Fantascienza, un genere (femminile). Nancy Kress 

«Ho iniziato a scrivere perché avevo dei figli. […] Ho iniziato a scrivere quando ero incinta del mio secondo figlio. Avevo un piccolino che correva dappertutto e vivevamo in campagna. Il mio allora marito prendeva la nostra unica macchina per andare al lavoro e stava conseguendo un Master in Business Administration, e spesso si fermava in città per seguire le sue lezioni. Non c’erano altre donne della mia età nei dintorni. Stavo impazzendo. Avevo una gravidanza difficile, avevo un piccolino che correva dappertutto ed ero sola per la maggior parte del tempo. Quando i miei figli dormivano, ho iniziato a scrivere per avere qualcosa da fare che coinvolgesse parole con più di una sillaba. […] Avevo davvero pochi soldi, ma ogni volta che vendevo una storia e ricevevo un paio di centinaia di dollari, li spendevo in babysitter per poterne scrivere altre. Finalmente, un’altra donna con bimbi piccoli si è trasferita in questa strada di campagna, e ci scambiavamo la babysitter, così ciascuna poteva avere un po’ di tempo per sé. […] Sono una persona mattiniera: mi alzavo alle cinque, prima dei bambini, e scrivevo». È la risposta di Nancy Kress alla domanda su come e perché abbia iniziato a dedicarsi alla scrittura, leggibile in un’intervista a Locus Magazine nell’agosto 2016, in occasione della futura pubblicazione della trilogia Yesterday’s Kin, espansione dell’omonimo romanzo breve. 

Nancy Kress in una fotografia di autore non noto, presumibilmente scattata negli anni Novanta, dal profilo Twitter della scrittric

«I was going nuts» non significa semplicemente Stavo impazzendo (traduzione corretta ma neutra), ma Stavo andando in pezzi, in frantumi. Una sensazione che ogni donna che si sia trovata sola con bimbe o bimbi piccoli, che sia stata costretta a rinunciare a sé stessa e a tutto il proprio tempo, che abbia sperimentato la sensazione di inadeguatezza e impotenza che apre al baratro della depressione, conosce bene. La scrittura come cura, dunque, la ricerca della parola colta e della frase complessa come antidoto al balbettio o alla lallazione, la necessità di salvaguardare uno spazio interiore che non sia divorato dalle incombenze totalizzanti della maternità: basterebbe questo a generare per Nancy Kress l’empatia che si prova per una sorella di elezione. Ma Nancy Anne Koningisor (questo il nome all’anagrafe) è anche una notevole scrittrice di racconti e romanzi brevi in area science fiction, nei quali trasferisce umanità e intelligenza, spirito critico e analisi sociale, capacità di osservazione e senso del reale. 

Nancy nasce a Buffalo, New York, il 20 gennaio 1948, e trascorre l’infanzia a East Aurora, New York, «either reading or playing in the woods [leggendo o giocando nei boschi]»; il cognome Kress (con il quale firma i propri lavori) è quello del primo marito, sposato nel 1973 dopo aver conseguito la laurea magistrale in lingua e letteratura inglese e aver insegnato per quattro anni alle scuole elementari: dall’unione con Michael Kress, a Rochester, New York, nascono Kevin e Brian, i due piccoli indirettamente responsabili della scrittura materna. Nel 1984 il primo divorzio, nel 1988 il secondo matrimonio, nel 1994 il secondo divorzio, quando ormai – dopo aver collaborato con un’agenzia pubblicitaria e aver insegnato occasionalmente alla State University di New York − è divenuta scrittrice di fantascienza full time: nel 1991 e 1992, dopo quindici anni di apprendistato ovvero di pubblicazione su riviste, ha vinto infatti sia il Nebula sia l’Hugo Award nella categoria novella con Beggars in Spain, un riuscito romanzo breve (che i canoni editoriali statunitensi vogliono compreso tra 17.500 e 40.000 parole) poi espanso in una fortunata trilogia. Eppure la grande scrittrice si legge già dai primi racconti, che per Nancy Kress (così come per Carolyn Cherryh e Connie Willis) rappresentano la misura più congeniale, a dispetto della tendenza elefantiaca degli anni Ottanta, Novanta e oltre. 

