La fine delle case chiuse

A più di settant’anni dalla Legge Merlin ripercorriamo le questioni salienti che si ponevano per l’Italia del secondo dopoguerra. È il 6 agosto del 1948 quando la senatrice Angelina Merlin presenta la proposta di legge «Abolizione della regolamentazione della prostituzione, lotta contro lo sfruttamento della prostituzione altrui e protezione della salute pubblica».
Da quel testo passeranno poco meno di dieci anni, e dopo ulteriori modifiche in commissione, si arriverà solamente nel 1958 alla sua approvazione definitiva. Nel mezzo due legislature e soprattutto un iter tortuoso e ostaggio dell’ostruzionismo parlamentare che vide coinvolto proprio il Partito Socialista di Lina Merlin.

Il primo progetto di legge
Con il progetto di legge presentato per la prima volta nel 1948 la senatrice andava a intaccare un sistema di regolamentazione che ha radici antiche nella storia del Regno d’Italia e ha mosso i primi passi con l’unificazione del Regno. Il nascente Regno d’Italia infatti, alla stregua del modello napoleonico, aveva regolamentato il meretricio con l’estensione del Regolamento Cavour del 1860. Nonostante le modifiche negli anni resterà in vigore fino al settembre del 1958, quando le famigerate ‘case chiuse’ cesseranno definitivamente di esistere.

Il sistema regolamentista scelto dall’Italia prevedeva un forte controllo da parte dell’autorità di Pubblica Sicurezza. Cardini di questo sistema erano, oltre alla presenza dei locali di meretricio, la registrazione obbligatoria delle prostitute all’interno dei registri delle questure, il controllo sanitario periodico obbligatorio e la dura repressione contro quelle meretrici chiamate “clandestine” o sospette, ossia che esercitavano il meretricio senza iscrizione nel registro o che rifiutavano di sottoporsi a visita medica obbligatoria.
Nella relazione introduttiva al progetto di legge Merlin la senatrice non ha voluto usare troppi giri di parole: si tenta di scardinare un sistema coercitivo e schiavistico e lo si vuol fare avvalendosi di questi principi e norme costituzionali sanciti dal nuovo testo Costituzionale, entrato in vigore dal 1°gennaio del 1948. In particolar modo tre articoli saranno fondamentali, il 3, il 32 e il 41, a testimonianza di come, nonostante l’entrata in vigore di una Costituzione moderna e innovativa sotto il profilo dei diritti e delle libertà, fosse ancora enorme il lavoro da fare per cancellare e riformare leggi e usanze radicate nel tempo.

Sfruttamento, impunità e doppia morale
La chiusura delle case, come leggiamo nella relazione al progetto di legge, è «la logica premessa della lotta contro lo sfruttamento della prostituzione altrui e contro la tratta delle donne». Allo stesso tempo il divieto di registrazione e schedatura punta «ad impedire la continuazione, sotto qualsiasi forma, del sistema schiavistico» in modo da impedire «un marchio d’infamia ad una categoria di cittadini».
I mezzi repressivi utilizzati dallo Stato per cercare di porre un freno alla prostituzione cosiddetta ‘clandestina’ costituiscono poi una «intollerabile violazione delle leggi di umanità» e in altri paesi sono stati sostituiti da un sistema più razionale di «prevenzione della prostituzione e della facilitazione della riabilitazione». Fine ultimo del progetto di legge poi è quello che dopo la chiusura delle case la mentalità comune si possa evolvere di fronte a un sistema «che mette in pericolo la libertà e la sicurezza di tutte le donne che vengono automaticamente sottoposte alla minaccia delle più odiose inquisizioni». E all’interno di questo sistema l’impunità «è già assicurata dal silenzio delle vittime, che questi abusi non denunciano mai per timore di scandali».

Nell’Italia arretrata e ancora fortemente agricola del secondo dopoguerra il tema della prostituzione è ancora considerato un tabù. Un male necessario, volto a soddisfare i bisogni e gli istinti più bassi della popolazione maschile. Qualcosa da non vedere nelle pubbliche vie e piazze, e da relegare quindi in appositi locali, al riparo dalle apparenze. Sono in tanti a considerare la prostituzione un bene che tutela la famiglia e l’ordine sociale, garantendo i valori tradizionali. Non è un caso che il giornalista Indro Montanelli, intervenendo nel dibattito con il pamphlet Addio Wanda, sostenga che la chiusura delle case chiuse porti al crollo «dell’intero edificio, basato su tre fondamentali puntelli, la Fede Cattolica, la Patria, e la Famiglia».

