Sette formidabili donne sarde vanno in scena

L’associazione femminista di Siniscola (Nuoro) “No una de mancu” (Non una di meno) sta portando in scena da luglio, in varie località della Sardegna, un lavoro teatrale ideato e diretto da Pierangela Calzone dal titolo De Nois Oto, in cui il numero otto in realtà, posto in orizzontale, simboleggia l’infinito.

Locandina dello spettacolo De Nois Oto

Grazie al testo le attrici, trasformate in figure attraverso filtri di luce, danno vita a sette donne sarde che avrebbero dovuto essere ricordate fino dallo scorso 8 marzo, ma naturalmente tutto era stato rimandato. Lo spettacolo prende inizio da una visione silenziosa che traduce la nota fiaba Scarpette rosse nella lettura psicoanalitica di Clarissa Pinkola Estés nel suo Donne che corrono coi lupi, qui accomunate dalla nascita; quando ciascuna si presenta al pubblico pronuncia infatti proprio queste parole: «Sono nata in Sardegna». Ma vediamo quali personalità sono state scelte. Qualcuna è assai nota, dentro e fuori dell’isola, da Grazia Deledda a Eleonora d’Arborea, dall’artista Maria Lai alla medica Adelasia Cocco e anche la nostra rivista se ne è occupata a più riprese.
Tutte da scoprire invece l’intellettuale Marianna Bussalai, la psichiatra Nereide Rudas, la pittrice Edina Altara, ma su quest’ultima contiamo di ritornare nel corso dell’estate, dopo la visita alla mostra di Nuoro che la riguarda. Sarebbero tante le donne sarde da aggiungere e celebrare, ad alcune abbiamo già fatto omaggio: scrittrici, imprenditrici, cantanti, da Lia Origoni a Francesca Sulis Sanna, da Maria Giacobbe a Grazia Sanna; ad altre ci riserviamo di dedicare spazio in seguito perché in Sardegna, come ovunque del resto, non si finisce mai di scoprire personaggi da ricordare con gratitudine.

Iniziamo allora da Marianna Bussalai, detta Mariannedda de sos bator moros, nata in un paese collinare, Orani, in provincia di Nuoro, nel 1904; era la prima delle due figlie di Salvatore e Marianna Angioy, discendente del celebre politico e patriota Giovanni Maria Angioy. La madre morì assai presto e le bambine furono affidate alla zia Grazietta (Gratziedda), mentre il padre si trasferì per lavorare alle Poste prima a Nuoro, poi a Porto Torres. In sostanza fu un’autodidatta perché frequentò solo le elementari, anche per seri problemi di salute. Di cosa soffrisse in realtà non è chiaro, ma sembra sia caduta da piccola e da allora non respirava bene, era spesso debole, aveva febbri reumatiche e dolori articolari che la tenevano quasi sempre a letto. Rimase a vivere nel suo paese, senza sposarsi mai, legata alle premure e all’affetto dell’amata sorella Ignazia.

Marianna Bussalai

Nella sua esistenza tanto periferica e lontana dai centri della politica e della cultura, nel cuore della Barbagia, dove sono nati tuttavia artisti come Mario Delitala e Costantino Nivola, e lo scrittore contemporaneo Salvatore Niffoi, riuscì con tenacia e impegno a studiare la filosofia, i classici italiani e i grandi autori sardi, ad affrontare le opere della narrativa russa e francese, ad essere traduttrice, giornalista, scrittrice, poeta, utilizzando sia il sardo che l’italiano. Un’opera particolarmente originale fu Mutos e Mutetos, poesie in “limba” in cui spesso ironizza sui personaggi della sua epoca e ridicolizza Mussolini e i gerarchi. Avrebbe avuto il desiderio e l’ambizione di tradurre dall’italiano di Dante l’intera Divina Commedia, lavoro titanico per portare ai conterranei quel capolavoro senza tempo. Tenne un fitto carteggio con intellettuali sardi come Emilio Lussu e Antioco Casula e queste lettere costituiscono un importante patrimonio culturale, raccolto in gran parte dalla studiosa Marta Brundu nella sua tesi di laurea. Scriveva su riviste come Lux, Cordelia, Lumen e sull’organo del Partito sardo d’Azione, Solco, servendositalvolta di curiosipseudonimicome Fiammella di Gonari eHutalabì. Con Lussu, fra i fondatori del partito a cui lei aderì senza riserve, ci fu una lunga frequentazione; addirittura Marianna, con grave rischio, lo tenne nascosto in una botola in casa propria quando lui era perseguitato dai fascisti, da ciò nacque un sentimento di eterna gratitudine.

Il coro Marianna Bussalai

Lei, aperta alla modernità e convinta della necessità dell’emancipazione femminile, era un punto di riferimento per le donne del circondario che le chiedevano consigli sui temi più vari e fu tenacemente antifascista e pure indipendentista, una delle poche attive in politica in quel periodo e la prima donna a partecipare, quando le era possibile, ai congressi di partito. Accanto a sé ebbe sempre due straordinarie compagne di strada: Marianna Maccioni e Graziella Sechi che lei chiamava «amigas durches e eròichas», a loro volta personaggi di spicco nell’antifascismo e nella cultura, l’una maestra impavida, l’altra intellettuale femminista aderente al Partito sardo d’Azione, come il marito Dino (genitori della scrittrice Maria Giacobbe). Morì a soli 43 anni, per una crisi cardiaca, nel 1947, poco prima che la Sardegna diventasse una regione autonoma a statuto speciale, con l’art. 116 della Costituzione.

