La donna greca. Ateniesi e Spartane a confronto

Fin dai tempi più antichi le donne greche sono presentate come brave casalinghe che vivono nella parte interna della casa, che da loro assume, appunto, il nome di gineceo, e si prendono cura di tutto ciò che accade fra le pareti domestiche.

Così Ettore si rivolge all’amata Andromaca al momento di partire per la guerra di Troia dove l’attende morte certa:

«Su, torna a casa, e pensa all’opere tue,
telaio, e fuso; e alle ancelle comanda
di badare al lavoro; alla guerra penseran gli uomini
tutti e io sopra tutti, quanti nacquero ad Ilio».

La musica non cambia. Così Telemaco parla alla madre Penelope:

«Su, torna alle tue stanze e pensa all’opere tue,
telaio e fuso; e alle ancelle comanda
di badare al lavoro; all’arco penseran gli uomini
tutti, e io sopra tutti; mio qui in casa è il comando».

La conocchia, il fuso è il simbolo per eccellenza delle donne virtuose. La donna modello è colei che dunque vive nel gineceo a tessere e a filare. La fedele Penelope passa anni e anni a tessere la sua famosa, interminabile tela.

Intorno alla signora, padrona di casa, gravita una nutrita schiera di schiave a sua completa disposizione giorno e notte. Le ancelle la vestono, la pettinano, la truccano e l’aiutano nelle faccende.

Penelope al telaio con il figlio Telemaco. Pittura vascolare su “skyphos”
(bicchiere a due manici). Attica a figure rosse (440 a.C. circa).
Chiusi, Siena – Museo Archeologico Nazionale 

È compito delle donne preparare il bagno e ungere gli uomini con oli profumati. Sappiamo da Omero che la giovane Policasta, figlia di Nestore, prepara il bagno per Telemaco e poi lo massaggia con olio d’oliva. Elena riferisce che quando era a Troia lei stessa lavava e poi ungeva Ulisse, entrato di nascosto in città.

La donna greca vive sotto la tutela permanente di un maschio di famiglia: finché è nubile è il padre a farle da tutore o un fratello (qualora il genitore venga a mancare); una volta sposata, è il marito o il figlio maggiorenne o comunque il parente maschio più prossimo, nel caso resti vedova, il che fa di lei un’eterna protetta, una minorenne a vita.

Quando dà alla luce un figlio, sta al marito, signore assoluto del nucleo familiare, decidere se mantenerlo in vita o farlo esporre perché sia adottato o muoia e nessuno glielo può impedire. La moglie ha scarsa voce in capitolo. Non può possedere beni propri, quindi in mancanza di un patrimonio deve dipendere dal marito per la sua sopravvivenza economica.
Non ha personalità giuridica e non gode dei diritti civili e politici. Nel caso riceva un’eredità, è il marito a gestirla e controllarla in nome della consorte.
La donna è tenuta a mantenere un contegno onesto, decoroso e riservato.

Conserva, ad ogni modo, un minimo di autonomia e non vive del tutto come una monaca di clausura: partecipa in particolare alle celebrazioni e solennità religiose; i poemi narrano come Andromaca ed Elena passeggino liberamente per le vie di Troia, sia pure sotto scorta. Appuntamenti e incontri amorosi tra “garzoni e fanciulle” avvengono al di fuori delle mura cittadine, lontano da sguardi indiscreti.

Elena. Particolare della scultura di Antonio Canova (1812)

In presenza di ospiti uomini, le donne non sono obbligate a nascondersi ai loro occhi, ma possono restare e nessuno si scandalizza.

Le ragazze si sposano in genere tra i 15 e i 18 anni. Il matrimonio è un atto privato, non pubblico, un vero e proprio contratto tra due famiglie, una specie di compravendita come si fa con qualsiasi bene materiale, una semplice convivenza sotto lo stesso tetto. Sposandosi, con la sua persona la giovane reca con sé anche la propria dote, consistente generalmente in una somma di denaro. Se la moglie muore senza figli o in caso di divorzio consensuale, la dote va restituita alla famiglia di lei.

