Anita Garibaldi oltre lo specchio: Ana Maria De Jesus Ribeiro da Silva

Quando salii per la prima volta al Gianicolo, durante una di quelle mirabolanti gite che a 16 anni ti fanno sentire grande e libera, venni attratta da una statua, che poi ho scoperto essere l’unica statua equestre femminile del nostro Paese, che raffigurava una giovane donna dal viso fiero e determinato che, pistola in pugno e bimbo in grembo, cavalcava come un’amazzone in fuga. Il mio immaginario rimase naturalmente colpito dall’icona costruita ad arte dallo scultore Mario Rutelli su commissione del governo Mussolini per celebrare il 50° anniversario della morte di Giuseppe Garibaldi, compagno di lotta e di vita di quella donna che teneva fra le braccia proprio il figlio appena avuto da lui.

Piazzale e statua equestre di Anita Garibaldi al Gianicolo. Roma, foto di Linda Zennaro

Ana Maria De Jesus Ribeiro da Silva, che cavalca indomita nella scultura di Rutelli, è poco conosciuta con il suo vero nome, ma basta sostituirlo con Anita Garibaldi perché tutte/i si ricordino di lei, tassello fondamentale nella costruzione del personaggio di Garibaldi come eroe romantico: il racconto della loro fuga dopo la caduta della Repubblica Romana con lei incinta, febbricitante e poi morente è veramente da manuale. Cercare la donna al di là del mito credo sia il modo migliore per celebrarne la nascita avvenuta 200 anni fa, il 30 agosto 1821, nella frazione di Morrinhos appartenente a Laguna, un comune collocato nello Stato di Santa Catarina, situato nella parte meridionale del Brasile. È interessante però sapere che tale data non è storicamente provata, ma convenzionale in quanto individuata dal municipio di Laguna per celebrare il 150° anniversario della morte di Ana Maria Ribeiro anche con il rilascio del suo primo ed unico certificato di nascita. Chi per anni cercò indizi e notizie su questa data, alla fine dovette riconoscere che, a causa della mancanza di alcuni volumi del registro parrocchiale, essa era solo collocabile in un periodo compreso tra il 1820 e il 1824.

L’infanzia e l’adolescenza di Ana Maria sono segnate dall’estrema povertà che si aggrava con la morte del padre, un mandriano, nel 1833. Il tragico evento la vede costretta all’età di 14 anni al matrimonio con il calzolaio Manuel Duerte Aguiar, che dalle fonti viene descritto come rozzo e aggressivo. Pochi giorni dopo la celebrazione di questo infelice, triste e mortificante matrimonio, non esente da violenze, nel Rio Grande do Sul nasce la Repubblica farroupilha e questo avvenimento storico ha un peso determinante per la vita di Ana Maria sottraendola ad un destino ormai segnato. Tra i sostenitori del movimento dei farrapos, che ambisce ad estendere gli ideali democratici e repubblicani oltre i confini del Rio Grande do Sul, c’è un esule italiano, Giuseppe Pane, questo il nome con cui si era fatto registrare sul brigantino con cui era scappato da Marsiglia con una condanna a morte in contumacia per l’organizzazione di un’insurrezione a Genova; in realtà il vero cognome è Garibaldi. La sua attività politica e militare in Brasile rappresenta un apprendistato fondamentale per permettergli di sviluppare pienamente le doti necessarie per svolgere un lavoro noto e ricorrente nella storia del nostro Paese: quello del/la rivoluzionario/a di professione.

I dettagli del primo incontro, del corteggiamento e dell’innamoramento reciproco sono stati oggetto di molteplici versioni e riscritture da parte dello stesso Garibaldi, di biografi e romanzieri, fra cui Dumas, e rientrano nell’alveo del mito. L’unica certezza è che l’amore fra due delle figure più celebrate del nostro Risorgimento fu un amore adultero e la memorialistica celebrativa successiva ha dovuto fare i conti con questo. Dopo la nomina di Garibaldi a comandante capo della marina repubblicana, Ana Maria decide di seguirlo lasciando la sua famiglia d’origine e Laguna e di imbarcarsi sul Rio Pardo, che verrà cannoneggiato e distrutto dalla flotta imperiale. Ciò costringerà Garibaldi e Ana Maria, ormai diventata Anita per il giovane comandante e per tutta la memorialistica risorgimentale, a salvarsi su una scialuppa, sopportando insieme la prima di una serie di ritirate.

