Meena Keshwar Kamal. Madre della RWA

La RAWA (Associazione rivoluzionaria delle donne dell’Afghanistan) è un’organizzazione femminile che combatte per la democrazia e l’affermazione dei diritti delle donne che fu costituita nel 1977. 

Madre fondatrice, Meena Keshwar Kamal. 

Rawa, 1988

Meena era nata a Kabul il 27 febbraio del 1956 ed è morta a Quetta il 4 febbraio del 1987. 

Sin da bambina aveva sempre avuto la sensazione che il destino le avesse affidato il compito di migliorare la società e capiva che per fare ciò avrebbe dovuto disobbedire a tante regole. La sua nazione, negli anni della sua adolescenza, era un Paese molto povero e arretrato, soprattutto nei villaggi di campagna, dove dilagavano analfabetismo e disuguaglianze sociali. La condizione femminile era poi veramente drammatica. Solo nelle città, alla fine degli anni Cinquanta, erano appena state aperte le porte alle donne in vari settori della vita pubblica, il velo era diventato facoltativo e a Kabul parecchie donne lavoravano fuori di casa. Nel 1964 avevano ottenuto il diritto di voto. 

L’Afghanistan aveva, in quel periodo, un dato demografico sorprendente: era uno dei pochi Paesi al mondo dove l’aspettativa di vita di una donna era inferiore a quella di un uomo. Ciò era dovuto al  fatto che tantissime donne morivano di parto e che cibo e cure mediche erano riservate primariamente ai bambini e agli uomini.  

Meena raccontò un episodio dal quale, ancora ragazzina, era stata segnata profondamente. Un giorno vide un autobus fermo sul ciglio della strada sul cui tetto tentava di arrampicarsi una donna gravemente ammalata che cercava di raggiungere l’ospedale di Kabul. Meena scoppiò a piangere e chiese alla madre: “Perché deve viaggiare sul tetto? È malata, perché non può stare dentro?”. La madre rispose semplicemente: “Non possiamo farci niente”. Quella risposta le colmò il cuore di rabbia. Era una delle discriminazioni di genere afghane: gli uomini viaggiavano tutti dentro e le donne sul tetto insieme ai bagagli. 

Meena crescendo frequentò il liceo femminile “Malalai” di Kabul e nella stessa città si iscrisse all’università. Già in quegli anni le studentesse sfidavano i reazionari che gettavano addosso a loro l’acido. Lei aveva maturato la decisione di diventare avvocata o giudice per difendere legalmente le donne. All’università c’erano pure gruppi di studenti fanatici che professavano di vivere la vita seguendo un Islam puro che non prevedeva assolutamente l’emancipazione femminile. Purtroppo queste tesi si affermarono sempre più e molte donne iniziarono a essere espulse dai posti di lavoro e dai campus universitari. 

Le poche insegnanti rimaste incitavano le allieve a continuare coraggiosamente gli studi, poiché l’istruzione era il migliore antidoto al fondamentalismo islamico e studiare significava avere l’opportunità di poter aiutare gli altri, soprattutto i più poveri e i più sfortunati. 

Meena rimase colpita dalla lettura liberale del Corano ma inorridiva di fronte alle interpretazioni della shari’a che negavano alle donne i diritti più elementari, affermando che esse dovevano essere sempre sottomesse agli uomini e potevano essere oggetto di violenza se non si adeguavano ai dettami religiosi. 

Iniziò così a lottare per il principio della laicità dello Stato, affermando che la religione è una decisione privata di ogni singolo cittadino e che le leggi devono essere applicate senza fare distinzione di sesso o di credo. 

Nel 1976 si sposò con un medico di idee progressiste, contrario alla poligamia e che rispettava e condivideva le sue opinioni: Faiz Ahmad. 

Purtroppo nella primavera del 1978 un colpo di stato fece cadere il governo repubblicano e iniziò così un periodo durissimo di repressione finalizzato a favorire l’ascesa al potere del Partito Popolare dell’Afghanistan, sostenuto dai sovietici. Meena fu costretta, dopo solo due anni, a interrompere gli studi universitari e fu in quel periodo che insieme ad altre donne costituì la RAWA (Revolutionary of the Women of Afghanistan) con il solo fine di lottare per i diritti delle donne afghane, dal diritto all’istruzione a quello di accedere alle cure mediche. 

Mena Keshwar Kamal

Meena inizialmente strutturò a Kabul dei piccoli gruppi di clandestine che incontravano altre donne per parlare e condividere i loro problemi. In seguito si sposteranno nei villaggi delle campagne e inizieranno a istituire corsi di alfabetizzazione. 

Le coraggiose attiviste prendevano mille precauzioni per non essere scoperte. Anche se odiavano il burqa lo indossavano per garantirsi l’anonimato e far circolare l’idea che bisognasse opporsi a una società maschilista e che le donne dovessero uscire da quei ruoli subalterni in cui le avevano ricacciate. 

Mentre svolge imperterrita questa sua attività, sempre nel 1978, decine di migliaia di afghani sparivano nel nulla, altrettanti venivano uccisi: chi esprimeva dissenso veniva subito eliminato. 

Meena e Faiz si spostavano da un luogo all’altro per sfuggire all’arresto e decisero che nascondersi separatamente fosse più conveniente. 

Ormai per il Paese non si trattava più di una lotta per le battaglie delle donne ma per la liberazione da un regime. Iniziarono le rivolte armate e proprio in quel momento Meena scoprì di essere incinta: chiamerà sua figlia Anosha, che significa “immortale”. Nel frattempo Faiz venne arrestato ma riuscì a fuggire dal carcere: per lui ormai si prospettava l’unica via già imboccata dai tanti dissidenti, l’esilio in Pakistan. Abbracciò la moglie e la figlia e partì. 