Alla moglie non è dato divorziare. Solo il marito, che è suo tutore, può chiedere di sciogliere il contratto matrimoniale. Come ogni regola, non mancano, però, le eccezioni. La moglie di Alcibiade, Ipparete, presenta istanza di divorzio comparendo di persona davanti all’arconte, il supremo capo della città. Ce lo racconta Plutarco: «Ipparete, moglie obbediente e affezionata, soffriva di questo suo matrimonio, perché il marito passava il suo tempo con etère, straniere e cittadine: alla fine abbandonò il tetto coniugale e andò a vivere da suo fratello. Alcibiade non se ne dette pensiero e continuò a divertirsi: così Ipparete fu costretta ad avanzare all’arconte la richiesta di divorzio, e non tramite terzi, ma personalmente. Mentre si stava recando dal magistrato come prescriveva la legge, Alcibiade le piombò addosso, l’afferrò per un braccio e la trascinò per la piazza, dirigendosi verso casa: nessuno osò opporsi o strappargliela di mano. E così la donna continuò a vivere con lui sino alla morte, che sopraggiunse poco tempo dopo, mentre Alcibiade navigava verso Efeso. Questo atto di violenza non fu per nulla giudicato illegale o disumano: la legge, infatti, a quanto sembra, stabiliva che a presentarsi in tribunale fosse la donna che voleva il divorzio, proprio per offrire al marito la possibilità di incontrarla e recuperarla».

Fedeltà coniugale, ubbidienza e sottomissione al marito fanno la moglie perfetta, che ovviamente è tenuta anche ad essere un’ottima madre di esempio per i propri figli. Il marito che sorprende la moglie in flagrante adulterio, ha il diritto di uccidere il seduttore seduta stante e di ripudiare la adultera. Lui è libero, invece, di avere una concubina e di fare l’amore con lei all’interno della casa coniugale, quasi sotto gli occhi della moglie. Di solito è una schiava, vale a dire una prigioniera di guerra assegnata come parte del bottino al guerriero vincitore, a volte è la figlia di un cittadino finito in miseria.

Preparativi nuziali, 440-430 a.C. Atene, Museo Archeologico Nazionale

Diversa rispetto alla realtà è la visione che Platone ha della donna. Nella Repubblica il grande pensatore la considera degna di ricoprire alte cariche nello Stato poiché l’unica differenza tra uomo e donna è l’attività procreatrice e non ha importanza la minore forza fisica femminile per le attività politiche e sociali, e poiché «le facoltà sono state distribuite in maniera uniforme tra i due sessi, la donna è chiamata dalla natura a tutte le funzioni, proprio come l’uomo», compresa la guerra per proteggere e difendere la città dai nemici. Resta però inteso che tali prerogative appartengono soltanto alle mogli delle classi dirigenti da cui sono state educate. Per Platone in un’ideale città-stato le donne sono chiamate a partecipare alla vita politica e ascendere alle pubbliche cariche, come la magistratura, poiché costituiscono la metà della popolazione e quindi è necessario che «la donna, nella misura del possibile, condivida i lavori dell’uomo, sia nell’educazione, sia in tutto il resto».

Paradossalmente, le donne che vivono in campagna sono molto più libere e autonome delle donne di città in quanto contribuiscono attivamente al reddito familiare, vendono le risorse che esse stesse producono attraverso il lavoro agricolo o artigianale: olio, olive, frutta e verdura, erbe aromatiche, tessuti, oli profumati, pettini, piccoli gioielli, nastri, insomma un po’ di tutto. Le più intraprendenti accumulano con i loro commerci notevoli quantità di denaro.

Si tramanda che durante la guerra di Troia, combattuta verso il 1284 a.C., una certa Epìpola, poiché il padre è troppo anziano e non ha figli maschi da mandare in guerra, sia la prima donna della storia che si traveste da uomo decisa a combattere contro gli Achei, ma, una volta scoperto il suo sesso, viene uccisa a sassate, malgrado Achille supplichi perché le sia risparmiata la vita.