Tra le innumerevoli pubblicazioni sulla vita di Anita Garibaldi, alcune, come quella di Silvia Cavicchioli, Anita. Storia e mito di Anita Garibaldi, concordano nel ritenere fondata l’ipotesi che il rapporto tra i due si fondasse sulla parità, anche grazie all’influsso del sansimonismo su Garibaldi che si sarebbe poi fatto promotore, prima, in qualità di Gran Maestro della Massoneria italiana, dell’ingresso delle donne nell’associazione, firmando pure un decreto di elevazione di una donna al grado di Maestro, e poi del voto femminile. In questa relazione basata sulla reciprocità, Anita perfeziona il compagno nell’equitazione e lui le trasmette i rudimenti della vita militare. Al di là del mito che la immortala come indomita amazzone, sono provate da molteplici testimonianze le sue superbe doti equestri trasmesse dal padre che le aveva anche insegnato a domare i cavalli. Le condizioni di estrema difficoltà in cui si trova l’esercito dei farrapos, dopo la fuga da Laguna, rendono la vita di Anita complessa e pericolosa e la costringono a confrontarsi con la crudeltà, la violenza e la ferocia dei combattimenti a cui la donna non solo assiste, ma prende parte attiva come una dei militanti del fronte repubblicano. Le gesta memorabili di cui si rende protagonista ci sono ed è opportuno raccontarle tenendo presente però che sono state frutto di una vasta rielaborazione in chiave eroica e celebrativa. Il primo di questi episodi è quando coordina il trasporto di armi e munizioni impartendo ordini agli altri soldati e quindi viene fatta prigioniera dagli imperiali; allora scappa prima a piedi, poi a cavallo e, dopo aver saputo della disfatta di Curitibanos, si reca sul campo di battaglia ed esamina decine di cadaveri alla ricerca di José, come lei chiamava Garibaldi, fino a ricongiungersi con lui a Lages. Il secondo è quello che ha ispirato Rutelli nella scultura del Gianicolo e cioè l’attacco imperiale all’accampamento dei farrapos a Mostardas dove Anita aveva appena dato alla luce Menotti e che la costringe alla fuga a cavallo con il neonato in braccio.

La resistenza della rivoluzione farroupilha volge verso la fine e l’arrivo di un figlio rende ormai inconciliabili le esigenze familiari con quelle della lotta: Anita e José si congedano dal Brasile e raggiungono in Uruguay i compagni italiani della lotta farrapos che intanto si erano insediati a Montevideo. Qui Garibaldi entra al servizio della repubblica minacciata dal dittatore argentino Rosas diventando comandante della flotta da guerra e, durante i periodi in cui non combatte, esercita la professione di insegnante di matematica. Anita si occupa della famiglia che intanto si allarga con la nascita di altre due figlie e un figlio di cui la secondogenita, Rosita, muore precocemente; ma sperimenta anche quella che sarà una costante nella vita non solo sua, ma di tutte le compagne dei rivoluzionari di professione: la solitudine. Prima della nascita della bambina, la convivenza tra Anita e José viene ufficializzata con la celebrazione di un matrimonio reso possibile dalla notizia della morte del primo consorte della donna. Sempre a Montevideo, Anita frequenta la comunità italiana, soprattutto le compagne e mogli degli esuli o immigrati, e impara la lingua, ma non a leggere e scrivere. Sono questi gli anni in cui il pittore ligure Gaetano Gallino realizza alcuni ritratti di Garibaldi, ma anche l’unico ritratto dal vivo di Anita.

