La donna degli alberi

«Nessuno crede che le donne possano davvero avere ali di fata. E decidere così un giorno di volare via».

In un momento di crisi esistenziale profonda una donna non più giovane decide di lasciarsi dietro un elenco di cose che la legano alla città e di trasferirsi nella baita di montagna in cui ha trascorso bellissimi momenti della sua infanzia. Di fronte alla baita si trova il Monte, mai identificato con un nome particolare. Non sapremo di quale Valle si tratti, perché non ha importanza ai fini della storia, anche se qualche indizio emerge nei ringraziamenti alla fine del libro e forse potremmo trovarci in Val d’Ayas, la Valle che ha curato un altro scrittore a noi caro, che ha deciso di viverci per parte dell’anno, Paolo Cognetti. Chi scrive la conosce bene, per avervi trascorso 18 anni della sua vita, alternandola alla vita di città, dove la richiamava il lavoro. L’incipit del romanzo è potente, di quelli che difficilmente dimenticheremo, perché descrive tutto ciò che è insopportabile della frenetica esistenza cittadina e su quasi tutto capita di essere pienamente d’accordo con la protagonista. Eccone un assaggio: «Lascio dietro di me le cose che non comprendo, quelle che non posso cambiare, lo sguardo ostile di chi non ti conosce, le bottiglie di plastica, la città piena di assenza, i cellulari che rubano il tempo… le cartacce per terra, l’auto davanti alla discesa dei disabili, il menefreghismo diffuso, la televisione dell’apparire, chi non ha tempo di salutare… la ricerca dell’affare, che è approfittare… la troppa informazione che cela la verità, i tanti oggetti inutili e dannosi…». L’elenco continua ed ha il potere di farci riflettere subito sulla difficoltà di vivere in un mondo simile, che poi è il nostro. La protagonista, «traditrice di sé stessa», ha bisogno di ritrovarsi o trovarsi per la prima volta e di imparare a volersi bene. In questo la montagna è una cura, una sfida a conquistarsi ogni meta con fatica e ad apprezzare la meraviglia delle piccole cose, stupendosi degli alberi, degli uccelli, degli animali e delle persone che abitano il bosco: una Guaritrice muta e lo Straniero, un uomo che vuole piantumare alberi sul lato della montagna su cui ha deciso di risistemare un rifugio. La protagonista rimane nella baita per un anno, da ottobre a settembre, seguendo le stagioni e i cambiamenti e abituandosi ad osservare tutto quello che la circonda, con uno sguardo libero e attento. È attratta soprattutto dagli alberi, anche da quelli caduti o colpiti dalla bufera: «Ogni anello è un anno di vita della pianta, racconta come questa ha vissuto, quali eventi ha dovuto superare. Mio padre mi spiegava che gli anelli più larghi indicano annate prospere, con piogge abbondanti e climi temperati, quelli più stretti sono invece gli anni difficili, nei quali l’albero ha dovuto resistere… Gli anni lasciano tracce anche dentro di noi… Quello che siamo oggi, e che mostriamo, è solo l’ultimo dei nostri cerchi, che come gli altri passati sta tra le tempeste e resiste. Fin quando ci riesce».

Ogni incontro con la popolazione che abita il bosco, sia essa vegetale o animale o umana, è un’occasione per riflettere e tutto il libro alterna descrizioni a pensieri profondi. Più volte si è portati/e a rileggere certe osservazioni e a soffermarsi su di esse, per la loro intensità e perché molte ci interpellano, come un breviario. Commoventi i rapporti con la volpe che s’avvicina cauta e diffidente in cerca di cibo all’inizio e poi si fida fino a farsi accarezzare e il gufo che bubola e osserva, ma anche con il tasso, il cinghiale e l’orso, solo immaginato dalle tracce che lascia. Un ruolo importantissimo riveste la neve. Col tempo la protagonista, di cui non sapremo mai il nome, impara a riconoscere e distinguere le orme del lupo, del furetto, del cervo, del coniglio, della lince, diversi tipi di uccelli e di fiori, il volo dell’Aquila, «spirito benigno», che l’accompagna nelle sue crisi e nelle sue preghiere laiche, perché la donna non è credente a differenza di coloro «la cui caparbietà e insistenza riesce a far esistere Dio». La baita è piena di ricordi ma il cammino per accettarsi è lungo perché la protagonista si è persa, ha lasciato che altri decidessero per lei, si è fatta in un certo senso “usare” nei rapporti che ha intrattenuto e qui, in montagna, si è ripromessa di «ripassare le sue mancanze e mantenere inviolata la fame di vivere pienamente. In armonia con quello che c’è con chi c’è».

