Il volo spezzato del passero 

Si chiama Cip, come il verso del passero. È il Comitato Italiano Paralimpico, nato per garantire il diritto allo sport in tutte le sue espressioni e promuovere la massima diffusione della pratica sportiva per le persone con disabilità. Un suono rapido, sottile, quasi impercettibile, il cinguettio del passero: Cip. Fa persino un po’ ridere, se paragonato alle grida incontrollate, scomposte, quasi isteriche di Bebe Vio, dopo l’oro nella finale del fioretto. E le braccia al cielo di Carlotta Gilli, record paralimpico nei 200 misti, ricordano da vicino più le ali di un’aquila intenta a sfidare le correnti delle vette che quelle di un uccelletto appollaiato su un ramo. La verità è che le nostre atlete e i nostri atleti paralimpici sono molto più di abili sportivi/e. Sono modelli straordinari di umanità resiliente, coraggiosa, combattiva, ostinatamente vitale. Esempi a cui si dovrebbe dare sempre spazio, ovunque. Perché le loro imprese, le loro storie dicono la forza dell’animo che sa riprendere slancio, ritrovare i colori della vita laddove ci sarebbero sufficienti ragioni per fermarsi a piangere sulle macerie. È lo stesso ardente coraggio, la stessa disperata cocciutaggine delle donne di Kabul, che non si arrendono al buio, alla sofferenza, che sfilano per la città, sfidando la morte, per rivendicare il loro diritto alla libertà. Non a caso Monica Graziana Contrafatto (in copertina) ha dedicato proprio al popolo afghano il bronzo conquistato nei 100 metri femminili di Tokyo. Perché il coraggio di sfidare il dolore unisce, parla la stessa lingua in qualsiasi parte del mondo. Nel 2012 Monica era una caporal maggiore, bersagliera in missione in Afghanistan quando, durante un attacco alla base italiana, venne colpita dalle schegge di una bomba e perse la gamba destra. Eppure è proprio a quei luoghi, dove si consumò la sua personale tragedia, che questa straordinaria donna ed atleta ha rivolto il pensiero, stringendo al collo la medaglia, quasi a voler infondere un po’ della sua forza a chi, laggiù, continua a lottare e soffrire.  

Apertura delle Paralimpiadi di Tokyo:
Bebe Vio e Federico Morlacchi portabandiere dell’Italia

Combattere per una vita migliore, riprendersi il diritto ad essere riconosciute/i è la linfa che spinge ogni singola/o atleta paralimpico alla gara, ogni donna e uomo afghana/o ad opporsi al regime talebano. A suon di lacrime e sudore, cadute e risalite, disperazione e infinite battaglie, lo spirito di queste persone si riappropria della voce, intonando con inaudita energia il suo inno alla vita. E vince. Lasciandoci sgomenti e ammirati di fronte a tanta determinazione. Eppure, curiosando in internet, si scopre che in questi giorni, mentre il medagliere italiano di Tokyo saliva inesorabilmente, una tra le domande più postate sui social è stata: dove posso guardare le Paralimpiadi? Perché, naturalmente, lo spazio riservato dai media all’evento è stato immensamente più ridotto rispetto a quello, ben più celebrato, delle Olimpiadi. E non importa quanto grande sia il gesto atletico, quanto bisogno avremmo tutti/e di conoscere le storie di chi ha guardato in faccia le proprie difficoltà e ha deciso di affrontarle con tutte le risorse che aveva: resterà sempre quel maledetto «dis», di fronte alle abilità dimostrate dagli atleti e dalle atlete, a far scendere l’importanza delle loro performance di almeno un gradino. E non apro volutamente la parentesi sui compensi previsti per una medaglia paralimpica rispetto a quelli olimpici, perché potrebbe anche scapparmi qualche improperio poco edificante. Chi fosse interessato all’argomento nel dettaglio, trova facilmente i dati in rete. Del resto siamo abituate/i ad accettare differenze di trattamento economico agghiaccianti nel mondo sportivo: basti citare il calcio femminile e fare un rapido paragone con quello maschile. Vien solo da indignarsi ed arrabbiarsi. Lo sport ci rende uguali? Non direi proprio. Citando l’importanza delle Paralimpiadi, Giampaolo Mattei, presidente del team di Athletica Vaticana, ha detto: «Vedere qualcuno riuscire a saltare due metri con una gamba sola, quanto può essere di incoraggiamento nella vita? Se si riesce nello sport, figuriamoci a scuola o in ufficio». Non è vero. Lo dico con amarezza e Dio solo sa quanto vorrei abbandonarmi con convinzione a questo pensiero rassicurante ed ottimista. Ma la verità è che, nei miei quasi vent’anni di lavoro con la disabilità, ho toccato con mano come la determinazione, l’esempio di altri a far da grimaldello alla volontà, spesso non siano per nulla sufficienti ad avviare una battaglia per la felicità individuale. Anzitutto perché in alcuni casi le ferite interiori sono tanto profonde da non essere facilmente accessibili alla cura. E poi perché esistono evidenti limiti legati all’ambente, alla cultura, a ciascuno/a di noi. A volte facciamo nascere nelle persone con disabilità il seme della speranza, senza considerare che stiamo solo alimentando illusioni, maledizione. Perché se lo spirito tenta la risalita, spesso ci pensa il contesto esterno ad affossare ogni anelito di riscatto. Una scuola pensata ancora e troppo sul modello dell’alunno/a standard, che deve raggiungere obiettivi comuni a tutti, nei modi più vicini possibile a quelli tradizionali; un mondo del lavoro spaventato e inesorabilmente chiuso nonostante le leggi a tutela delle fragilità; città e servizi ciechi ai bisogni di chi ha esigenze motorie o caratteristiche sensoriali diverse da quelle della cittadinanza media costituiscono spesso un muro insormontabile, quando non la tomba di ogni tentativo di conquista del proprio spazio, da donna o uomo attivi nel tessuto sociale. 