Da sinistra: Ursula Le Guin, Nancy Kress e Ted Chiang in una fotografia scattata da autore non noto l’11 giugno 2007, durante un reading alla Science Fiction World Association 

A dire il vero, Nancy ha già vinto il primo dei sei Nebula della sua carriera (si aggiudicherà anche due Hugo) con una short story (inferiore a 7.500 parole), il folgorante racconto breve Out of All Them Bright Stars, del 1985 (titolo italiano Tra tutte quelle stelle), nel quale sono già i temi sociali a lei più cari: la protagonista Sally è una giovane cameriera, una donna lavoratrice e una comune terrestre, ma capace, a differenza di chi la circonda, di guardare in alto, di sollevare lo sguardo alle stelle, di percepire che oltre la squallida quotidianità di un locale ordinario di una cittadina qualsiasi esiste altro, e che questo altro è possibile incontrarlo e accoglierlo in modo non necessariamente ostile, anche se ha la pelle azzurra. I comprimari (il proprietario Charlie, la collega Kathy, l’alieno che si fa chiamare John) sono ben tratteggiati e credibili: arroganza e ottusità connotano i terrestri, gentilezza e disorientamento i migranti interstellari: «Quella cosa mi ha quasi spaventata a morte, venendo qui a quel modo. − afferma petulante Kathy – Mio marito dice che sono tanto potenti che ci potrebbero ridurre in briciole. Non so perché mai siano venuti qui. Noi non li vogliamo». E in quel noi non li vogliamo ci sono tutta la stupidità e l’odio di chi appartiene, o crede di appartenere, a un gruppo egemone e privilegiato, che percepisce la diversità come minaccia alla propria presunta identità e integrità. 

I memorabili protagonisti di The Price of Oranges, del 1989 (titolo italiano 1937: andata e ritorno) sono due anziani ultraottantenni poveri: Harry Kramer viaggia nel tempo con disinvolta facilità soltanto per portare all’amico Manny Feldman sandwich con «spesse fette di manzo e copiosa salsa cren imprigionate fra due bei pezzi di pane croccante», strudel di ciliegie dalla pasta ben lievitata, arance dalla buccia chiara e dai molti semi, calze di lana pesante. Perché «tutto era diverso nel 1937», cinquantadue anni prima rispetto alla contemporaneità del 1989 negli Stati Uniti, ove troppi anziani faticano a mettere insieme il pranzo con la cena, i parchi cittadini sono luogo di ritrovo di giovanissimi spacciatori e ragazzi schiamazzanti, oppure di transito di runners attenti più alle proprie Reebok che al proprio prossimo, la gentilezza e l’educazione sembrano appartenere a un altro tempo, al fatidico 1937. Per quanto − osserva Manny, dopo che la manica sollevata del cappotto aveva messo in evidenza il numero tatuato sull’avambraccio − «Nemmeno nel 1937 era tutto rose e fiori». Grazie al varco temporale in fondo all’armadio della propria stanza (esplicita citazione dalle Cronache di Narnia di C.S. Lewis), all’interno di una squallida residenza per anziani, Harry pensa di portare nel proprio tempo un «ragazzo bravo e simpatico» per la nipote Jackie, che «avrebbe bisogno di qualcuno che la addolcisca un po’. Che le dia un po’ d’amore». L’impresa non può riuscire; il giovane Robert Gershon non può che fare ritorno alla propria epoca, dopo aver conosciuto gli sconvolgenti sviluppi della storia dallo scorcio degli anni Trenta a quello degli anni Ottanta: «Pensavo: “Come potrò sopportare la seconda guerra mondiale, i campi di concentramento?”. Vede, io ho dei parenti in Polonia. E poi la bomba atomica, la guerra di Corea e i Gulag, il Vietnam, la Cambogia, il terrorismo, l’Aids… […] assistere a tutto questo impotente, senza il beneficio della speranza; sapere che tutto ciò sta già scritto nel grande libro della storia. Come potrò rimanere a guardare conoscendo già il tragico finale di ogni evento?». Ed è Manny, «come illuminato», a controbattere: «La Penicillina. […] I diritti civili, il Mahatma Gandhi. Il vaccino antipolio. E poi… le lavatrici!». Il tempo non passa invano e la conoscenza permette di affrontare con consapevolezza gli eventi: nel bellissimo finale del racconto (impossibile da rivelare) Nancy Kress lo dimostra, con leggerezza e ironia, con un atteggiamento fermo contro ogni discriminazione, dalla cosiddetta razza all’orientamento sessuale. 