La casa editrice Alfa le ha dedicato una biografia, realizzata da Francesco Casùla e Giovanna Cottu; il suo nome è stato assunto dal coro femminile del paese natale, come pure dall’asilo e dalla biblioteca comunale.
Una vera “donna de gabbale”, ovvero valente, come si dice in nuorese.

Proseguiamo con il ricordo di una psichiatra che ha trascorso la sua vita intensa fra Novecento e nuovo millennio; stiamo parlando di Nereide Rudas, nata nel 1925 e morta nel 2017. Fu la prima donna europea a fondare (nel 1978) e dirigere per molti anni la clinica psichiatrica dell’Università di Cagliari. Quando ottenne la cattedra di Psichiatria, prima italiana a raggiungere questo traguardo, le sue lezioni erano talmente seguite e affollate che l’ateneo cagliaritano dovette organizzare più turni per permettere agli/alle studenti di partecipare. Nel 1997 ha costituito a Milano la Società Italiana di Psichiatria Forense, di cui era presidente onoraria. È stata anche presidente dell’Unione Donne sarde, a testimonianza del suo impegno a tutto tondo.

Era nata a Macomer, nel Nuorese, orfana di padre a 4 anni, fu cresciuta dai nonni in un ambiente colto, moderno e stimolante; dopo gli studi classici, si sposò giovanissima, rimanendo presto vedova. Intanto cresceva il figlio e studiava con passione, in una facoltà come Medicina a grande prevalenza maschile. Per tutta la vita amò molto, specie in estate, soggiornare presso Bosa, nella villa di famiglia in stile Liberty fatta costruire dal nonno durante la Grande guerra e oggi restaurata con cura dall’unico figlio, il criminologo Pietro Marongiu. Da lì si raggiunge la scogliera sul mare con una passeggiata nella natura e la scienziata vi si recava la mattina presto, per poi dedicarsi agli studi e alla scrittura. «A Villa Salmon ― ha riferito il giornalista Luca Urgu ― coltivava una sorta di cenacolo, un laboratorio di idee che si animava quando gli amici di Nereide arrivavano da ogni dove e bastava un calice di malvasia per stimolare il confronto su grandi temi del dibattito politico e culturale».
Il comune di Bosa le aveva dato la cittadinanza onoraria, poco prima della morte.

Nereide Rudas

Laureata in Medicina a Cagliari e specializzata a Bologna in Neurologia e Psichiatria, con libera docenza in Psichiatria generale e Psichiatria forense, Rudas ha avuto una carriera straordinaria in cui si è battuta contro una “psichiatria senz’anima” che cura solo con i farmaci ed è stata attenta ai bisogni delle persone più fragili. Nella sua vasta produzione scientifica si contano oltre 450 pubblicazioni e 9 monografie. Insieme al prof. Giuseppe Puggioni, aveva firmato l’inchiesta per la Commissione parlamentare sui fenomeni della criminalità in Sardegna. Tra i suoi libri vanno segnalati Caratteristiche, tendenzialità e dinamiche dei fenomeni di criminalità in Sardegna (con Giuseppe Puggioni); Emigrazione sarda. Caratteristiche strutturali; Identificazione e identità nella genealogia individuale e collettiva: il caso delle Carte d’Arborea; Le Carte d’Arborea come romanzo delle origini; Storie senza. Ultimamente i suoi studi si erano orientati verso i casi di depressione causati dalla crisi economica, in particolare dovuti alla perdita o assenza di lavoro. Di notevole rilievo due pubblicazioni: L’Isola dei coralli (1997), studio sull’identità della popolazione sarda, premiato con la medaglia d’oro dal Presidente della Repubblica, e l’ultimo, Donne morte senza riposo. Un’indagine sul muliericidio (con Sabrina Perra e G. Puggioni, 2016), di cui era molto orgogliosa. Si tratta di una vasta ricerca sulle uccisioni di donne in Sardegna a partire dal 1600 che fu presentata in occasione della giornata internazionale della donna: a 90 anni compiuti era vivace, elegante, con gli immancabili fili di perle e le unghie smaltate, pronta a fare progetti e a definire i prossimi studi, incoraggiando le donne “a fare rete”.

Nella lunga carriera ha rappresentato la psichiatria italiana in numerosi convegni in tutto il mondo (Portogallo, Spagna, Russia, Argentina, Cina); nel 1993 rappresentò l’Europa al congresso mondiale di Rio de Janeiro. Nello stesso anno ricevette l’alto riconoscimento della prestigiosa American Academy of Psychiatry and the Law. Professoressa emerita, persona curiosa e dai vasti interessi, è stata presidente di diverse associazioni culturali, tra cui l’Istituto Gramsci a Cagliari: appassionata del pensiero gramsciano si batteva per riportare le spoglie dell’intellettuale in Sardegna. Affermava: «Antonio Gramsci non ci fa nulla a Roma, nel cimitero degli Inglesi. A me sembra un cattivo destino, anche Emilio Lussu avrebbe voluto riposare sotto l’albero grande del suo cortile, ad Armungia, ma la moglie non ha mai rivelato dove aveva disperso le sue ceneri».
Nell’estate del 2016 aveva dichiarato in una intervista: «La medicina è stata per me una forma totale, quasi utopica di esistenza: rapporto con l’altro, modalità liberatrice, visione del mondo».

Figlie della stessa terra, pur diverse per epoca e interessi, Marianna e Nereide rappresentano figure esemplari che potrebbero costituire, se conosciute come meritano, uno stimolo per le nuove generazioni.

***

Articolo di Laura Candiani

Ex insegnante di Materie letterarie, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume Le Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate al suo territorio: una sul capoluogo, l’altra intitolata La Valdinievole. Tracce, storie e percorsi di donne.

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