Le lettere dalle case chiuse
Nell’analisi del dibattito mi sono imbattuto in documenti fondamentali sul fenomeno della prostituzione, le lettere scritte dalle prostitute e inviate a Lina Merlin nel periodo in cui il disegno di legge era entrato nel dibattito pubblico.
Queste missive, pubblicate in un piccolo volume e tutt’oggi ancora disponibili gratuitamente sul sito della Fondazione Anna Kuliscioff, sono state per me l’elemento più importante per capire il grande senso di giustizia sociale che animava Lina Merlin.
Le lettere fanno luce sull’universo della prostituzione, scoperchiano un mondo nascosto e omertoso, fatto di ricatti, debiti, intrighi, vessazioni e raggiri. In questo mondo tante donne finivano per caso, vittime di persone di cui si fidavano, oppure con la speranza di un lavoro onesto nello spettacolo. La disperazione di chi scrive, il grido di tante donne emerge imponente nel dibattito sulle case chiuse, svelando la grande disumanità che si celava in quei locali.

Il dibattito parlamentare
Nel corso del dibattito parlamentare il disegno di Legge Merlin è stato oggetto sia di critiche che di un decisivo ostruzionismo. Presentato nella I legislatura, il disegno di legge aveva tutti i numeri per essere votato e approvato in tempi certi, ma è stato ostaggio di un’opera di rallentamento in cui gli stessi deputati socialisti hanno avuto un ruolo sicuramente determinante, al punto da causare l’ira di una senatrice battagliera e non incline ai compromessi come Lina Merlin.
Nel dibattito prevalgono due atteggiamenti ben radicati. Da un lato quello abolizionista, più vicino alle istanze di rinnovamento e di giustizia sociale, che volevano portare l’Italia a cancellare tutte quelle norme e leggi in contrasto con la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Dall’altro, invece, vediamo contrapposte posizioni prudenti e molto rigide sul tema, che in molti casi sono portate avanti da parlamentari medici e igienisti. È loro l’appello alla prudenza sanitaria e all’igiene: il pericolo è infatti che la fine delle case chiuse possa portare a un enorme pericolo sanitario, con conseguente aumento delle malattie veneree. È proprio su questa questione che si ergerà il fronte dell’opposizione alla Legge Merlin, che vede tra tutti il medico e senatore socialdemocratico Gaetano Pieraccini, figura importante della Resistenza fiorentina, schierarsi contro il progetto di legge con grande ostinazione e carisma.

Comunque, nonostante l’ampia maggioranza di cui godeva il disegno di legge, sono dovuti passare quasi dieci anni prima della sua approvazione definitiva. Forte in questo periodo è stata l’attività di lobbying dei proprietari delle case di prostituzione, che hanno fatto molte pressioni per impedire l’approvazione del disegno di legge. Determinante fu comunque la Democrazia Cristiana che impedì al progetto di legge di insabbiarsi nuovamente anche nella II legislatura. Decisivo fu anche il ruolo del governo e in particolare del suo Ministro dell’Interno Mario Scelba, il quale, nelle ultime sedute in cui venne votato il testo definitivo, intervenne personalmente in Parlamento per velocizzare l’approvazione degli articoli.

Una legge non capita
Dall’analisi del dibattito nell’opinione pubblica emerge chiaramente come la Legge Merlin sia stata all’epoca una legge non capita e non sufficientemente popolare. Non basta imputare la colpa di ciò all’arretratezza del costume degli italiani e al ruolo marginale che la donna, nonostante l’esperienza della Resistenza, doveva ricoprire nella società.
A questo contribuì, a mio avviso, anche la stampa italiana che preferì non sempre spiegare le implicazioni che questa legge conteneva al suo interno, oltre all’abolizione delle case chiuse in sé e per sé. È mancato quell’elemento di raccordo tra la stampa e l’opinione pubblica, con la prima che ha preferito rincorrere la seconda. E con la figura di Angelina Merlin, il cui nome non è solamente legato a questa importante legge, che è stata spesso oggetto di insulti, minacce di morte e del più bieco odio. A distanza di anni, a seguito delle numerose bocciature di incostituzionalità da parte della Corte Costituzionale, non mancano le proposte di modifica della Legge Merlin da più parti politiche.

E a distanza di anni si leggono, pur con i doverosi distinguo, atteggiamenti e modi di pensare simili sul tema della prostituzione anche tra gli ambienti progressisti, diretta conseguenza di una società liberista che non riesce spesso a raccontare con sufficiente chiarezza le dinamiche di sfruttamento insite nel fenomeno della prostituzione.

La tesi integrale al link: https://toponomasticafemminile.com/sito/images/eventi/tesivaganti/pdf/128_Bardelli.pdf

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Articolo di Alessio Bardelli

Freelance dal 2015, mi sono occupato di Legge Merlin e di storia della prostituzione. Penso che sempre più uomini debbano interessarsi di tematiche di genere e di storia delle donne. Lavoro nei Beni Culturali e sono un appassionato di musica rock e libri.

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