New York, 1937 

Inertia (Inerzia), del 1990, ha pure per protagonista un’anziana che si prende cura di una nipote, io narrante che pare particolarmente vicino all’autrice, entro una «colonia di malattia», ove sono rinchiusi, senza contatti con il mondo esterno, tutti e tutte coloro che hanno contratto un morbo misterioso e devastante, che altera l’epidermide e sfigura i lineamenti, per il quale «Non c’era nessuna cura, nessuna causa, nessuna storia, nessun crollo. Nessuna ragione». Una comunità maledetta, un mondo a parte, rinchiuso in sé stesso («Dentro») e autosufficiente, secondo «antichi modelli di privazione e discriminazione e isolamento dalla cultura dominante», ma con qualche vantaggio rispetto al mondo esterno («Fuori»), che ha prodotto una società repressiva e violenta. Sorprende in Kress, allora poco più che quarantenne, la capacità quasi mimetica di assumere il punto di vista di una donna âgée, coraggiosa e saggia, che ha stretto un patto intergenerazionale con la nipote sedicenne e che si dimostra capace di sfidare l’inerzia in nome del cambiamento. 

Beggars in Spain (Mendicanti in Spagna) è l’unica opera di Nancy Kress a essere insignita sia del Nebula sia dell’Hugo Award, rispettivamente nel 1991 e nel 1992: un romanzo breve dall’idea di partenza geniale, con personaggi ben riusciti, credibile sotto il profilo scientifico, ambientato nel futuro prossimo nel quale l’ingegneria genetica consente di scegliere le caratteristiche, e non soltanto somatiche, di figli e figlie. È sulla dicotomia tra aspettative dei genitori (o del genitore dominante, in questo caso il padre) e le inclinazioni dei discendenti, tra programmazione ossessiva e combinazione casuale di geni, tra natura e artificio che principalmente si gioca il testo: Roger Camden desidera che la propria figlia sia «Bionda. Occhi verdi. Alta e snella», dotata di «un’intelligenza al di sopra della media. E una forte predisposizione al rischio», e che sia insonne, priva del naturale bisogno di dormire. «Dottore… − chiede Camden al medico dell’istituto biotecnico cui si è rivolto − Ha una vaga idea di quello che sarei riuscito a ottenere se non avessi mai dormito per tutta la mia vita?». Leisha Camden nasce dunque destinata a essere bella e vincente: non così la sorella gemella (gemella ma diversa, poiché non programmata, inaspettata e non voluta dal padre) Alice, una bimba con lo stigma della normalità. Noi e loro: il piccolo gruppo assolutamente minoritario degli insonni e la grande maggioranza dei dormienti. «Loro ci odiano. […] Loro sono diversi da noi. Noi siamo migliori. […] Perché dovremmo permettere di limitare i nostri obiettivi naturali con le loro regole e restrizioni? […] Gli uomini non sono stati creati tutti uguali. […] Dovremmo avere cura dei loro malati, degli handicappati, dei deformi, dei pigri con il prodotto del nostro lavoro?»: sono soltanto alcune delle considerazioni dei non dormienti, che scontano certo una condizione non facile, tra superomismo e marginalità, con la perenne tentazione di ritenersi prescelti e superiori, anche soltanto per comprensibile difesa da coloro che l’insonne Tony definisce con metafora efficace, che rende ragione del titolo, «mendicanti in Spagna», ovvero «reietti e bisognosi scansafatiche […] furiosi verso il più forte proprio perché loro non lo erano». Ancora, il romanzo affronta il tema della cosiddetta normalità («È felice, – dice Alice a Leisha, parlando del proprio figlio di cinque anni – è un bambino assolutamente normale. Completamente normale»), dell’impossibile conciliazione tra successo professionale (Leisha) e vita familiare (Alice), della diversità che genera odio e risentimento, della solitudine delle intelligenze programmate per essere alte, del vero significato di dignità e valore; esplicito il riferimento al rapporto tra etica e scienza, attento lo sguardo al progresso nel campo della genetica («la più intima delle scienze»), elementi questi che caratterizzano l’intera opera di Nancy Kress, non soltanto questo romanzo, bello anche se talvolta discontinuo nella tensione narrativa, ma commovente nel finale. 