Caso più unico che raro nel mondo greco, come riferisce sempre lo storico Plutarco, nel 510 a.C. «dopo che Cleomène, re degli Spartani, ebbe ucciso molti degli abitanti di Argo e marciava contro la città, una grandissima paura accese nelle donne di Argo un singolare coraggio di scacciare i nemici in difesa della patria. Sotto il comando di Telesilla, la poetessa servitrice delle Muse, impugnarono le armi e circondarono le mura così da stupire i nemici. Allontanarono Cleomène, e cacciarono via anche l’altro sovrano di Sparta, Demeràto. Salvata la patria seppellirono coloro che erano morte tra le donne mentre permisero a coloro che avevano evitato la morte di innalzare una statua di Ares in memoria della loro azione eroica».

Nel corso della battaglia di Salamina (480 a.C.), un’esperta nuotatrice, Hydna di Scione, figlia di Scillia, abile sommozzatore, nuotando per dieci miglia nel bel mezzo di una tempesta, prima dello scontro cruciale riesce a sabotare le navi nemiche tagliando le gomene delle loro ancore e lasciandole così in balia della burrasca. Merito della vittoria greca è, in parte, anche suo.

A parte questi esempi eccezionali di eroismo femminile, sappiamo che soltanto in età ellenistica gli uomini si dimostrano più disposti a condividere con le donne i privilegi che hanno monopolizzato per secoli.

Nell’anno 218 a. C. Aristodama di Smirne (di cui purtroppo non ci resta nulla) è una poeta così famosa da ottenere la cittadinanza onoraria di Lamia, nella Grecia centrale, poiché con i suoi versi, in cui loda apertamente il popolo della regione e i suoi antenati, ha contribuito a far grande e famosa la popolazione di quella terra.

Aspasia di Mileto. Roma, Musei Capitolini

Tra le donne arrivate in qualche modo ad Atene, le più povere spesso finiscono nel giro della prostituzione, lavorano nei bordelli del Pireo o in città, in determinati quartieri o demi a esse riservati, una sorta di ghetti della malavita. Le più istruite possono ambire a passare di grado, diventare cioè etère. Si tratta di prostitute d’alto bordo, simili alle raffinate geishe giapponesi, che fungono da partner ufficiali di imprenditori e politici di fama. La più nota di esse è Aspasia, compagna e seconda moglie di Pericle, che per lei abbandona la moglie legittima. Bella e intelligente, anche se i suoi denigratori la descrivono come una volgare e intrigante donna di postribolo, fa della sua casa un circolo culturale di altissimo livello, un salotto dove confluiscono e si danno appuntamento i più grandi letterati e artisti dell’epoca, da Sofocle a Fidia e a Socrate, con i quali lei discute a tu per tu in una condizione di assoluta parità.

Le etère, uniche donne ammesse ai banchetti, per lo più schiave o straniere, vi intervengono a pagamento come cantanti e suonatrici di aulòs, un tubo di canna, legno, osso o avorio, simile al moderno flauto, oppure con il plettro o con le mani suonano la lira, uno strumento a sette corde, il barbitos, una specie di cetra, o l’arpa (le cosiddette psaltriai, da psallo, “pizzicare” le corde con le dita). Il banchetto è allietato anche da danzatrici e suonatrici di percussioni.

Le donne che cantano nei cori sono scelte tra le famiglie più quotate, e prevalgono di gran lunga rispetto agli uomini in un rapporto di 80 a 20. A Delo c’è un coro permanente, oltre a strumentiste (aulete), danzatrici e acrobate che accompagnano l’esibizione corale. Cori di fanciulle e di donne adulte sono attestati anche a Corinto, tuttavia mancano nel mondo greco vere e proprie compositrici.