È vero, la sfida della disabilità è anzitutto emotiva, psicologica e interiore. Ed è a banda larga, perché coinvolge non soltanto la singola persona, ma anche la sua famiglia, le amicizie. Ma il contesto, l’ambiente esterno può essere facilitante e sostenere le persone impegnate nella sfida con sé stesse, oppure ostacolante e profilarsi come una barriera immensa e spaventosa. Può essere concreto terreno di ricostruzione, oppure un castello di bugie buone solo ad alimentare false speranze che non hanno la minima possibilità di concretizzarsi. Anche per questo la risalita dall’inferno, per molte/i, è difficilissima, per altri addirittura impossibile, al di là delle risorse personali. Quante ragazze e ragazzi con disabilità, in questi anni, abbiamo portato al diploma nelle scuole, con bei percorsi personali e umani, per poi vederli naufragare in una quotidianità fatta di apatia e solitudine, senso di sconfitta e delusione perché non c’è spazio, per loro, nel mondo del lavoro? Quanti adulti con competenze, abilità, capacità, talenti, trascorrono da anni il loro tempo in qualche centro diurno (la miglior soluzione attualmente disponibile per salvare la socialità, sostenere le autonomie e dare sollievo alle famiglie), senza potersi mai sentire davvero parte del mondo? Il lavoro è una componente fondamentale dell’identità adulta, eppure continuiamo a far finta che lo scollamento evidente tra scuola e progetto di vita, per le persone con disabilità, non sia un problema. Lo è. Immenso. Ingiusto. Colpevolmente passato sotto silenzio. L’esclusione, camuffata da servizi alla persona spesso inadeguati, incapaci di far rete (la scuola in primis), a cui condanniamo più di tre milioni di individui, ogni giorno, nel nostro Paese, va detta a gran voce, con la stessa forza delle grida delle atlete e degli atleti paralimpici che, in questi giorni, ci hanno regalato mille emozioni. Su La Provincia di Sondrio del 28 agosto, in un bell’articolo dedicato alle Paralimpiadi a firma don Mattia Magoni, si legge: «Forse, allora, le storie di questi atleti hanno il diritto di commuoverci solo se poi diamo ad esse il permesso di com-muoverci, di muoverci-insieme-a-loro e alle loro battaglie quotidiane». Altrimenti, per quanto mi riguarda, possiamo anche cambiare canale.  

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Articolo di Chiara Baldini

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Classe 1978. Laureata in filosofia, specializzata in psicopedagogia, insegnante di sostegno. Consulente filosofica, da venti anni mi occupo di educazione.

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