«Scrivere racconti è il mio primo amore. – afferma l’autrice in un’intervista del 2007 − Li preferisco ai romanzi, ma con i racconti non ci si guadagna da vivere»: è forse per questa ragione che negli anni successivi Nancy pubblica le ‘espansioni’ della novella Beggars in Spain: la trilogia che si articola nelle novels Beggars in Spain (1993, Mendicanti in Spagna), Beggars and Choosers (1994, Mendicanti e superuomini), Beggar’s Ride (1996, La rivincita dei mendicanti). È qui impossibile rendere conto della produzione di Kress nella sua totalità: il sito ufficiale dell’autrice menziona infatti «ventisette romanzi, tre libri sulla scrittura, quattro raccolte di racconti e oltre cento opere di narrativa breve», in un arco temporale che va dagli anni Settanta del secolo scorso al 2020. Di Beggars in Spain è stata qui presentata la versione breve, non la successiva espansione; al contrario non si presenterà Yesterday’s Kin, il testo capostipite dell’omonima trilogia, ma i tre romanzi che ne rappresentano il successivo ampliamento, oltre naturalmente ai racconti più titolati e ritenuti più significativi degli oltre quarant’anni di attività dell’autrice. 

Charles Sheffield e Nancy Kress, in una fotografia di autore non noto scattata nel 2001 

Nel 1998 Nancy Kress si unisce in matrimonio con il compianto Charles Sheffield, brillante scrittore di science fiction; nello stesso anno vince il Nebula per la migliore novelette (tra le 7.500 e le 17.500 parole) con The Flowers of Aulit Prison, (I fiori della prigione di Aulit), un racconto lungo che può essere considerato un prequel della trilogia Yesterday’s Kin. La vicenda è infatti ambientata su Mondo, pianeta distante da Terra centotré anni luce, abitato da alieni di origine umana (come si scoprirà nella più tarda terna di romanzi). Protagoniste sono due sorelle; come si è visto e come si vedrà nei testi successivi, nell’osservazione e nella riflessione sui rapporti umani, Kress appare infatti interessata non soltanto alla relazione uomo-donna (o, non fa differenza, uomo-uomo e donna-donna), cioè a una relazione di tipo sentimentale, ma anche e soprattutto ad altre relazioni affettive, tra congiunti: due sorelle o due fratelli, nonno (o nonna) e nipote (o nipoti), madre (o padre) e figli (o figlie). In questo caso, Uli Pek Bengarin è la sorella io narrante, Ona Pek Bengarin la sorella morta ma onnipresente, assassinata (forse) da Uli e mantenuta intatta in una bara di vetro, come Biancaneve, non in attesa di essere risvegliata con un bacio ma di essere libera di ricongiungersi agli antenati. Perché su Mondo coscienza e consapevolezza sono condivise e l’omicidio è un crimine in quanto agito senza il consenso della vittima: per questo Uli è condannata alla non-realtà e il suo percorso di espiazione consiste nel servire il proprio governo fino a che questo non riterrà estinta la colpa. Pure in questo testo − suggestivo per quanto non del tutto risolto, soprattutto nel finale − dominano le antinomie: tra mondisti e terrestri (giunti sul pianeta), tra individuo e collettività, tra schizofrenia ed equilibrio, tra realtà e illusione. «Aulit è enorme e brutto, un monolito dalle linee squadrate di sbiadita pietra rossa, senza curve da nessuna parte»; la descrizione del carcere, ultima delle istituzioni totali del mondo contemporaneo, è straordinaria, ancor più lo sono quella dei meccanismi di adeguamento e sopraffazione che si creano al suo interno, codificati in base a regole non scritte, e quella della solitudine e dell’insignificanza che senza rimedio pervadono Uli: «Voglio tornare alla realtà condivisa, al calore diurno e alla dolcezza dell’appartenenza, ora e per sempre, ai vivi e ai morti di Mondo». 