Meena invece restò e continuò la sua attività in seno alla RAWA anche quando le truppe sovietiche invasero il Paese. Manifestazioni pacifiche, volantinaggi, incontri nelle scuole: tutto venne represso con feroce violenza. 

Meena era comunque una donna di pace e non simpatizzò mai con la resistenza armata che ormai si andava diffondendo sempre più, anche perché capiva che se i mujaheddin fossero riusciti nell’intento di cacciare i sovietici e quindi arrivare al potere, la democrazia in Afghanistan non ci sarebbe comunque stata. 

Continuò la sua protesta pacifica incitando le altre donne, soprattutto le studentesse. Queste ultime nell’aprile del 1980 a migliaia si riversarono nelle piazze di Kabul, chiedendo, a gran voce, il ritiro dei sovietici e le dimissioni dei leader politici che li sostenevano. Fronteggiarono i soldati posti a difesa dei palazzi del Governo. Alcune si tolsero il velo e lo lanciarono a mo’ di sfida contro i militari. Purtroppo quella protesta pacifica degenerò e alcune studentesse persero la vita. 

L’attività delle donne della RAWA continuò anche negli enormi campi profughi che iniziavano a sorgere nel vicino Pakistan. Queste donne coraggiose aprirono scuole e corsi di alfabetizzazione per le loro “sorelle” e anche laboratori di cucito. 

Meena lavorava giorno e notte, senza risparmiarsi, cercando di inculcare alla sua gente il concetto di democrazia. Riuscirà pure a far costruire un ospedale che sarà inaugurato poco dopo la sua morte. 

Finalmente l’Europa si accorge delle donne della RAWA e Meena vola a Parigi, sotto falsa identità. Viene invitata all’Internazionale Socialista dove è pure presente il potente capo del dipartimento Esteri di Mosca. Si alza e fiera prende la parola, condannando l’operato di Mosca e denunciando l’orrore che stava vivendo la sua nazione. Una simile accusa, chiara, precisa e circostanziata ammutolisce i presenti che la guardano parlare increduli. Alla fine del suo discorso tutti i delegati si alzano in piedi per applaudirla. La delegazione sovietica si alza ed esce dalla sala. 

Finalmente aveva avuto l’opportunità di alzare il velo su una realtà scomoda che nessuno conosceva o preferiva ignorare. La stampa internazionale iniziò a parlare di lei. Ormai era troppo nota e in molti le consigliarono di restare in Europa ma, dopo otto mesi, ritornò in Afghanistan, dove tutti i posti di blocco avevano la sua foto. L’unica possibilità fu scegliere l’esilio nel vicino Pakistan. 

Spesso travestita da mendicante o da vecchia venditrice di stoffe oltrepassava la frontiera e rimaneva per alcuni giorni nel suo Paese. 

Nel 1985 diventerà nuovamente mamma, questa volta di due gemelli, un maschio e una femmina: aveva ventinove anni. 

Un anno dopo, suo marito venne rapito dai fondamentalisti islamici e sparirà per sempre. La stessa sorte, il rapimento, toccherà a lei il 4 febbraio 1987. I suoi nemici erano sia i fondamentalisti islamici che i sovietici. Non si poterono individuare subito i colpevoli del rapimento ma era chiaro che non volevano solo sopprimerla fisicamente ma volevano screditare con infamia il suo operato. Così, artatamente, iniziò a circolare la notizia che Meena fosse fuggita rubando i soldi della associazione RAWA. Si scoprirà in seguito che era stata tradita dal marito di una delle sue sorelle, che l’aveva consegnata a un gruppo di criminali appartenenti ai servizi segreti del KHAD (agenzia dei servizi segreti afghani sotto il controllo sovietico) che l’avevano prima torturata e poi uccisa. 

La RAWA continua, anche in questi giorni tragici, a sopravvivere e la memoria resta linfa vitale per tutte le militanti. Le attiviste vivono ovviamente ancora oggi nella clandestinità ma fanno riflettere le parole di una di loro, in un’intervista rilasciata il 14 agosto di quest’anno: ”Negli ultimi decenni ci sono stati pochi progressi nella condizione femminile e nessuno di questi cambiamenti ha avuto radici profonde nella società. Sono stati progressi fragili e, a certi livelli, falsi. Gli ultimi venti anni hanno portato altre delusioni e lacrime. La mancanza di sicurezza, la guerra diffusa e l’incertezza per il futuro, gli attacchi suicidi, gli omicidi mirati, la corruzione dilagante, la droga e la tossicodipendenza, la povertà, gli sfollamenti e altro ancora sono le preoccupazioni quotidiane che la nostra gente e in special modo le donne stanno affrontando. L’Afghanistan è ancora definito il posto peggiore in cui nascere come donna”. 

Quei “progressi” sbandierati dall’Occidente dopo l’occupazione sono solo specchietti per allodole. La dolorosa condizione delle donne afghane non è mai interessata alla quasi totalità del mondo politico occidentale. Le eccezioni, oggi, ci vengono raccontate come conquiste femminili diffuse. Ma così non è. E Kabul non è l’Afghanistan.  

Anche gli “occidentali” hanno tolto la voce alle donne. 

E noi, non siamo più disposte ad ascoltare favole. 

***

Articolo di Ester Rizzo

Laureata in Giurisprudenza e specializzata presso l’Istituto Superiore di Giornalismo di Palermo, è docente al CUSCA (Centro Universitario Socio Culturale Adulti) di Licata per il corso di Letteratura al femminile. Collabora con testate on line, tra cui Malgradotutto e Dol’s. Per Navarra edit. ha curato il volume Le Mille: i primati delle donne ed è autrice di Camicette bianche. Oltre l’otto marzoLe Ricamatrici e Donne disobbedienti.

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