Editoriale. La Terra dei giardini e dei suoi Mille splendidi soli

Carissime lettrici e carissimi lettori,

proibire è un verbo transitivo. Ed è il verbo più usuale nell’Afghanistan di oggi. Nonostante le versioni attuali nulla è cambiato da un passato che i talebani, vincitori di una guerra infinita, ora dicono di rinnegare. Soprattutto nulla è cambiato per quel che riguarda le donne e le bambine, da troppo tempo vere prigioniere, oppresse da proibizioni nel corpo e nella mente in questa “terra dei giardini”, così come l’aveva definita Babur (1483-1530, sepolto proprio a Kabul!), discendente di Tamerlano e fondatore dell’impero Mogul sotto il cui regno si è creato lo splendore di tutto il subcontinente indiano, compresa questa terra, dolce e aspra, come i suoi e le sue abitanti, dell’Hindukush himalaiano. «Se c’è un paradiso in terra, è questo, è questo, è questo!», questa è la scritta sulla tomba di Babur a Kabul, nei giardini di Babur.

La parola, il verbo proibire, viene dal latino: prohibēre, composta da prohabere «avere». Vuol dire tener lontano, ordinare che una cosa non si faccia, dunque, vietare. Esprime un’azione che transita, che passa attivamente dal verbo al complemento oggetto, che sia un oggetto o una persona.

In Afghanistan oggi (ma purtroppo è già successo) implicitamente quanto esplicitamente, è proibito cantare, è vietato suonare, ballare, persino ridere e far volare gli aquiloni, come nelle storie di Mille splendidi soli e dei libri, belli e amari, di Khaled Hosseini. Come sempre.
Ma soprattutto il verbo citato si addice oggi in Afghanistan alle donne che sono costrette a coprire il volto, a nascondere il corpo sotto il burqa, che in tante, per continuare a vivere lì, devono recuperare e riportare nel loro guardaroba, dal quale più di una di loro lo aveva tolto, sperando che fosse per sempre.

Oggi le donne e le bambine sembrano essersi volatilizzate. Solo le madri disperate per le sorti future delle loro figlie, ma anche dei maschi, escono allo scoperto per consegnare i frutti del ventre a chi può, in uno qualsiasi dei modi possibili, portarli altrove, lontani dalle loro sorti segnate lì, per ciascun sesso. Sono quelle madri che nascondevano i figli maschi nelle tombe (atto osceno per chi ha partorito) per non farli arruolare nell’esercito talebano (ancora oggi ce n’è triste richiesta) e gli indicavano le strade difficili del mondo, raggiunto anche attaccati al ventre dei camion.

Ma per il resto le donne non sembrano esserci. Sono nascoste nelle case per proteggere sé stesse e le ragazzine impaurite dai matrimoni forzati con uomini non amati e spesso molto più grandi di età rispetto a loro. Le ragazze sono state allontanate dalle aule delle università afgane ed è stato loro impedito di entrare nelle classi fino ad oggi miste, «grande motivo del male sociale» secondo i vincitori.

Per questo, per mettere in salvo le donne, soprattutto le studentesse, in Italia come altrove, sono nate una serie di proposte per coinvolgere più persone a offrire nuova vita a queste cittadine di un Paese che alcuni pensano finito per sempre, capitolato di fronte al peso di un triste ritorno al passato.

Allora ci sono gli appelli alle università per concedere, soprattutto alle ragazze, i visti in maggior numero e velocemente, perché l’accesso agli aeroporti è tra le azioni proibite agli e alle abitanti dell’Afghanistan. Ci sono le proposte di tante sindache e tanti sindaci che invitano i propri cittadini all’accoglienza, soprattutto di donne e bambine/i.

C’è l’idea della Città delle donne, dell’Alleanza delle donne e degli Stati generali delle donne: la richiesta di invio dei Caschi rosa, definizione plasmata sul termine e sulle funzioni dei Caschi blu dell’Onu, per proteggere le donne sul territorio e far arrivare rapidamente aiuti, dare sostegno e aiuto alle donne che devono essere accolte qui nel maggior numero possibile, per continuare a vivere e per proseguire i percorsi scolastici. L’associazione D.i.Re, insieme ad altre, sostiene il progetto Vite preziose per una raccolta fondi realizzata dall’ong afgana Hawca, (Humanitarian assistance for women and children in Afghanistan). Solo per nominarne alcune. Anche il Teatro si è mobilitato, il teatro che ha il potere di consolare, come amava dire Piera Degli Esposti, non solo proponendo spettacoli per incrementare la raccolta dei fondi, ma spingendo le università ad accogliere in gran numero ragazze e ragazzi, per chiamarli da quel paese drammaticamente martoriato e invitando le artiste e gli artisti perché la loro arte non venga azzittita (Andrea Porcheddu).