Gaetano Gallino, Ritratto di Anita Garibaldi

Intanto il mito di Garibaldi va consolidandosi grazie alle tante imprese compiute dalla legione italiana da lui guidata e dalle ottime capacità militari e umane dimostrate nella difesa di Montevideo. Di Anita sappiamo poco a parte la grande preoccupazione del marito dopo aver saputo della morte di Rosita, tanto da chiedere di potersi ricongiungere con la compagna per il timore del suo stato psichico.
L’elezione al soglio pontificio di Pio IX e i suoi primi provvedimenti, tra cui l’amnistia e alcune concessioni chieste dai liberali, fanno sperare anche le persone emigrate in Sudamerica che finalmente sia arrivato il momento per la rivoluzione italiana. La famiglia Ribeiro-Garibaldi si mobilita già alla fine del 1847, ma alcune questioni burocratiche trattengono José che decide di posticipare la sua partenza, ma non quella di Anita, Menotti, Teresa e Ricciotti: a ventisei anni, Ana Maria De Ribeiro lascia la sua America per approdare nella terra del marito che l’accoglie in modo festante e inaspettato. Sbarcata a Genova, Anita ha modo di sperimentare la vita cittadina italiana partecipando anche ad alcune rappresentazioni teatrali. Successivamente si sposta con la figlia e i due figli a Nizza dove vive a casa della suocera, Rosa Raimondi, approfondendo la conoscenza con la famiglia allargata del marito che, consapevole del temperamento e delle abitudini di vita di Anita, lontane da quelle della madre, nelle lettere che scrive alla moglie “mette le mani avanti”, da buon stratega militare, chiedendole di prendersi cura dell’anziana donna, augurandosi che possano andare sempre d’accordo in nome dell’amore che le lega a lui.

A fine giugno 1848 Garibaldi e altri esuli italiani sbarcano a Nizza; dopo aver riabbracciato Anita, figli e figlia nonché la madre, José si mette subito in azione per dare il suo contributo militare. Anita lo aspetta, ma quando lui è convalescente a causa di febbri terzane decide di accompagnarlo a Livorno dove cerca di reclutare un nuovo esercito mettendosi al servizio del governo provvisorio toscano. Non ottenendo ciò che vuole, Garibaldi decide di tentare la traversata degli Appennini per raggiungere lo Stato Pontificio; Anita non può seguirlo e torna a Nizza. Una volta in Romagna, Garibaldi vorrebbe cercare di arrivare a Venezia, ma le notizie dell’assassinio di Pellegrino Rossi e della fuga di Pio IX lo convincono a dirigersi verso Roma, formando una legione in difesa della neonata repubblica. Prima di entrare in città però si reca a Rieti per organizzare e addestrare la legione ed è qui che Anita lo raggiunge e fa la conoscenza del padre barnabita Ugo Bassi. È l’ultimo periodo felice e sereno della coppia che concepisce il quinto figlio, ma anche per Anita che può dedicarsi ad una delle sue grandi passioni: l’equitazione.

L’arrivo dei francesi per far cadere la Repubblica Romana porta Garibaldi a spostarsi da Rieti ad Anagni per presidiare il confine con il Regno delle Due Sicilie; intanto la gravidanza di Anita rende pericolosa la sua vicinanza alla battaglia e il compagno la convince a tornare a Nizza. Garibaldi e la legione si spostano poi a Roma e inizia il drammatico assedio della città che sarà celebrato in tutti i modi dall’epopea del Risorgimento, anche perché legata alla Repubblica Romana vi è pure la costruzione della versione femminile del mito patriottico soprattutto attraverso la partecipazione delle donne al soccorso e alla cura dei feriti, tra di loro Cristina Trivulzio di Belgioioso, Margaret Fuller, Enrichetta Di Lorenzo. Le donne però non si occupano solo dei soccorsi, ma svolgono anche funzioni di vettovagliamento e di trasporto delle munizioni e ci sono figure di combattenti come Colomba Antonietti, ad esempio, che in abiti maschili segue il marito nella difesa di Roma e vi muore diventando il simbolo dell’eroismo femminile con qualche ritocco postumo però: gli abiti maschili indossati da Antonietti diventano femminili negli anni ’80 dell’Ottocento quando l’immagine della donna armata in uniforme non funziona proprio per la memorialistica risorgimentale e allora il delicato abito  con cui viene rivestita ristabilisce le differenze di genere.

Intanto a Nizza Anita , debilitata e malata come ci raccontano le lettere del consorte, prende una decisione coraggiosa e rivoluzionaria: all’aggravarsi della situazione romana, che Garibaldi non le nasconde rendendola partecipe anche dei dettagli più crudi della guerra come le amputazioni a dimostrazione del fatto che la consideri una compagna di lotta, progetta di raggiungere il marito abdicando agli obblighi familiari e al ruolo tradizionale di madre per vivere insieme al compagno i momenti drammatici della strenua difesa della repubblica. Alcuni contemporanei attribuirono il suo gesto alla gelosia nei confronti del marito, ma compiere un viaggio lungo, pericoloso per raggiungere una città assediata in condizioni fisiche precarie non è cosa da poco e solo un indomito coraggio unito a quel tanto d’incoscienza, che un po’ tutte/i le/i rivoluzionari/e hanno, potevano sostenere Anita in un’impresa che ha il profumo dell’inebriante ideale libertario già assaporato nel suo Paese.