Anche The Flowers of Aulit Prison conoscerà, nei primi anni Duemila, l’espansione nella trilogia denominata Probability: Probability Moon (2000, Porta per l’infinito); Probability Sun (2001, Porta per il sole), Probability Space (2002, Porta per lo spazio). 

Tra la fine degli anni Novanta e l’inizio degli anni Duemila compaiono molti racconti, lunghi e brevi, uno più bello dell’altro, tra i quali è arduo scegliere: e i prescelti non possono che essere presentati per cenni (a meno di scrivere un saggio compiuto e dedicato), lasciando a chi legge di approfondirne stile e contenuto. State of Nature (1998, Stato di natura) si colloca in una società distopica che in realtà rappresenta gli Stati Uniti dell’intolleranza e della violenza: Liz e Jenny sono state compagne di vita e maternità, ora non più, e hanno optato una per la dimensione pubblica, l’altra per quella privata. Il dilemma è se rifluire in una apparente sicurezza personale isolandosi dal mondo, oppure assumersi la responsabilità di tentare di cambiarlo vivendo con coraggio una quotidianità ostile. Computer Virus (2001, titolo italiano immutato) esplora il campo delle intelligenze artificiali e, naturalmente, si interroga su ciò che è umano e ciò che non lo è, ovvero come chi non sia nato da donna possa essere più umano degli umani, privi di pietas e perciò più feroci di belve: evidente proiezione di Nancy è la protagonista Cassie, vedova di un marito amatissimo e scienziata genetista, che in una situazione inedita e rischiosa si prende cura di figlia e figlio piccoli (uno dei quali ha contratto un virus, altra costante nella narrativa di Kress), fino allo scioglimento della vicenda, in cui l’happy end è offuscato dalla consapevolezza di una ingiustizia non riparabile. 

Copertine delle edizioni italiane dei due romanzi brevi di Nancy Kress vincitori dell’Hugo Award, Mendicanti in Spagna e La connessione Erdmann, entrambi stampati da Delos Digital rispettivamente nel 2005 e nel 2010 

Anche Nancy, di lì a poco, perde Charles Sheffield: «Mio marito – dichiara in un’intervista del 2010 − è morto nel 2002. Gli scrittori pensano alla morte per tutta la vita, più della maggior parte delle persone, ma quando è proprio lì vicino ci pensi davvero. È inevitabile che la morte trovi posto nella mia scrittura». E così, per alcuni anni, la scrittrice fa ritorno a Rochester per vivere accanto ai due figli, ormai più che trentenni. 