Rappresentazione su un vaso greco classico di una donna seduta
mentre diteggia un barbiton

Il poeta Antipatro di Tessalonica elenca come muse terrene Saffo di Lesbo (630 ca.-570 ca.), Erinna di Telo, Mirtide, vissuta tra il VI e il V secolo a.C. , Corinna di Tanagra, Telesilla di Argo, Prassilla di Sicione, Anite di Tegea, Nosside di Locri Epizefiri nella Magna Grecia. Poco o nulla sappiamo della loro musica. Ma se, com’è probabile, poeti e poete nella Grecia classica cantano, e non solo recitano, i loro versi, queste sarebbero allora le prime cantautrici e le più antiche compositrici del mondo. Nei loro componimenti esaltano l’amore, i sentimenti, la natura e l’amor di patria. Nel collegio scolastico di Lesbo, il famoso “tìaso”, una specie di convitto e conservatorio musicale, le fanciulle imparano a suonare la lira, a cantare e a danzare.
Urania, Musa dell’astronomia, come tutte le Muse, le nove sorelle figlie di Zeus e Mnemosine, è una figura femminile giovane e bellissima. Sotto il suo segno, vive e opera tra il III e il I secolo avanti Cristo a.C. un’astronoma di chiara fama, Aglaonice di Tessaglia, brava a calcolare con esattezza le eclissi lunari. Visto il suo valore, oggi le è stato intitolato un cratere su Venere.

Nel mondo greco, le rhizotomoe raccolgono le erbe pronunciando parole magiche per attivarne le virtù curative. Nell’Iliade Omeropresenta la più antica medica greca, Agamede, figlia di re, che assiste i feriti sul campo di battaglia nella pianura di Troia. «Conosce tutti i rimedi, quanti la vasta terra produce». La stessa Elena è una rinomata guaritrice: ha studiato medicina in Egitto con Polidamna e usa l’oppio come medicamento.

Mausolo e Artemisia, dal Mausoleo di Alicarnasso (ca 350 a. C.),
Londra, British Museum

Nel IV secolo a. C. Artemisia, sorella e moglie di Mausolo, re di Caria, espertissima erborista, conosce le proprietà terapeutiche di tutte le piante officinali. Secondo il mito, è famosa anche per aver sepolto… il marito nel suo corpo, unica donna al mondo forse a fare di sé stessa la tomba dell’ amatissimo consorte. Lo fa cremare e poi, mescolate le ceneri con acqua, beve tutta la coppa fino all’ultima goccia.

Nella società greca le donne partoriscono sedute su una sedia con due braccioli o su un semplice sgabello assistite da una levatrice che taglia il cordone ombelicale e poi lo lega con un filo di lana. Come accade spesso nell’antichità, e non solo, molte muoiono per emorragia, per setticemia o per altissime febbri puerperali causate da infezioni e scarsa igiene. Frequenti anche le malattie agli organi genitali, perché per pudore non si fanno visitare né curare né aiutare a partorire dagli uomini.

Alle donne, che pure sono espertissime nel preparare unguenti, balsami e profumi, è vietato per legge studiare medicina. Ma nel IV secolo a.C. una ragazza, Agnodice, travestita da uomo, va ad Alessandria d’Egitto per studiare ostetricia con Erofilo, noto medico e anatomista. Ritornata ad Atene, esercita brillantemente la professione, sempre vestita da uomo. Rivela la sua vera identità solo alle donne da curare. I medici ateniesi invidiosi accusano il loro collega di corrompere e di sedurre le pazienti. I giudici dell’Areopago, il più antico tribunale di Atene, nei pressi dell’Acropoli, lo condannano a morte.Agnodice allora, davanti a tutti, si sfila la veste e si fa vedere completamente nuda. Non per questo i magistrati revocano la pena capitale, ma in seguito, mossi a pietà dalle suppliche delle mogli e delle figlie degli uomini più importanti della città, permettono non solo ad Agnodice ma a tutte le donne di studiare medicina e di esercitare la professione medica, solamente con pazienti donne.

Agnodice, davanti all’Areopago. Rilievo in pietra presso la costruzione del destino della medicina a Parigi

La donna impara la scienza medica in famiglia in quanto moglie, vedova, figlia o sorella di un medico oppure segue un corso di formazione presso un medico. Ci sono non sono solo màiai, cioè levatrici, ma valentissime iatrìnes, medichesse con la maiuscola.Dea della salute è Igea, che in greco vuol dire proprio “salute, medicina”,spesso raffigurata con in mano una coppa nella quale si abbevera un serpente. Igea è una delle sei figlie di Asclepio, noto poi a Roma col nome di Esculapio.

