Il pane irlandese

«Salve,
il mio nome è Eileen O’ Connor e scrivo questa lettera da Sidney, Australia.
Non so se sa dove si trova. In realtà, credo di non saperlo bene nemmeno io, che pure sono nata qui: talmente grande è lo spazio che si ha intorno, da perdere il senso dell’orientamento anche solo a guardare fisso l’orizzonte.
Ho trovato il suo annuncio in un libro acquistato da un robivecchi.
Non capivo cosa ci fosse scritto, ma leggere il nome di una donna, seguito da un indirizzo, mi ha incuriosita.
‘Se una sorella ha voluto lasciare traccia di sé affinché potesse essere trovata, sicuramente c’è qualcosa di bello da costruire e condividere’: questo mi sono detta.
E mi permetterà, spero, di chiamarla sorella.
Me lo ha insegnato mia nonna, sa, di trattare tutte e tutti come sorelle e fratelli, almeno fino a che destino e comportamenti opposti arrivino a evidenziare il contrario.
Ho sempre creduto che questo suo modo di pensare sia stato il bagaglio che ella ha portato con sé da casa sua, l’Irlanda, nel baule che il governo di allora le ha fornito. Qualche vestito, una spazzola per capelli e una bibbia occupano poco spazio. E tra il vuoto del baule e quello, assordante e spaventoso, nella testa, il rischio di smarrirsi nel terrore dell’ignoto è davvero troppo alto. Meglio ancorarsi il cuore a una qualche appartenenza e identità.
Di lei, comunque, le racconterò dopo.
Adesso, come da sua richiesta, le scrivo la ricetta del pane che in famiglia usiamo cucinare.
Il Soda Bread si prepara con quattro o quattro e mezzo tazze di farina, un cucchiaio di zucchero, un cucchiaino di sale, un cucchiaino di bicarbonato di sodio, quattro cucchiai di burro, una tazza di ribes o uvetta, un uovo grande, leggermente sbattuto, tre o quattro tazze di latticello. Si sbattono il latticello e l’uovo insieme. Si mescolano lo zucchero, il bicarbonato e il sale in un’altra ciotola. Si unisce il burro freddo, tagliato a pezzi, nella miscela di farina. Si aggiungono poi gli ingredienti umidi. Infine, si lavora il tutto con le mani e si unisce, se si vuole, l’uvetta. Usando un coltello molto affilato, si incide l’impasto e si cuoce fino a che non sia ben dorato.
In realtà, so che mia nonna ha imparato a fare questo pane qui, in Australia. Prima, prima di sbarcare su queste coste, prima di essere costretta a salire su una nave, prima di essere mandata qui, come sposa di un galeotto irlandese deportato, prima, mia nonna a stento conosceva i cereali e la farina.
Lei e la sua famiglia si nutrivano principalmente di patata che, a differenza del grano e del pane, è più facile da coltivare e da cucinare. E poi, i cereali erano per lo più destinati ai proprietari terrieri e ai padroni inglesi.
Tutto sommato, di patate si campava bene: anche lo scorbuto era sparito e le scorte si conservavano per il tempo che serviva ad arrivare a un nuovo raccolto. Questo, fino a quell’anno maledetto.
L’estate del 1845 era stata calda e il tempo buono, anche se all’inizio del mese di agosto era piovuto molto, con numerosi e violenti temporali. Nonostante questi, però, il raccolto, che si prevedeva sarebbe arrivato, pareva essere abbondante e promettente.
Almeno fino agli inizi di settembre, quando le patate vennero colpite da una sorta di colera: avariate e inutilizzabili, sia dagli uomini che dagli animali.
Anche i tuberi che raccolti sembravano sani, marcivano in breve tempo. Si provò a bollirli, ma il tanfo che emanavano era tale che, col senno di poi, si iniziò a dire che esse stesse stavano annunciando ciò che a breve sarebbe accaduto.
E ciò che accadde fu inimmaginabile.
In Irlanda arrivò la morte.
Per le strade delle contee si sentivano solo urla strazianti e gemiti inumani, trasportati dal vento e dalla polvere, le uniche cose rimaste caritatevoli in un mondo che aveva spalancato tra le sue terre le porte dell’inferno. Spettri rachitici e dagli occhi incavati assaltavano i carri con le derrate alimentari. Madri, già fantasmi, ma attaccate alla vita solo dall’ultimo urlo di disperazione, vagavano per le strade con in braccio il cadavere della propria creatura. Ciò che restava di uomini e donne marciva nelle campagne o nelle workhouse, all’interno delle quali, se si voleva un qualche aiuto, si doveva comunque lavorare.
Il governo inglese provò a fare qualcosa, prima incolpando gli irlandesi e le irlandesi di esagerare una situazione tutto sommato gestibile, e poi acquistando maggiore quantità di mais da poter vendere agli uomini e alle donne che stavano morendo di fame.
Con quali soldi, credo non lo sapesse nemmeno Dio. Forse la regina e i suoi funzionari avrebbero dovuto spiegargli meglio cosa avessero in mente.
Mia nonna Eileen, che all’epoca aveva diciassette anni, rimase ben presto sola, unica superstite della sua famiglia.
Divenne un’orfana della patata e venne imbarcata, insieme ad altre ragazze, alla volta dell’Australia: era il cosiddetto Piano Grey.
Henry Grey, terzo conte Grey e sottosegretario di Stato per le colonie, pensò, così, di risolvere il problema irlandese e di fornire ai galeotti deportati nella colonia penale una moglie della quale, di certo, essi avevano estremo bisogno. Quali che fossero i bisogni, i desideri o la volontà di quelle ragazze, a nessuno parve interessare.
Il viaggio durò centoventicinque giorni.
Ora capisce perché mia nonna ha imparato a considerare sorelle le donne che, per caso o per destino, si sono trovate con lei a percorrere un pezzo del suo sentiero?
Erano sole, su quella nave, e diventare l’una la famiglia dell’altra le ha aiutate, credo, a non impazzire di terrore.
Alcune di queste orfane di patata furono anche orfane di futuro, morendo in mare. Altre, furono orfane di identità, smarrendosi per sempre tra le strade di questo mondo nuovo e sconosciuto.
Mia nonna fu considerata fortunata: arrivò qui e si sposò con mio nonno.
Il fatto che passò la vita a nascondersi dalla bottiglia e dalle botte del marito pare non interessare a nessuno. È morta senza aver mai più voluto assaggiare anche un solo cucchiaio di patate.
Ecco qui: questo è il mio pane e questa è la mia storia, la storia di mia nonna.
Grazie per avermi permesso di scrivere di lei.
Grazie per aver regalato alla orfana Eileen almeno la possibilità e il diritto alla memoria.
La abbraccio forte, sorella mia, in qualunque angolo di mondo lei abbia scelto di chiamare casa, augurandole di potersi riconoscere, sempre, ovunque la vita la porti a camminare».

***

Articolo di Sara Balzerano

Laureata in Scienze Umanistiche e laureata in Filologia Moderna, ha collaborato con articoli, racconti e recensioni a diverse pagine web. Ama i romanzi d’amore e i grandi cantautori italiani, la poesia, i gatti e la pizza. Il suo obiettivo principale è avere, sempre, la forza di continuare a chiedere Shomèr ma mi llailah. Studia per sfida, legge per sopravvivenza, scrive per essere felice.



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