EJ-ES (2003, titolo italiano invariato) riprende il tema dell’antinomia tra realtà e illusione, dislocata su un pianeta remoto, che pone all’anziana scienziata Mia un dubbio non risolvibile: lasciare che i nativi si relazionino con fantasmi dell’immaginazione o, curandoli, riportarli al grigiore della realtà? Carol, una donna sola con due bimbe e un bimbo ancora piccoli, è la protagonista di Nano Comes to Clifford Falls (2006, Nanomacchine a Clifford Falls), che, sulla scorta del celebre City di Clifford Simak, prelude al disastro di una società nella quale il lavoro umano sia sostituito da quello delle macchine, tanto tecnologicamente avanzate da essere in grado di produrre cibo e vestiario, giocattoli e automobili: ma «La nanotecnologia non avrebbe messo Kimee a fare il sonnellino né allattato Jackie al seno. E, sicuro come l’inferno, non mi avrebbe riportato quel bastardo di mio marito per aiutarmi a fare queste cose. Non che lo volessi, per la verità», osserva saggiamente Carol. E tuttavia, come questa donna a un tempo comune e straordinaria dimostra, opporsi alla disgregazione e alla violenza del cambiamento sociale è possibile: per esempio, istituendo una comunità che sappia ancora, al suo interno, lavorare, insegnare, cooperare, che dia alle donne e agli uomini che la compongono la forza serena di affrontare la quotidianità e la vita. End Game (2007, Partita finale) riprende la riflessione sulla manipolazione genetica ai fini del successo, opponendo le diverse visioni del mondo e i diversi destini dell’intelligentissimo Allen e dell’ordinario Jeff, l’io narrante: anche in questo caso, Nancy Kress compie un elogio dell’imperfezione e della complessità umane, punti di forza a dispetto di chi crede nella concentrazione e nel controllo assoluti, in un racconto forse più malinconico e pessimista di altri. 

Fotogramma dal film Cocoon. L’energia dell’universo, di Ron Howard (1985), vicenda fantascientifica ambientata in una residenza per anziani
come La connessione Erdmann 

Nel 2008 The Erdmanm Nexus (La connessione Erdmann), romanzo breve con cui l’autrice vince il secondo Hugo Award l’anno successivo: levitas e profondità, sostanza e ironia ne fanno un capolavoro. Kress presenta una galleria di anziani assolutamente memorabile (riprendendo il tema della terza età già centrale in The Price of Oranges e, in precedenza, in bellissimi racconti di Kit Reed); il ruolo del protagonista è assegnato al novantenne scienziato Henry Erdmann, docente di fisica che – come forse Nancy – ha eletto la ragione a propria guida, ha privilegiato la mente rispetto al corpo: non a caso, pur tenendo ancora brillanti lezioni ai suoi studenti, si muove grazie a un deambulatore e vive in una confortevole residenza per la terza età, assistito, tra le altre, da Carrie, giovane e gentile, vittima di violenza domestica da parte del marito poliziotto Jim, che a dispetto dell’ingiunzione continua a perseguitarla, secondo un «copione infinito» scritto a suon di pugni e mazzi di fiori, promesse e minacce, che la scrittrice sa riprodurre con assoluta efficacia. La vicenda prende inizio dalla percezione, che si scoprirà comune agli anziani, di un lampo di energia cerebrale («Un ictus? Era la paura di tutti. Non la morte, ma rimanere disabili, ridotti alla menomazione»), accompagnato dall’incontrollata capacità di agire su esseri viventi e oggetti inanimati, segnalato a livello encefalico da anomalie temporanee rilevate dalla risonanza magnetica, un’«onda shock» che si ripete più volte e che lettori e lettrici immediatamente pongono in relazione con «la nave» che si muove «fra le stelle, viaggiando in un ordinato schema di occorrenze nel flusso del vuoto», i cui movimenti inspiegabili intervallano la narrazione. 

Le donne e gli uomini intorno a Henry sono altrettanti personaggi indimenticabili, ciascuno caratterizzato con grande accuratezza e garbata ironia: Evelyn Krenchnoted, loquace pettegola e infaticabile animatrice del gruppo di anziani; Gina Martinelli, integralista cristiana appassionata di citazioni bibliche; Anna Chernov, già celebre danzatrice incapace di accettare il declino; Bob Donovan, inadeguato e tenace spasimante di lei; Erin Bass, sopravvissuta della generazione Flower Power; Al Cosmano, assillato dalla solitudine e dall’infelicità… Creature della vita e del dolore chiamate a una scelta possibile soltanto per chi, come gli ultraottuagenari, abbia maturato consapevolezza di quanta sofferenza costi stare al mondo («una sufficiente accumulazione di dolore»), e diventare vecchi. Henry sa «da almeno venticinque anni che invecchiare non era per deboli», ma non rinuncia a essere sé stesso, irriducibile individualità capace di comprendere gli eventi grazie alla ragione. Come Nancy Kress, che quando pubblica il romanzo di anni ne ha sessanta, ma sa guardare in avanti di altri venti o trenta. 