Sicuramente le donne afgane oggi sono le più sofferenti. Rimangono purtroppo i dolori, le ingiustizie, gli orrori del quotidiano, se così si può dire, delle altre sorelle del mondo intero. In Italia (ma siamo sicure anche altrove) le donne continuano a morire, ammazzate per non voler accettare di essere un possesso maschile. Quel maschio, rispondente sempre allo stesso modello, che non esita a sparare in una piazza affollata per punire la compagna della sua colpa di indipendenza. Quel maschio che non sa metabolizzare un no ricevuto. Che quasi ammazza di botte una donna che non cede alle lusinghe che le lancia, mentre la segue in un supermercato, insistendo persino davanti alle cassiere, alle quali lei aveva chiesto aiuto, per poi riempirla di insulti, di calci e pugni nel parcheggio appena fuori. E sembra che non ci sia persona che abbia visto. Questa è l’indifferenza.

L’indifferenza, per ritornare al dramma del Paese asiatico, è quella che abbiamo ascoltato da certa politica che ormai, almeno così appare a me, ha fatto in proposito discorsi a dir poco da bar. L’indifferenza che poi si concretizza meschinamente nella volontà di alzare barriere, nel costruire metaforici muri e assecondare paure annunciando l’ennesima invasione. Questa volta dall’Afghanistan. Viene detto che si deve dare aiuto, ma, ecco l’ipocrisia secondo la mia opinione, solo verso le donne e i bambini/e. Ma come non capire che la sofferenza non ha sesso! Semmai il dolore appartiene, viene ricevuto a causa dei pregiudizi e stereotipi di genere. E la violenza verso le donne tutte è per tanti versi legata a questi pregiudizi e a questi stereotipi.

Ora ci spaventano le minacce sull’aeroporto di Kabul, ci impaurisce la sorte di donne, uomini e bambine/bambini, tutti innocenti, che si aggrappano alle ultime speranze, impauriti/e tutti e tutte per le eventuali azioni, per il lavoro passato (pensiamo alle giornaliste, alle fotografe e a ragione parliamo al femminile, ma non escludiamo i loro colleghi). Tutti e tutte sono in pericolo in Afghanistan, soprattutto chi ha una professionalità che serve ai nuovi padroni.

Da giovedì scorso a Santa Margherita Ligure è iniziato il G20 delle donne dove si parla della necessità del protagonismo delle donne a cui si aggiunge l’esigenza di guardare alle sorelle afgane, ora più sfortunate.

Questa sofferenza al femminile non ci ha certo allontanato dai problemi dell’oggi nostrano. Il Virus ancora implacabile e resistente, la paura del vaccino (più forte alle volte della paura del male dal quale deve difenderci), la conta delle violenze sulle donne (troppe e troppo poco ascoltate, non smetteremo di dirlo), le Paralimpiadi, iniziate a Tokyo e su cui leggerete un bell’articolo in questo numero della rivista, che segnano il coraggio di tante e tanti che del proprio disagio fisico hanno fatto un punto di forza e di riscatto.

Soprattutto non abbiamo dimenticato la Scuola, legata per tanti versi ai problemi appena citati e non solo, che sono importanti e presenti per tutte e tutti noi. Della scuola è urgente e necessario parlare e lo faremo presto, in settembre, il mese che la inaugura in tutta Italia. I problemi legati alla Scuola sono tanti e probabilmente non riusciremo che a toccarne i più grandi, ma è un mondo che ci appartiene, importante perché riguarda la formazione degli uomini e delle donne di domani, delle persone alle quali sarà affidata la società.

Un giorno, di non troppo tempo fa, un po’ come iniziano le favole, seppure questa è una favola triste, un ragazzino, forse di 13 anni o giù di lì, stava arrivando a Mestre, la terraferma della città dei Dogi della splendida Venezia. Era aggrappato a un camion, dopo essere partito da solo, piccolissimo, dall’Afghanistan di ieri che è come quello di oggi.

Si chiamava Zaher Rezai. Era un bambino-soldato afgano, nato a Mazar-i-Sharif, fuggito da casa per salvarsi, e morto, invece, a Mestre, schiacciato involontariamente dal Tir al quale si era legato nel sottopancia. Il suo bagaglio era tutto in un sacchetto trasparente, con dentro quattro animali giocattolo (un uccellino, un leone, una giraffa e un alce), il foglio di espulsione dalla Grecia, una scheda telefonica e un taccuino scritto in persiano antico. Probabilmente semi-analfabeta, Zaher Rezai aveva imparato a memoria, e poi trascritti sul suo taccuino, dei versi antichi che lo rassicuravano nei momenti di paura, almeno così suppone chi conosce le consuetudini afgane.

Zaher è morto ad appena otto chilometri da Mestre (degli 8.000 totali percorsi), lasciando la presa, probabilmente perché addormentato, del camion sotto il quale si era nascosto. Era il dicembre del 2008. Ora a Mestre gli è stato intitolato un bosco.