Il grande medico Galeno, vissuto nel secondo secolo d.C., fa i nomi di molte dottoresse. Numerose giovani frequentano la scuola di ostetricia e ginecologia di Cnido, sulla costa dell’Asia minore.

L’abito nazionale delle donne greche è il peplo, un rettangolo di stoffa, generalmente di lana e di colore bianco drappeggiato intorno al corpo, che lascia le braccia scoperte, fermato in vita da una sorta di cintura.
L’himation è un mantello identico per i due sessi, al punto che lo stesso può essere indossato indifferentemente dalla moglie o dal marito. Col tempo l’himation femminile diventa più ornato e ha i bordi rifiniti da frange. Può essere indossato attraverso la testa, oppure facendolo passare da sotto l’ascella alla spalla opposta.
Una fascia di tessuto, chiamata strophion, funge da reggiseno. In testa si usa un triangolo di tessuto leggero ricadente sulle spalle, con mera funzione ornamentale. Il cappello è il kredemnon, di forma simile al petaso maschile.
Nelle rappresentazioni delle divinità femminili si vede spesso il pòlos, un copricapo di forma cilindrica o quadrangolare.

Nelle epoche più antiche sono comuni le trecce ricadenti sulle spalle, un must delle acconciature femminili. Le aristocratiche hanno delle schiave preposte a pettinarle e intrecciare le loro chiome. La pettinatura standard vuole una scriminatura al centro del capo e le bande di capelli raccolte morbidamente sulla nuca dove sono trattenute e legate con nastri o con reticelle, diademi, trecce, spilloni, ornati a loro volta con pietre preziose.
I capelli vengono unti e profumati con essenze aromatiche a base di spezie, fiori e oli. Spesso sono tinti di nero-blu con riflessi metallici.
«Due, tre volte al giorno si trucca e si profuma. / Sempre pettinatissima la chioma / sciolta e di fiorite ghirlande adorna. / Una tal donna è tutta uno spettacolo / ma per chi l’ha sposata è un grosso guaio. /A meno che non sia principe o re». Scrive Semònide di Samo nel VII secolo avanti Cristo.

Nella raffinata Atene le donne amano moltissimo la cura del volto e del corpo. Accentuano il colorito candido del viso con un pigmento, la biacca o bianco di piombo, truccano gli occhi di nero con il kohl, colorano le palpebre in blu o verde con pigmenti vegetali, scuriscono le ciglia e le sopracciglia con il carbone o con l’antimonio, esaltano le guance usando vari tipi di fard: il minio, ovvero l’ossido di piombo; la polvere di alcanna, un colorante rosso che si estrare dalle radici di un arbusto spinoso; oppure un pigmento ricavato dal corpo essiccato di un insetto, la cocciniglia del carminio; il succo di more, fragole e barbabietole ed estratti di alghe. Per le labbra usano argilla rossa o un estratto di licheni, applicato con un apposito pennellino.

Il coraggio delle donne di Sparta, di Jean-Jacques-François Le Barbier.
XVIII secolo

Tutta altra aria rispetto al resto dell’Ellade si respira a Sparta, l’irriducibile antagonista di Atene. Qui tutti i cittadini, maschi e femmine indistintamente, secondo le ferree direttive licurgiche, sono soggetti alle direttive statali fin dal primo giorno di vita.

Sparta ha un sistema di istruzione obbligatoria e identica per tutti, ragazze e ragazzi, laddove nelle altre città l’educazione è lasciata a discrezione e libera scelta dei genitori, i quali fanno studiare solo i maschi e non si curano affatto di dare un’istruzione alle femmine. Le spartane devono diventare madri robuste, gagliarde e vigorose, forti e di sana costituzione fisica e mentale, nella speranza di partorire figli altrettanto capaci e abili. Anche le femmine iniziano a studiare all’età di sette anni e terminano il ciclo di studi dopo i diciotto anni, all’incirca l’età in cui sono mature per sposarsi. Che le spartane sono brave a leggere e a scrivere lo provano le lettere inviate dalle madri ai loro figli partiti per la guerra.