Nel 2009 l’autrice si trasferisce a Seattle, Washington, e nel 2011 si sposa con lo scrittore di fantascienza Jack Skillingstead. 

Jack Skillingstead e Nancy Kress il giorno del loro matrimonio a Las Vegas il 10 febbraio 2011 (nancykress.blogspot.com) 

Dopo aver dato alle stampe nel 2014 Yesterday’s Kin (non tradotto in italiano), novella che si aggiudica il Nebula Award, Nancy Kress procede all’espansione anche di questo in trilogia, scrivendo tre novels (oltre 40.000 parole) Tomorrow’s Kin (2017, Nessun domani), If Tomorrow Comes (2018, Se ci sarà un domani), Terran Tomorrow (2018, Un domani per la Terra). «Con i racconti non ci si guadagna da vivere» ha dichiarato Nancy Kress. Ed è un vero peccato perché la scrittrice, se oltrepassa la misura del romanzo breve, non regge la distanza, come dimostra questa terna di romanzi (e forse non solo questa). 

Marianne Jenner rappresenta il trait d’union della trilogia: scienziata ormai quasi anziana (ancora una volta personaggio proiezione di Kress), pur amando profondamente la figlia Elizabeth e i due figli Ryan e Noah (come amerà i nipoti Jason e Colin e la nipote Lily), «che in modi diversi le avevano spezzato il cuore», vive per il proprio lavoro, la ricerca in campo genetico: «la sua intelligenza e il suo idealismo non vacillavano mai». Negli Stati Uniti di un futuro appena spostato di qualche anno, «terreno fertile per alimentare gruppi d’odio, capri espiatori irrazionali, sparatorie di massa e il rimpallo delle accuse», approda la stirpe dei Deneb, proveniente da Mondo, annunciando la catastrofe di una nube con un nuovo virus (il Respirovirus sporii) che impatterà su Terra. Considerati da molti terrestri «insidiosi nemici che miravano alle nostre donne, al nostro oro, alle nostre bombe», gli alieni (di origine umana), ottengono però la collaborazione di un gruppo di scienziati, tra i quali Marianne. Da questo inizio, Nessun domani sviluppa una vicenda articolata, che si estende ad alcuni anni successivi all’arrivo della nube sul pianeta, ove le condizioni ambientali continuano a peggiorare per «l’inquinamento marino, i megauragani e la desertificazione», nella quale si intreccia la quotidianità di Marianne, la sua capacità femminile di tessere relazioni, la malinconia per le incomprensioni con figli e figlia, che compiono scelte tanto diverse da quelle forse attese o sperate, il dolore per la perdita di amiche e amici collaboratori, il pericolo cui costantemente si espone per difendere la libertà umana di viaggiare nello spazio, tra le stelle. 

Cupola geodetica permanente della base Amundsen-Scott in Antartide (https://www.amarantoidea.com/strutture-geodetiche-le-cupole-piu-grandi-del-mondo/); nel romanzo Un domani per la terra, terzo della trilogia Yesterday’s Kin, la popolazione umana vive all’interno di cupole di protezione 

