Una donna al Quirinale. L’opinione di Giovanna

Non appena si avvicinano le scadenze per il rinnovo dei ruoli apicali di una Nazione, si ricomincia a sognare: una donna Presidente. Il sogno è sfumato con Hillary Clinton, si è realizzato con Ursula Von der Leyen, non si è mai attuato in Italia: né avere una donna come Presidente del Consiglio, né come Presidente della Repubblica. Adesso, alla fine del settennato di Mattarella, sarà verosimile pensare quantomeno ad una candidatura femminile.

Per sgombrare il campo dagli equivoci, i miei per primi, con tutta onestà mi sento di affermare che, oltre la questione di genere – ovviamente importante – il punto focale è avere persone preparate, competenti e capaci di assumersi le responsabilità che la carica comporta. In tal senso uomo o donna non dovrebbe fare la differenza poiché dovrebbe valere di più la storia personale. Non sono particolarmente affezionata all’idea di una donna in quanto tale, ma piuttosto a un particolare tipo di donna che sia capace di rappresentare l’Italia e che sappia incarnare un’idea del femminino come caratteristica principale. Insomma, una vera svolta culturale.
Una donna che abbia un linguaggio semplice e comprensibile, che usi le parole come il lievito, che sia un essere umano capace di empatia e di autorevolezza e che non somigli a niente di quello che abbiamo sotto gli occhi. Così mi è venuta in mente Elena Cattaneo, neurobiologa e senatrice a vita dal 2013, quarta e più giovane donna ad assumere questa carica dopo Rita Levi Montalcini, Camilla Ravera e Liliana Segre. Ricordiamo che l’articolo 59 della Costituzione recita: «Il Presidente della Repubblica può nominare senatori a vita cinque cittadini che hanno illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario».

La senatrice Elena Cattaneo

Effettivamente, scorrendo il curriculum vitae della senatrice Cattaneo si rimane stupiti per due ragioni: dalla quantità e dalla qualità dei suoi studi, riconoscimenti, ruoli svolti, pubblicazioni su prestigiose riviste scientifiche internazionali; dal poco spazio che l’informazione rivolta al grande pubblico riserva ad una preziosa risorsa del nostro Parlamento e della nostra Nazione.
In una sua dichiarazione sostiene che lo scienziato/a: «indaga l’ignoto, conquista pezzi di conoscenza per offrirla a tutti e lo deve fare senza alcun condizionamento e libero per aiutare a costruire un’Italia ancorata alla realtà». In un altro passaggio afferma: «la decisione della politica non deve essere né giusta né sbagliata ma responsabile, cioè deve spiegarci perché agisce in una direzione piuttosto che in un’altra». In una stagione tanto particolare, di delicata transizione causata dalla pandemia Elena Cattaneo unisce le competenze politiche e quelle scientifiche, sembra un ottimo viatico per la successione a Mattarella.

Conosciamola, dunque, un po’ più da vicino. La sua storia familiare ci racconta di una Italia in cui, attraverso lo studio, ci si poteva emancipare per merito e passione, nonostante le modeste origini: «Papà ha trascorso 45 anni in fabbrica, a fare i pianali, i fondi delle macchine. Ne era orgoglioso, anzi orgogliosissimo. Il suo senso di appartenenza all’azienda, a quell’azienda, era inossidabile. Ma a entrambi i miei genitori piaceva l’idea e la pratica del produrre. Piaceva cimentarsi. Questa cultura me l’hanno trasmessa». È un fatto che l’etica del lavoro, il senso di appartenenza, il rigore nel trasmettere quei valori che ti mantengono in piedi nella vita, anche quando stai per vacillare, i genitori di Elena Cattaneo, come lei stessa dichiara, li abbiano maturati nei difficili anni della guerra: «Il papà, durante la guerra, essendo il maggiore dei quattro figli, si trovò nella condizione di dover aiutare la famiglia andando a lavorare come garzone presso un fornaio. Aveva nove anni,​ portava il pane al mattino presto, in mezzo ai bombardamenti, in bicicletta, estate e inverno, senza cappotto, a volte restava nella panetteria anche la notte, per poter dormire una mezz’ora in più. Una forza, una determinazione, una capacità che non ha perduto negli anni. Ha voluto frequentare le scuole medie a 35 anni per ottenere la licenza e spesso mi raccontava quanto si vergognasse a stare seduto in un banco accanto a dei bambini. Eppure l’ha fatto. I miei genitori hanno sempre sottolineato quanto sia importante che ognuno si impegni, che ciascuno faccia la sua parte in qualsiasi ambito operi: non solo a scuola, ma anche, per esempio, nello sport». Infatti, Cattaneo è stata anche una sportiva a livello agonistico avendo giocato come pallavolista nella squadra Jolly di Milano in cui matura l’importanza del gioco di squadra. Frequenta il Liceo scientifico ed eccelle soprattutto nelle scienze e nella filosofia poiché sono «gli ambiti in cui si ragiona. In cui c’è il dubbio». La scelta dell’università si coniuga con due esigenze: quella lavorativa e il desiderio di esplorare l’ignoto, di conseguenza sceglie la facoltà di Farmacia. Lei stessa dice: «Sì, l’università è stata la mia cartina al tornasole. Lì ho capito che potevo spingermi un po’ più in là: approfondire o fare un esame prima. Ho capito, soprattutto, che c’era un mondo intero da esplorare». La dedizione verso lo studio inteso come lo strumento per eccellenza per la crescita personale e collettiva la spinge a organizzare eventi di divulgazione scientifica, come ad esempio le Unisteamday, dedicate agli/lle studenti della scuola superiore.