Oggi ci sembra bello omaggiare così, con la trascrizione di queste poesie, per me splendide, probabilmente persiane, la memoria del piccolo Zaher e di tutte le ragazze e i ragazzi che sono nati lì, in questa che noi vogliamo credere ritorni ad essere la Terra dei giardini. Le poesie sono numerate secondo la sequenza dei fogli:

Foglio 8

E anche quando mi togli la parola
il tuo sentirti è bello
Tu sei un amico incantevole
sei una seta di passione e bellezza
Ora vediamo fino a quando
t’accorderai col cuore mio

Foglio 9

Tu porti il profumo delle gemme che sbocciano,
sei come un fiore di primavera
Mi faccio per te inebriato e felice
quando vieni a cercarmi
È dolce il tuo affetto
amo parlare con te

Foglio 11

Questo corpo così assetato e stanco
forse non arriverà fino all’acqua del mare.
Non so ancora quale sogno mi riserverà il destino,
ma promettimi, Dio,
che non lascerai finisca la primavera.
Oh mio caro, che dolore riserva l’attimo dell’attesa
ma promettimi, Dio, che non lascerai finisca la primavera.

Foglio 13

Tanto ho navigato, notte e giorno, sulla barca del tuo amore
che o riuscirò infine ad amarti o morirò annegato.
Giardiniere, apri la porta del giardino; io non sono un ladro di fiori, io stesso mi son fatto rosa, non vado in cerca di un fiore qualsiasi.

Ed ecco gli articoli di questo numero che ci viene presentato con l’aiuto, come sempre, di Sara Marsico. Iniziamo con Calendaria che presenta oggi Emilija Benjamina, una donna lettone dalla fulgida carriera nella stampa, nella finanza e in politica, cui fu predetta una triste fine, purtroppo avverata. Le fa compagnia Daphne Caruana Galizia, giornalista maltese che ha pagato con la vita le sue denunce sui Panama Papers e su molti altri dossier. Per la serie Una donna al Quirinale. L’opinione di Giovanna ci presenta una nuova candidata a ricoprire la carica di possibile futura Presidente della Repubblica. Di un’altra donna dalla vita avventurosa Anita Garibaldi oltre lo specchio: Ana Maria De Jesus Ribeiro da Silva ci racconta l’autrice di un documentatissimo articolo che cerca di aderire il più possibile alla storia e non al mito di questa grande rivoluzionaria.

Di Grecia e di donne ci parlano due articoli. Le varie fasi della civiltà greca, si sofferma sulla rivalutazione della Dark Age e sul «motivo per cui un popolo di contadini e pastori sia riuscito con i valori fondanti promossi dai poeti, dai filosofi, dagli artisti, a celebrare l’essere umano ponendolo al centro dell’universo e facendone il protagonista della propria storia, a cui si ispirerà tutta la cultura occidentale». La donna greca. Ateniesi e Spartane a confronto è la prima parte di un ricco approfondimento, che spazia dalla posizione giuridica, al matrimonio, all’abbigliamento, all’istruzione mettendo in luce le grandi differenze tra le due città che tanto si sono combattute.  

Agosto è tempo di vacanze e di turismo e con l’autrice di Sì, viaggiare… ogni storia è un viaggio, ci facciamo guidare in un excursus sul viaggio e sul cammino, nelle sue varie forme. D’estate è bello anche andare a teatro, finalmente!  Sette formidabili donne sarde vanno in scena ci racconta le storie di sette donne memorabili dell’isola. E in questa fine d’agosto ci dedichiamo alle Paralimpiadi di Tokyo e all’impegno di tanti e tante atlete valorose e coraggiose, guidate dall’autrice che ci ha accompagnate a guardare le Olimpiadi in ottica di genere.

Ultimo sguardo sul G8 di Genova che ci ha fatto riflettere sulla macelleria messicana perpetrata impunemente in quei giorni e sull’opera di distruzione dell’ultimo vero movimento contro il neoliberismo.  Un Reportage sul G8 completa il racconto e l’analisi con immagini significative.

La fine delle case chiuse è il titolo della tesi di questo numero e affronta il difficile iter del progetto di legge della senatrice Merlin, descrive il dibattito parlamentare e mette in evidenza l’incapacità dei mezzi di comunicazione del tempo di spiegare fino in fondo le ragioni di questa legge di civiltà.

Per Iuvenilia, Sebben che siamo donne è il percorso di istituto dell’Iis Vincenzo Benini di Melegnano, in provincia di Milano, vincitore del primo premio nella sezione Percorsi di vita e di lavoro. Ed. Civica, che ha visto la partecipazione di molte classi in un progetto interdisciplinare in cui l’educazione civica in ottica di genere e l’ambientalismo sono stati i temi fondanti.

Come consiglio di lettura in questo numero ospitiamo la recensione di un bel libro: La donna degli alberi di Lorenzo Marone. La storia è quella dell’amore per il creato tutto, un fitto dialogo, un immenso rapporto di una donna con il paesaggio della montagna, con gli alberi, suoi abitanti ispiratori di saggezza, con gli animali, spesso mal ricompensati amici.

Chiudiamo, come sempre, con una ricetta gastronomica, Il pane irlandese, che però è soltanto un pretesto per raccontare la vicenda di una donna che, come tante altre sorelle, è stata deportata in Australia dopo la terribile crisi della patata avvenuta nel suo Paese, quell’Irlanda tanto ambita dal Regno Unito e ancora oggi attraversata da venti ribelli.

Buona lettura a tutte e tutti.

***

Articolo di Giusi Sammartino

Laureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpretiSiamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

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