Come il primo, anche il secondo romanzo della trilogia, Se ci sarà un domani, non è riassumibile senza rivelarne aspetti che è bene scoprire durante la lettura: gli eventi si svolgono su Mondo − pianeta governato da una società matrilineare dotata di forte spirito di comunità − riproponendo l’opposizione tra mondisti e terrestri, la reciproca diffidenza di alcuni e l’affettuosa accettazione di altri, la dicotomia tra l’ottusa rigidità dei militari (memore di Il mondo della foresta di Ursula Le Guin, 1972) e la saggezza antica delle madri (eco di Terra di lei di Charlotte Perkins Gilman, 1915), l’affannosa ricerca di un vaccino o di un rimedio a fronte di un’epidemia, in un insieme poco convincente, con alcuni personaggi stereotipati e situazioni prevedibili. È Marianne che alza il livello dell’opera: la scienziata che pare scontare la condanna della separazione, la solitudine che segue all’assenza o alla perdita di un compagno, l’impossibilità di vedere riunita la propria discendenza, e che tuttavia, pur sentendosi «naufraga», ha in sé la forza di non essere sommersa, grazie al lavoro, perché «il lavoro era sempre stato ciò che aveva organizzato la vita» di lei, «lo scopo di tutto». 

Ancora su Terra, e poi nuovamente su Mondo: è Un domani per la Terra, ultimo della trilogia (ma non ultima opera di Kress, che ancora pubblica nel 2020); a Marianne qui si affiancano i nipoti Jason e Colin − portatori di due ideologie, due stili di vita opposti, eppure entrambi con ragioni valide, valori autentici: il conflitto è inevitabile − in una realtà distopica che «dopo la Caduta» per opera di ecologisti integralisti ha trasformato Terra in un luogo inospitale, con «città distrutte, popolazioni annientate, la natura selvaggia che si era ripresa il suo posto…». Molte, troppe cose, tutte un po’ scontate, accadono anche in questo romanzo, che pure, oltre ai temi già costanti nei primi due, presenta una interessante teoria genetica (d’invenzione, certo, ma suggestiva) formulata da Marianne, con l’età e l’esperienza ancora più saggia e riflessiva, consapevole dell’ineluttabilità del dolore, della stoltezza di ogni fondamentalismo, della forza ambivalente dell’intelligenza («L’intelligenza è un’arma. È l’arma più formidabile che esista»). 

15 maggio 2011, «Primo pranzo annuale delle signore di fantascienza nel mio appartamento a Seattle. Undici scrittrici di fantascienza si sono scambiate informazioni sulla scrittura e l’editoria, hanno mangiato quiche e insalata, bevuto mimosas, hanno parlato e riso per diverse ore. È stato molto divertente: fare rete attraverso amicizia piuttosto che attraverso la professione. In senso orario da sinistra: Nicola Griffith, Timmi du Champ, Kelley Eskridge, Nancy Kress, Brenda Cooper, Nisi Shawl, Eileen Gunn, Judith Berman, Cat Rambo. Fotografa: Vonda McIntyre. Se ne è andata prima: Leslie Howle. Era fuori città: Louise Marley». (nancykress.blogspot.com) 

La space opera, dunque, non è per Kress: il risultato è lontano anni luce da un capolavoro come Memorie di un’astronauta donna di Naomi Mitchison (1962). Ma vi è Marianne, ovvero Nancy stessa: il suo amore per il sapere ne fa un’epigona dei grandi spiriti liberi del Seicento («da sempre – afferma infatti − la matematica era la chiave fondamentale per comprendere l’intero universo»), discepola in pectore del grande Galileo, per il quale «la filosofia naturale è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi agli occhi, io dico l’universo, ma non si può intendere se prima non s’impara a intender la lingua e conoscer i caratteri ne’ quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi ed altre figure geometriche, senza i quali mezzi è impossibile a intenderne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro laberinto» (Il Saggiatore, cap.VI). 

In copertina: Gino Andrea Carosini, Nancy Kress. 

***

Articolo di Laura Coci

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Fino a metà della vita è stata filologa e studiosa del romanzo del Seicento veneziano. Negli anni della lunga guerra balcanica, ha promosso azioni di sostegno alla società civile e di accoglienza di rifugiati e minori. Dopo aver insegnato letteratura italiana e storia nei licei, è ora presidente dell’Istituto lodigiano per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea.

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