Dopo la laurea la dottoressa Cattaneo comincia a occuparsi di ricerca a Milano nell’ambito della farmacologia biochimica, tuttavia la svolta arriva nel 1988 quando, dopo essersi sposata, si trasferisce a Boston al Massachusetts Institute of Technology, il famoso Mit, con Ron McKay, uno scozzese che si sta affermando come pioniere dello studio delle cellule staminali del cervello e più in generale del sistema nervoso. Nel 1992, con la nascita della sua prima figlia, emerge in lei il desiderio di tornare in Italia ma è assillata da un dubbio: «È possibile fare scienza in Italia come negli Stati Uniti? Ci vuole fortuna, una fortuna spaventosa. La mia fortuna si chiama Rodolfo Paoletti. Perché nel momento in cui ho manifestato i miei dubbi, che non riuscivo a capire come muovermi, dove andare, che tra le opzioni che avevo di fronte prendevo in considerazione anche quella di lasciare la ricerca, lui mi ha detto: “Lei non va da nessuna parte, lei resta qui”. E mi ha, non so che parola usare, agganciato a un altro laboratorio dove, secondo lui, potevo crescere». Il laboratorio era quello di Stefano Govoni, un neurofarmacologo che studia le basi biologiche dell’Alzheimer. Nel 1994 nasce sotto la sua direzione il Laboratorio sulle cellule staminali e le malattie degenerative. E nel 1995 Elena diventa ricercatrice, assumendo finalmente una posizione definita nella struttura universitaria. In quel medesimo anno, il 1995, per i suoi progetti di ricerca sull’Huntington, ottiene 25 milioni da Telethon.

In un momento così delicato in cui si tenta di delegittimare la scienza e mettere sullo stesso piano il parere autorevole di uno scienziato con quello di un medico radiato o peggio ancora con chi pensa di saperne più degli altri attraverso le lauree sul web, conviene ricordare il rapporto tra etica e ricerca che Cattaneo definisce così: «Ho sempre considerato la ricerca come un’attività fortemente etica. Ti prende cuore, mente, mani. Ti chiede di innamorarti della tua idea. Poi ti chiede di verificarla al bancone di laboratorio. Infine ti restituisce i risultati: una risposta. Non sarà subito e non sarà dopo poca fatica e pochi esperimenti. Qualunque essa sia dovrai accettarla. Non potrai mentire se le evidenze diranno che il semaforo è rosso. Dovrai girare pagina. Ma quante volte spererai che quel semaforo si colori di verde. Quando ciò succede, avrai vinto e il risultato della tua ricerca e della tua intuizione diventerà visibile. Metterai tutto a disposizione affinché altri verifichino e poi usino il tuo risultato. Questa, per me, è etica. Qualcosa che risiede nell’intimo della coscienza individuale e che porta con sé molto altro di fondamentale: il pensiero e la speranza che ricercando bene si possa essere utile agli altri». La ricerca scientifica, dunque, si configura come un metodo per mettere sempre in discussione sé stessi e le proprie idee, nel tentativo di trovare spazi per nuove conoscenze da utilizzare al servizio della collettività. È lo strumento per coltivare l’arte del dubbio in una società che pretende certezze di ogni genere: «Cosicché spesso mi viene da pensare che, se ci fosse una società basata su questo dubbio sistematico, sul fatto che devi provare la tua idea e che una volta che l’hai provata la devi rendere pubblica, il che vuol dire che gli altri la possono verificare, sul fatto che devi accettare che il giorno dopo qualcuno ti possa smentire, che la tua idea finirà nel cestino, ma che tu devi cercare di uscire da quel cestino, beh sarebbe una società migliore».

Elena Cattaneo come futura Presidente della Repubblica italiana non dovrebbe essere un orpello da mostrare, una sfida vinta per la parità di genere, un segnale di cambiamento… no! Dovrebbe essere tutto questo ma anche di più: agganciare la sfida del progresso scientifico per coniugarlo con la crescita democratica del nostro Paese.
Ne abbiamo urgentissimo bisogno.

In copertina: la terrazza del Quirinale.

***

Articolo di Giovanna Nastasi

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Giovanna Nastasi è nata a Carlentini, vive a Catania. Si è laureata in Pedagogia e Storia contemporanea e insegna Lettere negli istituti secondari di II grado. La sua passione è la scrittura. Ha pubblicato un romanzo, Le stanze del piacere (Algra editore).

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