Tra la fine della primavera e l’inizio dell’estate del 1849, Anita ripercorre i territori che separano Nizza da Roma, appoggiandosi alle conoscenze che insieme al marito aveva in quel tratto di penisola ora occupato dalle truppe della Santa Alleanza; arriva in una città assediata sul punto di cadere, riuscendo a nascondere la propria identità e rischiando molto, e raggiunge il compagno che ormai da sconfitto affronta gli ultimi attimi di battaglia, ma che l’accoglie come un angelo, il suo. Nonostante il mito la voglia amazzone e combattente, in realtà Anita, sfinita dal lungo viaggio, incinta e già febbricitante per quelle febbri malariche che stavano dilaniando anche l’esercito francese, non appare sul campo di battaglia nella fase finale della difesa della Repubblica Romana. 67 giorni dopo il suo arrivo a Roma, Garibaldi si trova costretto ad organizzare quello che la pubblicistica risorgimentale ha sempre mostrato come un trasferimento delle truppe garibaldine verso un’altra repubblica che resisteva, quella veneziana, ma che di fatto fu una ritirata.

Quinto Cenni, Giuseppe e Anita Garibaldi cavalcano alla volta di San Marino e sconfinano in Romagna

Nelle Memorie di Garibaldi, durante la marcia, Anita avanza a cavallo come un’amazzone vestita da uomo e con una fascia tricolore. È probabile che portasse pantaloni ampi allentati in vita per la gravidanza ormai pronunciata, ma soprattutto per agevolare la faticosa marcia, comunque questo abbigliamento androgino contribuirà a consacrarne il mito. Interessante notare che, nelle varie cronache della ritirata, un dettaglio ricorrente è l’omaggio, delle donne soprattutto, reso ad Anita che attira su di sé l’interesse perché è la compagna di Garibaldi, è straniera, veste e si comporta come un uomo.
Durante la rocambolesca fuga, tra la defezione dei volontari garibaldini, il pericolo costante e continuo dell’arrivo delle truppe austriache, si consuma lentamente, ma inesorabilmente la fine di Anita a causa di febbri terzane. La sua vita si conclude il 4 agosto 1849 nelle valli di Comacchio al fianco del compagno che aveva scelto dieci anni prima; nonostante i ripetuti tentativi di convincerla a fermarsi nella casa di qualche benefattore, alla fine anche lui accetta la volontà della compagna di restare al suo fianco fino all’epilogo.

Pietro Bouvier, Garibaldi con Anita morente
nelle Valli di Comacchio

Sulla fuga da Roma si è scritto e forgiato un’epopea che consacra Anita a eroina del nostro Risorgimento, ma quello che la statua equestre del Gianicolo scatenò in me, allora sedicenne, fu una strana curiosità su quale fosse il legame tra donna e lotta armata; tra donna e rivoluzione.
Quando si celebra una figura come quella di Anita si pensa alla saga risorgimentale e al patriottismo al femminile; per me farlo, invece, significa guardarla con gli occhi di donna che vede in lei, come in tutte, un modo proprio di esserlo, nel suo caso fatto di determinazione, coraggio e soprattutto caratterizzato dalla scelta di essere ciò che aveva deciso: la compagna di lotta di José. Non simbolo di sacrificio femminile, di moglie fedele o di madre amorevole, ma consapevole artefice del proprio destino.

A lei sono state intitolate piazze, come a Milano e Ravenna, piazzali, come a Roma e Palermo, vie in molte città italiane e, nel suo Paese d’origine, a Laguna, un ponte.

Il ponte Anita Garibaldi a Laguna (Brasile)

Da non dimenticare poi l’intitolazione ad Anita di una brigata della Divisione Garibaldi “Picelli” in Friuli e del distaccamento femminile della brigata “Felice Cima” in Val di Susa durante la nostra guerra di Liberazione.

In copertina: Il busto di Anita a Rieti.

***

Articolo di Alice Vergnaghi

Docente di Lettere presso il Liceo Artistico Callisto Piazza di Lodi. Si occupata di storia di genere fin dagli studi universitari presso l’Università degli Studi di Pavia. Ha pubblicato il volume La condizione femminile e minorile nel Lodigiano durante il XX secolo e vari articoli su riviste specializzate.

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