L’addestramento femminile comprende due livelli, uno ginnico, sportivo, atletico e l’altro artistico: da una parte l’educazione fisica per rafforzare il corpo, dall’altra la mousikè, insieme delle belle arti (poesia, canto, musica e danza) per affinare lo spirito e le qualità intellettuali. Tra gli sport praticati dalle ragazze la corsa, il combattimento corpo a corpo, il lancio del disco e del giavellotto, l’equitazione. Teocrito descrive due fanciulle che si addestrano in compagnia dei ragazzi lungo il fiume Eurota, e allo stesso modo dei maschi si ungono tutto il corpo.

Le ragazze, come i loro coetanei, si allenano nude, però in spazi separati dai maschi. La forza delle donne spartane è proverbiale in tutta la Grecia. Clearco di Soli (metà del III secolo) riferisce che per convincere gli uomini titubanti a sposarle sono capaci di prenderli a calci e pugni fino a sfidarli e a battersi con loro in una lotta senza esclusione di colpi, una chiara dimostrazione della loro enorme carica di energia e vitalità.

A Sparta, a differenza di quanto accade alle loro “sorelle” ateniesi, le ragazze vengono allevate come i maschi: per avere figli forti e sani devono avere una forma perfetta. Atletiche, sportive e ben allenate, si esercitano nella ginnastica, nella lotta, nelle corse a piedi e a cavallo, tutte prove fisiche svolte in pubblico davanti a spettatori adulti, e partecipano completamente nude dalla testa alla punta dei piedi anche alle Gimnopedìe, le feste dei “giovani nudi” che si celebrano ogni anno in onore di Apollo, Artemide e Latona.

Le spartane sono le uniche donne greche a partecipare alle Olimpiadi: la principessa Cinisca è la prima vincitrice dei giochi Olimpici vincendo la corsa delle quadrighe ben due volte, nel 396 e nel 392 a.C.

Artemide Orthia, dea di Sparta. Ex-voto su lastra d’avorio.
Museo archeologico di Atene

Le giovani prendono parte attivamente a tutte le principali feste religiose intonando un coro, il partenio, di cui Alcmane è l’autore principale. Imparano i canti a memoria, ma non si tratta solo di canti religiosi, affrontano anche inni di carattere profano.

Le spartane sono tra le greche quelle che si sposano più tardi: assolutamente non prima dei diciotto anni, in genere fra i 18 e i 22 anni, mentre l’uomo può restare celibe anche fino ai trenta anni. È auspicabile che siano molto prolifiche: chi dà più figli alla patria è maggiormente stimata. La donna che muore durante il parto ha l’onore di avere il suo nome inciso sulla lapide funebre.

Particolare è il cerimoniale delle nozze: l’intermediario, dopo aver rasato la ragazza, le consegna degli abiti di taglio maschile, sandali e un mantello, dopo di che la lascia sola in un luogo appartato. Il promesso sposo deve lasciare la sissizia (il pasto militaresco in comune) per andare a incontrare la futura moglie, sempre al buio, in piena notte, e dopo aver fatto sesso con lei, lasciandola nuovamente da sola, torna per raggiungere i suoi compagni di stanza alla caserma dove alloggia prima che spunti la nuova alba. Il matrimonio deve restare segreto finché non nasce il primo figlio.

La vita matrimoniale viene gestita con molta libertà e anticipa di parecchi secoli i tempi moderni. Se i mariti più anziani prestano le loro donne ancora giovani e forti ai guerrieri più valorosi per generare figli altrettanto forti, le mogli (Plutarco è la fonte autorevole) a volte hanno un amante segreto, così il nascituro potrà ereditare due lotti di terreno al posto di uno. Non ha nessuna importanza la paternità biologica. La libertà sessuale, quella del cedere la propria moglie non è una proposta indecente ma la chiave per mettere al mondo figli migliori e più sani. Si parla addirittura di poliandria o di poligamia, nel senso che una donna sposata è autorizzata ad avere più uomini ma solo in obbedienza alle leggi dell’eugenetica.

La donna è libera di divorziare, come è libera di avere rapporti sessuali con altri uomini, pur essendo maritata.

