso di Letteratura al femminile. Collabora con testate on line, tra cui Malgradotutto e Dol’s. Per Navarra edit. ha curato il volume Le Mille: i primati delle donne ed è autrice di Camicette bianche. Oltre l’otto marzoLe Ricamatrici e Donne disobbedienti.

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