Chi ci parla è una donna, ma l’autore del libro è un uomo, che lo ha scritto «per le donne della sua vita, che lo hanno accolto, accudito, amato e reso un uomo migliore». Lorenzo Marone, che già avevamo conosciuto per la trasposizione cinematografica del libro La tentazione di essere felici con La tenerezza, dove aveva mostrato di conoscere molto bene le inquietudini di chi vive in un mondo che non gli corrisponde, sfiora con questo romanzo la poesia e attraverso la sua protagonista interpella tutte e tutti noi. Del rapporto con lo Straniero non scriverò, per non togliere la sorpresa a chi leggerà, ma avrà un ruolo fondamentale per la protagonista. Non sarà però una relazione intensa e pacificatrice come quella con altre due donne del libro, oltre alla Guaritrice: la Rossa e la Benefattrice: «In questi mesi ho conosciuto per lo più donne e nessuna ho sentito nemica».

Sullo sfondo delle profonde riflessioni della protagonista c’è sempre la Natura e il nostro rapporto con lei, in particolare, ma non solo, con gli animali, da quello che la seguirà per buona parte dell’anno, il Cane, alle formiche, alle cicale che si consumano con il loro canto, ai grilli, alle mosche, alle lucertole. Commovente il ricordo dell’infanzia: «Da bambina ne afferrai una per la coda e me la rigirai tra le mani… pensai di tenere l’animale con me, ma poi sotto le squame vidi un minuscolo cuore che pulsava di paura. E fu allora, ricordo bene, poggiata a quel muretto a secco, che ebbi in dono l’empatia con gli animali, imparai in solitudine la lezione più grande, che la vita batte allo stesso modo in ciascuno di noi, e puoi decidere di rispettarla o di non farlo, vie di mezzo non ne esistono».

Attraverso pianti, urla e danze nel bosco, escursioni, incontri con gli animali e preghiere laiche la donna, alternando alti e bassi, si rinfranca. Oltre allo stupore e alla meraviglia per il creato, vuole fare qualcosa da lasciare anche dopo di sé e piantumerà tutto un lato del Monte e altri luoghi di semi di abete «sperando che una buona parte dei semi domani saranno alberi, rifugio per animali e riparo per i viandanti». Assisterà anche a un incendio e si addolorerà per gli animali e gli alberi, che non possono scappare. Quanto ci è vicina questa sensazione pensando agli incendi estivi in Italia e a quelli terribili negli Stati Uniti, in Grecia, in Turchia e due anni fa in Australia! «Il tempio andava in fiamme e i pilastri vivi che lo sorreggono bruciavano con un sibilo soltanto, un vecchio organismo saggio e benevolo che attira i prodigi e rinnova gli animi stanchi moriva davanti a me senza un lamento, e io assistevo inerme al crollo della più grande fra le cattedrali». «Un bosco vive cinquecento anni, costruisce nei secoli, si fa casa per gli animali, riserva d’acqua, spugna che assorbe anidride carbonica e dà respiro».

La donna degli alberi imparerà a intrecciare cestini di rami, come le ha insegnato lo Straniero, ripristinerà una vecchia mulattiera e sarà felice di vedere che alcuni escursionisti la percorreranno, anche grazie al suo intervento che mette insieme le cose, rammenda, ricuce. Solo alla fine la protagonista troverà il proprio nome, quello che il villaggio le ha assegnato, considerando la pervicacia con cui ha disseminato il monte e la valle di semi: la Donna degli alberi e sceglierà per sempre la montagna, cogliendo un’occasione che le si presenterà, inaspettatamente e in modo del tutto naturale. Avrà imparato ad essere grata per le piccole cose e che fare qualcosa per gli altri, come la Guaritrice, la Rossa, la Benefattrice e lo Straniero le hanno insegnato, o qualcosa che resti, è ciò che dà senso alla sua vita. Un po’ come recita un’altra “madre di tutte noi”, pur se mai diventata, come la protagonista, madre biologica, Emily Dickinson, nell’esergo di questo libro insolito e prezioso: «Se allevierò il dolore di una vita/o guarirò una pena/o aiuterò un pettirosso caduto/ a rientrare nel nido/ non avrò vissuto invano».

La donna degli alberi è un’opera dedicata «A chi ha il fiato corto, ai calpestati, alle loro piccole e grandi ribellioni» ed è un piccolo inno alla gratitudine e all’amore per la Natura in tutte le sue manifestazioni che porteremo a lungo nel cuore. Da leggere, da rileggere e da portare con sé nelle passeggiate nei boschi.

Lorenzo Marone
La donna degli alberi
Feltrinelli Editore, Milano, 2020
pp. 224

***

Articolo di Sara Marsico

Abilitata all’esercizio della professione forense dal 1990, è docente di discipline giuridiche ed economiche. Si è perfezionata per l’insegnamento delle relazioni e del diritto internazionale in modalità CLIL. È stata Presidente del Comitato Pertini per la difesa della Costituzione e dell’Osservatorio contro le mafie nel sud Milano. I suoi interessi sono la Costituzione , la storia delle mafie, il linguaggio sessuato, i diritti delle donne. È appassionata di corsa e montagna.

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