Figura femminile spartana danzante (V secolo a. C.). Parigi, Museo del Louvre

Durante il periodo ellenistico, alcune delle persone più ricche di Sparta sono donne, sagge amministratrici dei loro personali possedimenti e anche dei beni immobili dei parenti maschi che sono momentaneamente assenti. Dopo il IV secolo a.C. le spartane possiedono tra il 35 e il 40% di tutte le terre dello Stato, che sono loro esclusiva e inalienabile proprietà.

Al contrario delle ateniesi, le spartane godono di uno status, di un potere e di un rispetto completamente sconosciuti nel resto del mondo antico, amano condurre la vita all’aria aperta e sono libere di uscire e andare dove vogliono senza dover chiedere nessun permesso. Non vi è traccia di gineceo nelle case locali. Ai lavori domestici pensano le schiave, a crescere i figli le nutrici.

Anche se nella struttura familiare i ruoli e i compiti sono diversi per uomini e donne, le spartane, non essendo sottomesse, non vivono isolate, ma anzi sono le vere capofamiglia (in un regime pressoché matriarcale) e parte integrante del tessuto sociale. Pur rimanendo formalmente escluse dalla vita militare e politica, sono un faro agli occhi della comunità in quanto madri di valorosi guerrieri. In una società fortemente militaresca, appena gli uomini partono per il fronte, il che avviene molto spesso, le donne la fanno da padrone, si occupano non solo della casa e dell’educazione della prole ma anche di tutto ciò che accade al di fuori, e comandano gli iloti, cioè gli schiavi che lavorano alle loro dipendenze.

Le spartane si distinguono dalle donne del resto della Grecia anche nell’abbigliamento. Mentre le greche, come abbiamo detto, indossano abiti lunghi che nascondono interamente le forme del corpo, esse, invece, sono le uniche in tutto il mondo antico a vestire con tunichette corte più o meno al ginocchio che lasciano scoperte le gambe (caso più unico che raro nella storia del mondo fino al XX secolo), e amano i capelli corti, a caschetto, alla maschietta potremmo dire, una rivoluzione che nel mondo occidentale avverrà solo agli inizi del Novecento. Sotto questo profilo, le spartane sono le pioniere di una moda che verrà due millenni e mezzo dopo di loro.

Le spartane non combattono, è vero, ma in una società come la loro, fondata tutta sull’esercito e sulla guerra, in quanto generatrici di figli sani e possenti, destinati a diventare prestanti e coraggiosi opliti, contribuiscono indirettamente ai successi militari della città.

Donna spartana consegna lo scudo al figlio,
di Jean-Jacques-François Le Barbier

Come riferisce Plutarco, un giorno una straniera dice a Gorgo, moglie del re di Sparta Leonida: «Voi spartane siete le sole donne che comandano i loro uomini». Imperativa la risposta di Gorgo: «Vero, siamo anche le sole donne che generano uomini».

In più, hanno un grande spirito guerriero che le spinge a uccidere i loro figli qualora si dimostrino vili e codardi in battaglia, mentre non piangono, ma celebrano con orgoglio figli e mariti caduti in combattimento. Quando un loro caro parte per la guerra, lo ammoniscono così: «Torna con lo scudo o sopra lo scudo, ma non tornare senza scudo». Come dire: ritorna vincitore oppure cadavere, ma non con il disonore della sconfitta. Una donna spartana che partorisce tre o più figli viene premiata allo stesso modo dei soldati veterani che hanno trionfato più volte sui campi di battaglia.

In copertina: Edgar Degas, Giovani donne spartane che si esercitano nella lotta, National Gallery, Londra (1860 ca.).

***

Articolo di Florindo Di Monaco

Florindo foto 200x200

Docente di Lettere nei licei, poeta, storico, conferenziere, incentra tutta la sua opera sulla Donna, esplorando l’universo femminile nei suoi molteplici aspetti con saggi e raccolte di poesie. Tra i suoi ultimi lavori, il libro La storia è donna e le collane audiovisive di Storia universale dell’arte al femminile e di Storia universale della musica al femminile.

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